lunedì, 28 luglio 2008

Siete sul punto di prendere un aereo per volare in Cina a vedere le Olimpiadi? Oppure aspettate con ansia l'inizio dei giochi ma siete costretti a seguirli dal divano di casa vostra? O ancora non vi interessano affatto ma siete innamorati della cultura cinese? A qualunque categoria apparteniate vi proponiamo un libro: Le lettere cinesi di Ying Chen.
Yuan, insofferente a ogni limitazione, è emigrato in Canada mentre la fidanzata Sassa, legata alle tradizioni del proprio paese, esita a partire. Da Li, amica di entrambi e forse da sempre innamorata di Yuan, decide di raggingerlo nella città canadese. I tre si scambiano lettere pervase da un'inquietudine profonda che parlano di sradicamento e di culture differenti, ma soprattutto della difficoltosa e tormentata ricerca di un'identità.
Ecco un piccolo assaggio per voi, l'incipit del libro.
Buona lettura e ancora buone vacanze da Voland!

1

Eccomi all’aeroporto di Vancouver. Adesso, per continuare il viaggio, devo prendere un aereo delle linee canadesi. Sassa, mentre aspetto voglio dirti ancora una volta quanto ho sofferto nel lasciarti. Mentre salivo sull’aereo tu sorridevi. Cattiva; come puoi fare una cosa del genere? In un momento simile non potevi provare almeno a piangere un po’? Certo, vederti triste non sarebbe servito a consolarmi. Però quel sorriso muto, intelligente e beffardo, mi ha turbato. Ce l’ho ancora impresso nella mente e farà nascere dolori che accompagneranno il nuovo percorso della mia vita. Era questo che volevi, eh?

Inutile spiegarti. Puoi comprendere tutto, sopportare tutto, ma non questo. Così trovi normale che io lasci una terra che per circa venti anni mi ha dato da mangiare in povertà, per un altro pezzo di mondo sconosciuto. Hai anche detto di apprezzare questa specie di mio istinto vagabondo. Però non vuoi credere che riesco ad amare di più il mio paese proprio ora che lo lascio. Forse la troverai un po’ troppo forte, la parola “amare”. Però ti dirò che proprio adesso, più che in altri momenti della mia vita, sento in me un vero bisogno di riconoscere il senso di appartenenza al mio paese. È importante avere un paese, quando si viaggia. Un giorno lo capirai: quando presenti il passaporto a una signora con le labbra serrate, quando ti trovi in mezzo a gente di cui ignori persino la lingua e soprattutto quando ti chiedono in continuazione da dove vieni. Per poter vivere in un mondo civilizzato bisogna avere un’identità, tutto qui.

Yuan

da Montréal

 

2

Quando l’aereo, ieri sera tardi, è arrivato sopra Montréal, ho avuto un attimo di smarrimento. Per via delle luci. Le splendide luci del Nord America. Da noi non ce ne sono così. Credevo di essere precipitato in un mondo irreale. Sassa, avevo gli occhi annebbiati e non riuscivo a respirare; è stato come quella sera d’estate a Shanghai, davanti all’ingresso del collegio, quando mi hai guardato e sorriso per la prima volta.

Montréal era coperta da una spessa coltre di neve, come sempre a gennaio. Tuttavia avvertivo un calore che saliva fino ad avvolgere dolcemente tutto l’aereo.

Nella sala d’attesa mi ci sono voluti alcuni minuti per capire come funzionavano i telefoni. Un signore passava frettoloso davanti a me. Gli ho chiesto se aveva da cambiare. Col sorriso sulle labbra si è fermato, ha tirato fuori dalla tasca una manciata di monete e me le ha messe in mano dicendomi: “Buona fortuna.”

Ho mormorato un “grazie” guardandolo scomparire. Non si dice “buona fortuna” al primo che capita. Sicuramente avrà visto in me qualcosa che l’ha indotto a dire quella frase. Forse la pettinatura o il modello del cappotto, oppure l’aria timida e indecisa, o magari il modo di parlare? Dunque in questa città straniera appena arrivato qualcuno mi ha augurato buona fortuna .

Il pensiero di te occupa completamente la mia mente e vivo nella speranza di rivederti prestissimo.

Yuan

da Montréal

 

3

Finalmente è arrivata la tua lettera! Adesso mi è venuta voglia di prestare la mia gonna migliore a mia sorella, di sbrigare le faccende di casa per la mamma e di dedicare un paio d’ore a ripassare le lezioni di francese per far contento papà. Tutto questo per festeggiare il tuo arrivo laggiù! A forza di augurarti buon viaggio ho quasi dimenticato il dolore per la tua partenza. Finalmente mi sento alleggerita da ogni paura.

E adesso cosa posso dirti? “Buona fortuna,” forse? Ma ancora non riesco a capire quale fortuna insegui. Secondo me la tua fortuna è qui, nel tuo paese. Hai genitori che ti hanno viziato, una fidanzata che per te si getterebbe nel fiume Huang-Pu, un lavoro sicuro, un appartamentino con un affitto bassissimo. Certo qui avevi dei problemi, come me e come la maggior parte delle persone. Non sopportavi il gusto inquietante dell’acqua del rubinetto, il tanfo soffocante degli autobus sempre pieni, i vicini che ti conoscevano meglio di quanto ti conoscessi tu, la padrona al lavoro che ti dava dei buffetti sulla testa come si fa con i bambini, eccetera eccetera.

Ma esiste forse una fortuna senza seccature o viceversa? A scuola abbiamo imparato un proverbio francese: “dopo la pioggia, il sole”. C’è un detto simile da quelle parti? Anche là sono ottimisti? Io continuerei la frase così: “e dopo il sole, la pioggia (o la neve)”.

Ma questo va bene per il proverbio. A te preferisco augurare un bel tempo perenne. Sole mio, ti abbraccio.

Sassa

da Shanghai

 

4

Stai attenta, mia bella luna, che ad abbracciare il sole rischi di bruciarti. Lui però ha talmente bisogno di te. Sei la sua sola fonte di energia. Se sorge ogni giorno è perché spera di rivederti. Perché dobbiamo aspettare il chiarore del crepuscolo per incontrarci di nuovo? Perché non prima?

Ho bisogno di te. Sai bene quanto si sentono soli i neonati.

Yuan

da Montréal

 

5

Lo sai come convincere la mamma che qui sto benissimo? Non devo più fare la doccia in un bagno pubblico. Al mattino, a casa, quando salto dentro la vasca e mi immergo nell’acqua calda, mi sento più che mai al sicuro. Non devo più spogliarmi davanti a persone conosciute o sconosciute, e sentirmi così privato della parte più intima di me. Adesso ho un buon odore. Pulito. Sono contento di me. Comincio già ad amare un po’questa vita.

E se non basta a consolarti, pensa anche che qui la luna è più bella che da noi. Più grande e luminosa. Sì, è proprio in forma magnifica. La mamma capirà di certo quanto sia importante per me avere sopra la testa una luna in ottima salute: un tempo ero preoccupato per il pallore e la fragilità della nostra luna. Spesso, oscurata dalle nuvole, sembrava sul punto di trasformarsi in acqua, cadere dal cielo e venire a morire ai nostri piedi. A volte, quando ero malato, mi chiedevo se non fosse un po’ proprio a causa della luna. Certo, mi sbagliavo. Davvero però non volevo morire con lei. Sento crescere il rimorso per essermi rifiutato di morire con la nostra luna.

Durante il giorno frequento due corsi di informatica e la sera uno di francese. In classe non riesco nemmeno a rispondere al professore, perché spesso non capisco le domande. Da quando sono qui sembra diminuita la mia prontezza di riflessi. Per paura dei miei “scusi?” il professore non osa più farmi domande.

Devo ancora imparare molte cose. In me è rinata quella curiosità che sembrava scomparsa a poco a poco insieme alla giovinezza. Ho l’impressione di essere ringiovanito. Vivo come un neonato. Esiste qualcosa di più interessante della rinascita, per noi mortali? Per questo consiglierei a tutti di emigrare. A te per prima, sicuramente.

Yuan

da Montréal

 

postato da: redazionevoland alle ore 11:46 | Permalink | commenti (2)
categoria:pagine
lunedì, 11 febbraio 2008
EvaAdamoBassa

... 30 gennaio 1989. il mio decimo giorno in Giappone da adulta. Da quello che chiamavo il mio ritorno, ogni mattina, aprendo le tende, scoprivo un cielo di un blu perfetto. Quando per anni hai aperto tende belga su un grigiore che pesa una tonnellata, come fa a non esaltarti l'inverno di Tokyo?...




Amélie Nothomb,

Né di Eva né di Adamo,


Voland edizioni


in libreria dal 20 febbraio


 


Finalmente Amélie arriva in Italia!



Dal 24 al 26 febbraio 2008,

per promuovere l'uscita del suo ultimo libro,

Né di Eva né di Adamo,

Amélie Nothomb sarà in Italia.

Per chi non vuole perdersi neanche un appuntamento,

questo è il suo programma:



Domenica
24 febbraio

ore 19.30
, Roma:

aperitivo alla libreria La Feltrinelli di Largo di Torre Argentina

dopo le 23.15:

Amélie sarà ospite della trasmissione

di Serena Dandini Parla con me, su RAI3



Lunedì
25 febbraio

in mattinata
:

Amélie sarà ospite in diretta

della trasmissione Unomattina, su RAI1

ore 18.00, Ferrara:

incontro-dibattito al Castello Estense

(Sala dei Comuni del Castello)

dialogano con la scrittrice Daniela Di sora e Fabrizio Fiocchi




Martedì
26 febbraio

ore 15.30
, Milano:

Amélie firmerà le copie del suo romanzo alla Fnac di via Torino

ore 18.00, Milano:

presentazione di Né di Eva né d Adamo

alla libreria Mondadori di Piazza Duomo



postato da: redazionevoland alle ore 14:55 | Permalink | commenti (15)
categoria:pagine, autori
martedì, 04 dicembre 2007

VitaAltri Bassa


"Lebeaux premette il tasto per fermare il nastro e andò a sedersi dietro la scrivania. Il suo avvocato rimase impassibile, immobile dov’era, in piedi accanto alla scrivania con lo sguardo fisso sul registratore come se stesse ancora ascoltando. A Lebeaux la flemma dell’avvocato faceva ribollire il sangue. Sarebbe stato capace di restare fermo lì per un’ora, con la valigetta di cuoio in mano – perché diavolo non la posava a terra? – a osservare il registratore da sopra gli occhiali e a strofinare tra di loro, con un movimento lento, deliberato, irritante, le dita dell’altra mano.


– Il nastro è finito, Degand.


L’avvocato annuì lentamente senza sollevare gli occhi dal registratore, come se pensasse che da un momento all’altro si sarebbe acceso da solo. Continuava a strofinarsi i polpastrelli.


Si schiarì la voce per due volte: sembrava il preludio a un discorso e invece rimase in silenzio.


– Per l’amor di Dio, Degand, dica qualcosa, si esprima, si lamenti, mi consoli, bestemmi. Ma dica qualcosa.


L’avvocato, ancora assorto sul registratore, alzò gli occhi. Si schiarì di nuovo la voce.


– Le dispiace se mi tolgo il cappotto?


– Per me può anche restare in mutande purché mi dica cosa pensa della registrazione.


Degand si tolse con calma il cappotto, che come tutti i suoi vestiti pareva indossato per la prima volta, e lo appese all’attaccapanni. Con un cenno chiese il permesso di sedersi e interpretò lo sguardo di disperazione che il suo superiore rivolse al cielo come un consenso.


– È uno sporco ricatto – affermò."




 José Ovejero in Italia - 4/8 dicembre 2007


► a Milano martedì 4 dicembre

ore 18.00 Libreria Il Trittico

via San Vittore, 3

presentazione del libro La vita degli altri

insieme all’autore intervengono Roberto Coaloa e Sandrone Dazieri

► a Torino mercoledì 5 dicembre

ore 18.30 Circolo dei Lettori

Palazzo Granari della Rocciavia Bogino, 9

incontro con José Ovejero

insieme all’autore interviene José Manuel Martin Moran

► a Roma sabato 8 dicembre

ore 20.00 Più Liberi più liberiSala Turchese

Palazzo dei Congressi (Eur)

Frugando nella vita altrui: l’autore spagnolo José Ovejero si racconta


intervengono Ugo Riccarelli e Filippo La Porta




postato da: redazionevoland alle ore 12:20 | Permalink | commenti (6)
categoria:pagine, autori
lunedì, 07 maggio 2007

APPUNTAMENTO IN LIBRERIA

in collaborazione con l'associazione Arquipelago


lunedì 7 maggio 2007

ore 18.30 - Libreria Odradek

via dei Banchi Vecchi, 57 - Roma


incontro con
Dulce Maria Cardoso

autrice di Le mie condoglianze





Lemie-condog-x-sito-


insieme all'autrice intervengono 

Daniele Petruccioli e Guia Boni


a seguire aperitivo portoghese con assaggi tipici

e per sollecitare ancora un po' la vostra curiosità, ecco un breve assaggio del libro:



[…] un pretesto per scambiare due chiacchiere, c’è in giro un sacco di disgraziati, non basta neanche a fare una conversazione vera e propria, cosa tocca vedere, ho il portabagagli pieno di cerette, di omaggi, campioncini, brochure, il registro dei conti, le mie clienti mi aspettano domattina presto, sono anni che mi aspettano, non queste, non in questa zona, altre, di altre zone, abbiamo preso un impegno, sono una brava venditrice, la migliore, conosco a memoria la composizione di ogni ceretta, a che temperatura si squaglia, a quali pelli si addice, la mia vita è una guerra contro milioni di peli, non c’è nulla di cui vada più fiera, a parte forse Dora, ma solo forse, conosco i miei nemici, conosco i loro trucchi, non mi ingannano, anche quando si sdoppiano per crescere più forti, o quando incarniscono, o ancora, vigliacchi, quando attaccano a crescere sottopelle, di nascosto, conosco i miei nemici e non perdo occasione per smascherarli, non permetto loro di nascondersi per guadagnare tempo, è una lotta senza quartiere, quando guardo le gambe di una donna capisco subito la loro forza e come lei li combatte, le altre professioniste guardano senza vedere, io invece potrei accettare scommesse su quali armi vengono impiegate, ceretta, crema, rasoio, o una di quelle macchinette che ronzano come mosche irritanti, quando guardo le gambe di una donna valuto all’istante la forza dei miei nemici, individuo le cicatrici, i peli incarniti, anche se non ci penso, anzi soprattutto se non ci penso, sono una brava venditrice, la migliore, faccio cento, duecento chilometri, tutti i chilometri che ci vogliono per vendere le mie cerette, non so fare nient’altro, do la caccia ai miei nemici, milioni di nemici da tutte le parti, è una lotta impari, una causa persa, da oggi in poi sarà tutto diverso, anche se mi sento tanto stanca non deve passarmi neanche per la testa che da oggi in poi, da domani, non ci sia una differenza, un’unica differenza, non posso accettare di avere un mare di giorni identici davanti a me, di consumare la mia vita in un ripetersi di giorni, di gesti, di parole, Ângelo dice


nessuno può aggiustare il passato, punto


ma perché sto a sentire quel menagramo di Ângelo, qualunque cosa tu faccia non ti libererai mai di te, di quello che eri, di quello che continui a essere, qualunque cosa tu faccia, perché sto a sentire quel menagramo di Ângelo invece che le canzoni della mia cassetta, da oggi in poi sarà tutto diverso, ho venduto la casa, anche se solo poco fa, all’autogrill, ci sono cascata di nuovo, un altro uomo e lo stesso gioco, la stessa bugia, o per essere più precisi una bugia diversa, magari anche più grave, a tutti gli uomini con cui sono andata, se mi chiedevano come mi chiamavo, ho sempre risposto con un indovinello e


è il nome di un fiore che è anche un colore


bêtises ma chérie, bêtises


nessuno ha mai indovinato, forse è un nome insolito, forse anche a me sarebbe parso insolito se ci avessi pensato, ma non ci ho mai pensato, finora tutti quelli che provavano a indovinare dicevano Rosa, la maggior parte nemmeno ci provava, sorrideva e basta, cosa gliene importava del mio nome, era solo una domanda, la più banale, avevano fretta, giusto una domanda, la più comune, per scacciare il silenzio, l’imbarazzo, la vergogna di essere stati dentro una donna come me, non ho mai conosciuto niente di più spietato di un corpo soddisfatto, comunque fino a stanotte, fino a quando ho incontrato lui, tutti gli altri uomini avevano risposto Rosa, un errore che mi piaceva, era un nome diverso e perciò lì non c’ero più io ma una certa Rosa, un essere che potevo pure compiangere se ne avevo voglia, allora quando l’uomo mi ha chiesto come mi chiamavo ho ripetuto l’indovinello, sicura che come al solito avrebbe detto Rosa o avrebbe sorriso e basta, ne ero così certa che quando ho sentito il mio nome mi sono spaventata […]


postato da: redazionevoland alle ore 10:32 | Permalink | commenti (1)
categoria:pagine, autori
giovedì, 15 marzo 2007

La nostra proverbiale generosità non si smentisce. Ecco l'anteprima dei tre libri che stanno per arrivare in libreria... abbiamo scelto tre sogni, sarà un caso?

 

Nessuno è mai riuscito a riportare nulla dal suo sogno. C’è una dogana invisibile all’uscita del sogno, dove tutto viene confiscato. Da piccolo mi sono accorto per la prima volta di questo sottile confine, dove stava di guardia Quella cosa. Lo chiamavo così, perché non avevo un nome per lui. Quella cosa mi perquisiva soprattutto all’uscita dal sogno e mi permetteva di svegliarmi solo quando era convinto che non avevo preso nulla con me. Mi capitava per giorni, anzi per notti di seguito di sognare la pasticceria di quartiere. Mi mettevo in fila e quando arrivava il mio turno ed ero di fronte alla pasticcera cominciavo preoccupato a frugarmi nelle tasche, e a ogni tasca l’orrore aumentava. Avevo di nuovo dimenticato i soldi. Erano da un’altra parte, nel giorno, nella tasca dei pantaloni che mi ero tolto prima di mettermi a dormire. Così del sogno rimaneva solo la vergogna e l’orrore. E il gusto delle paste che non riuscivo a mangiare. Una sera presi tutte le mie economie. Con i soldi del salvadanaio raggiungevano la rispettabile somma di 2 leva e 20 o 30 centesimi. Me li misi nella tasca del pigiama e andai. Mi addormentai. Penso che Quella cosa non mi abbia perquisito all’ingresso. Mi fermai davanti alla pasticcera stringendo i soldi nella tasca. Volevo stupirla riversando sul piattino un’intera manciata di centesimi, e contemplarla. Non so dove avessi sentito quella parola, ma la impiegavo testardamente nel senso di ‘sedurre’. Più monete spicciole avrei dato alla pasticcera, più a lungo l’avrei contemplata. Con quei soldi comprai alcune paste con una rosellina di burro in cima, dei babà, due bottiglie di bozà e una dozzina di caramelle Lakta. Non volli mangiarli subito. Li misi in una bustina e aspettati buono buono di svegliarmi. Al mattino sul mio letto non c’era nulla. Frugai nella tasca del pigiama. I soldi erano lì. La colpa di tutto era di Quella cosa al confine, che divora selvaggiamente i più bei ricordi dei sogni. Quella cosa che ho sentito chiamare Nessunricordodeisogni. Forse si chiama proprio così.

(da Romanzo naturale di Georgi Gospodinov, pp.54-55)

 

Mentre dormiva, quella stessa notte, un movimento ondulatorio nel letto la svegliò lentamente. Era buio e non riusciva a vedere, sentiva questo movimento come se qualcosa si stesse insinuando nel letto. Allungò il braccio sotto le coperte per sentire e toccò qualcosa, una specie di cappello, una testa. Un’ondata di paura, una tachicardia violenta. Strano modo di infilarsi nel letto, entrando dalla parte dei piedi.

Il movimento si era fermato. Maria protese ancora il braccio e toccò la faccia di un uomo. Si era fermato con la testa all’altezza delle sue cosce. Se ne stava abbarbicato in mezzo al letto sotto le coperte come se aspettasse un cenno.

Maria infilò la testa sotto le coperte e vide una strana figura, un uomo piccolo, vestito di rosso. Una specie di nano con le corna, piccole corna. Maria stava per avere un gesto di repulsione. Ma lo sguardo sofferente di lui, e quasi timoroso, le fecero tendere una mano sulla testa per accarezzarlo. Lui ha bisogno di me, pensò Maria, non importa che sia nano, lui è venuto qui da me.

Allungò anche l’altro braccio e afferrandolo per le ascelle cercò di tirarlo su, all’altezza del suo viso. Ma lui era pesante e non fece niente per agevolare quello spostamento. Non si mosse di un millimetro.

Forse è malato, paralizzato, pensò Maria.

Allora allungò ancora di più il braccio sinistro e con la mano cercò il suo membro nei pantaloni per masturbarlo. Lui se ne stava buono buono a farsi fare quello che voleva Maria, senza un fiato, con la testa reclinata sul materasso.

Maria aveva cominciato a eccitarsi, anzi era eccitatissima. Ma il membro, già grande in partenza, stava subendo una strana trasformazione. Si allargava in modo smisurato perdendo ogni sembianza di attributo sessuale. A un certo punto era diventato un cilindro di mezzo metro.

Maria non poteva più niente con le sue piccole mani. Dovette lasciare quell’ammasso di carne. Era delusa. La faccia del nano si mosse e le sue corna affondarono nel materasso.

 

Al mattino Maria era sconvolta. La visita notturna poteva avere mille significati. Ma la delusione finale non presagiva buoni risultati.

Per qualche tempo avrebbe diradato gli incontri con Victor.

Non raccontò a nessuno il sogno, avrebbe voluto dimenticarlo subito lei stessa, non voleva – ricordando – evocare quella presenza inquietante. Glielo aveva detto un medium, una volta, di non giocare a evocare il diavolo, perché il diavolo, quando lo evochi, appare sempre.

(da Ossidiana di Silvana Maja, pp. 225-227)

 

CARO DIARIO, mi sembra veramente incredibile! Stanotte ho fatto un sogno molto ‘appetitoso’, ho sognato che preparavo un piatto magnifico e, ovviamente, assolutamente originale.

Sarà un segno positivo (di crescita) o negativo (di follia)?

Appena in piedi, e senza perdere tempo per cercare di dare risposta a un interrogativo inquietante, sono corsa a comprare tutti gli ingredienti e ho preparato gli involtini di melanzane caramellate.

 

Involtini di melanzane caramellate 

In gradienti per sei persone

quattro melanzane di forma ‘allungata cilindrica’

quattrocento grammi di ricotta di pecora ben sgocciolata

sale e pepe di mulinello

la buccia grattugiata di un limone

qualche fogliolina di menta piperita

circa un cucchiaio di aceto balsamico

olio per friggere

 

Lavare le melanzane e tagliarle in fettine alte circa due/tre millimetri nel senso della lunghezza, ricavando almeno quattro fettine per ogni melanzana dopo aver scartato le due fettine esterne; friggerle in abbondante olio bollente e lasciarle cuocere fino a quando saranno dorate, metterle a scolare su carta assorbente per qualche ora, fino a quando non avranno rilasciato tutto l’olio assorbito durante la frittura.

Condire la ricotta con il sale, il pepe, la buccia del limone e la menta e lavorarle con un minipimer fino a quando avrà raggiunto una consistenza setosa.

Sulla estremità di ogni fettina di melanzana disporre un cucchiaino di ricotta e, molto delicatamente, arrotolare la melanzana per formare gli involtini.

Disporre gli involtini su un unico piatto da portata o su singoli piatti monoporzione e irrorarli con l’aceto balsamico.

Decorare con foglioline di menta e fiori di gelsomino.

(da Caro diario. Appunti di cucina in vacanza di Valeria Vocaturo, pp. 18-19)

 

postato da: redazionevoland alle ore 16:04 | Permalink | commenti (1)
categoria:pagine
venerdì, 16 febbraio 2007

balthus anni

Mancano pochi giorni all'aperitivo lento da Voland e abbiamo preparato un programma a cui non potete mancare. Come abbiamo già detto, vino e letture, ma letture tutte al femminile in questo caso. La nostra attrice Tiziana Camerani ha selezionato con la redazione (che come sapete è anch'essa tutta al femminile) una serie di passi tratti dai libri Voland che parlano di donne. Solo qualche nome: Nothomb, Tuil, Reimann, Portela, Scliar, Ovejero. E chi vuole può portare i propri libri su questo tema e leggerli con noi.

A lunedì! Non mancate...

postato da: redazionevoland alle ore 12:09 | Permalink | commenti (4)
categoria:parole parole parole, pagine, vita di redazione, autori
mercoledì, 24 gennaio 2007

Abbiamo deciso di farvi un regalo e, contestualmente, di utilizzarvi come "consiglieri". Esce proprio oggi in libreria la nostra ultima fatica: Leptis Magna del tedesco Hartmut Lange, uno scrittore che qui in redazione, quando si è trattato di decidere se acquistarne o meno i diritti, ha suscitato molte discussioni e accese polemiche. Naturalmente alla fine ho vinto io! Ed ecco uno dei due racconti di cui si compone il libro, il più breve. In cambio mi aspetto, se ne avete voglia, un parere spassionato...

 

Il trasloco

1

Il professor Bodewig voleva trasferirsi in altri lidi e tutto faceva pensare che il suo desiderio si sarebbe realizzato. Una lontana parente era deceduta a gennaio, lasciandogli in eredità un terreno a Vienna. Si trattava di un quadrilatero circondato da pioppi, grande all’incirca duemila metri quadri. Il giardino era in stato di abbandono, e il tetto dell’edificio a un piano doveva essere rimesso a nuovo.

“È meglio che lo veda anche tu,” disse il professor Bodewig alla moglie. “E se è possibile in settimana,” aggiunse.

Quanto a lui, detestava dormire nelle camere d’albergo così, quando la signora Bodewig partì per Vienna, rimase seduto nel suo studio a esaminare la pianta della città. La sera squillò il telefono e, appena alzata la cornetta, la signora Bodewig iniziò a parlare con entusiasmo. Qualcosa su quanto fosse bella Vienna, e che già soltanto il viaggio verso Heiligenstadt, aveva preso il tram, soltanto il viaggio era quel che si dice un’esperienza.

“Pensa,” disse “sono solo pochi chilometri, eppure quante cose ci sono da vedere!”

“Lo so, lo so,” la interruppe il professor Bodewig. “La conosco bene quella zona.” Nominò la casa in cui era nato Schubert, descrisse con precisione come, per raggiungere il terreno ricevuto in eredità, bisognasse arrivare fino a Hohe Warte. Una volta lì, meritava dare un’occhiata al Leopoldsberg, che si scorgeva in lontananza. Dopodiché si doveva proseguire lungo Wollergasse e oltrepassare la villa del celebre architetto Mackintosh. “E quando ti sei lasciata alle spalle Steinfeldgasse,” continuò il professor Bodewig “attraversi il parco di Heiligenstadt, che è progettato come un giardino all’inglese. Un sentiero conduce alla chiesa parrocchiale di St. Michael e prosegue fino ad Armbrustergasse, e la nostra casa dovrebbe essere nella Probusgasse, proprio accanto al Museo Beethoven.”

“Esatto,” disse la signora Bodewig e non poté fare a meno di ridere.

Lo informò che si trattava di uno stabile di grande pregio, che si distingueva per la sua unicità, costruito intorno al 1830. Promise di portargli qualche fotografia, e il professor Bodewig suggerì di intaccare una parte dei risparmi e iniziare il più in fretta possibile le riparazioni al tetto.

“E se ci sbrighiamo,” disse “e riesci a trovare un bravo architetto, in autunno potremmo affittare il furgone per il trasloco.”

 

2

 

Il professor Bodewig era docente di scienze politiche all’università di Berlino-Dahlem e non aveva la minima probabilità di essere chiamato a insegnare a Vienna né in qualsiasi altra città. Oltre a ciò: aveva appena prolungato il contratto d’affitto per la casa in Matterhornstraße, e come avrebbe potuto, sempre che intendesse davvero farlo, trasferirsi nell’immobile al parco di Heiligenstadt entro l’autunno, dove lo trovava in così poco tempo un altro inquilino che lo sostituisse?

L’edificio in Matterhornstraße era una moderna costruzione in calcestruzzo. Gli ambienti non erano chiusi. L’ampia scala e il vasto spazio, suddiviso su due piani, non avevano un aspetto accogliente. Il professor Bodewig aveva allestito il proprio studio al mezzanino. A destra era sistemata la libreria a parete, a sinistra la scrivania con il computer e dal divano in pelle, collocato in prossimità della scala, si poteva vedere la cucina al piano superiore. Le pareti erano pitturate di bianco, ovunque lampade alogene che emettevano una luce troppo chiara, e in qualche modo, nei momenti d’afa, non era possibile evitare l’impressione che lì, poiché l’aria calda si muove verso l’alto e quella fredda verso il basso, si avvertisse uno spiffero continuo.

“C’è corrente,” diceva spesso il professor Bodewig benché sapesse che tutte le finestre erano chiuse.

Dopo che la signora Bodewig fu rientrata a Berlino, tornò di nuovo sull’argomento di affittare il più in fretta possibile un furgone per il trasloco. Affermò che non sarebbe stato uno scherzo. Si era già abituato all’idea di trasferirsi a Vienna, e quando la moglie volle far valere le sue obiezioni, cominciò a spiegarsi. Non doveva aversene a male, disse, ma aveva sempre desiderato abitare in una casa di proprietà. E non aveva mai avuto il coraggio di ammettere che per lui quella in Matterhornstraße era troppo vasta. Lì era tutto aperto. Non era possibile appartarsi da nessuna parte. C’era solo un'unica porta vera e propria, quella della camera da letto. A volte gli sembrava che vivessero in un fienile. Poi parlò di come non sopportasse più i pini e i giardini così brulli. E quel cielo perennemente coperto.

Avrebbe piovuto anche a Vienna, gli fece notare la signora Bodewig.

“È vero. Ma qui,” le assicurò il professor Bodewig “con il treno che passa strepitando ogni dieci minuti, tutto sembra due volte più desolato.” A questo punto lodò ancora una volta le fortunate circostanze grazie alle quali era toccata loro la casa a Vienna. “Ci andrò anch’io per dare un’occhiata di persona,” disse e, come se non riuscisse più a stare seduto e come se, benché il riscaldamento fosse acceso, sentisse freddo, cominciò a camminare avanti e indietro sollevando le spalle.

Quattordici giorni dopo, era un fine settimana, i coniugi Bodewig salirono su un aereo diretto a Vienna, per incontrare un architetto al quale avevano chiesto di preparare un preventivo. L’importo non era di poco conto: soltanto il restauro delle capriate sarebbe costato oltre 50.000 euro. Il resto 120.000: l’esterno doveva essere intonacato. In giardino i vialetti e la recinzione in muratura erano in rovina. A ciò si aggiungevano il rimodernamento delle stanze e un nuovo impianto di riscaldamento.

“Per noi è troppo caro,” disse la signora Bodewig e fece un cenno di diniego.

“Perché?” protestò il professor Bodewig. “Se quello che abbiamo da parte non basta, chiederemo un prestito.”

Rifiutò di dare ascolto all’obiezione della moglie, che gli sarebbe stato impossibile abitare a Vienna e insegnare a Berlino. Propose invece di farsi accompagnare dall’architetto a visitare di nuovo l’edificio. Trovò ogni cosa di suo gradimento, e non volle che la stufa di maiolica del piano di sotto venisse smantellata. Infine prese a braccetto la moglie e la convinse a fare una passeggiata nel parco di Heiligenstadt.

“Non ti preoccupare,” disse. “In qualche modo riuscirò a ottenere una cattedra a Vienna. D’altro canto, guardati intorno. L’hai detto tu stessa che il posto è impareggiabile.”

Mentre parlava indicò la casa di Beethoven, che si stavano lasciando sulla sinistra. Camminarono da Probusgasse ad Armbrustergasse, superarono la chiesa di St. Michael e, dopo aver girato in Wollergasse, si trovarono di fronte alla celebre villa di Mackintosh. E anziché ritornare ripercorrendo lo stesso tragitto da cui erano arrivati e, in base agli accordi presi, discutere con l’architetto il rinnovo del pianterreno, all’improvviso il professor Bodewig annunciò che doveva sbrigare una faccenda in albergo. La moglie lo accompagnò alla fermata del tram, gli rivolse, quando salì sulla vettura, un ultimo cenno di saluto e lui, una volta sceso aveva raggiunto Schottentor, entrò nell’agenzia di viaggi più vicina. Teneva in mano il biglietto aereo. Evidentemente voleva cambiare la prenotazione per il viaggio di ritorno a Berlino, dal momento che quello stesso pomeriggio, dopo aver preparato la valigia e aver preso un taxi per l’aeroporto, quello stesso pomeriggio, era ormai quasi sera, il professor Bodewig giunse di nuovo in Matterhornstraße.

Certo, ci furono delle complicazioni, e fu difficile spiegare per telefono alla signora Bodewig perché, se proprio doveva partire in tutta fretta, non le avesse lasciato almeno un messaggio. Tuttavia riuscì a persuaderla che il suo atteggiamento non aveva nulla, ma proprio nulla, a che vedere con la casa nel parco di Heiligenstadt. Al contrario. Lei doveva, le assicurò, andare avanti e fare in modo che tutto procedesse come avevano concordato. Si era dimenticato di avere un impegno all’università. E poi era esausto. Si mise a letto e si addormentò.

Il giorno successivo il professor Bodewig tenne la sua lezione, ma faticò a concentrarsi, forse perché il decanato lo aveva invitato a un piccolo ricevimento. Un collega andava in pensione, così il professor Bodewig entrò nella stretta stanza sovraffollata e, dopo aver bevuto un bicchiere di spumante, si sorprese nell’accorgersi di come cercasse, nonostante fosse ininterrottamente coinvolto in qualche conversazione, di richiamare alla memoria il lasso di tempo che ancora rimaneva prima che anche lui andasse in pensione.

Sette anni, pensò, e si rallegrò di essere notevolmente più giovane dell’uomo costretto a stringere una mano dopo l’altra, al quale furono consegnati perfino dei fiori e che, con ogni probabilità per mascherare la commozione, si passava il fazzoletto sul viso.

Terminato il ricevimento, il professor Bodewig passeggiò fino alla macchina. Si guardò intorno. Solo allora si accorse che, evidentemente si trattava di una svista, aveva in mano alcuni fiori a gambo lungo.

E questi da dove vengono? pensò, e rifletté se dovesse riportare indietro quel mazzo che non gli apparteneva.

Poi però si sedette al volante e dopo aver abbassato il finestrino partì lentamente, e quando imboccò la curva, diretto all’uscita, si guardò ancora intorno, come se cercasse qualcuno grazie al quale avrebbe potuto, in fretta e senza farsi notare, per così dire passandogli davanti, sbarazzarsi dei fiori.

Nemmeno mezz’ora più tardi era di nuovo in Matterhornstraße e sedeva sul divano, tenendo ancora i fiori in mano, con il cappotto sulle spalle, non si era tolto neanche la sciarpa. Quando squillò il telefono non sollevò il ricevitore. Andò invece in bagno, riempì d’acqua il lavandino, mise i fiori a mollo, e il telefono squillò per la seconda volta. Era la signora Bodewig, che lo avvisò che sarebbe arrivata in aereo a Tegel quel giorno stesso. Ma la notizia sembrò non piacere al professor Bodewig. Per l’esattezza pregò la moglie di restare un’altra settimana a Vienna, le parlò di quanto fosse importante accelerare le riparazioni che avevano deciso per la casa, e di come, soprattutto nella fase iniziale dei lavori, fosse necessario tenere d’occhio l’architetto.

Questo disse, e se riuscì a convincere la moglie o se semplicemente lei rinunciò a opporsi ai suoi ostinati tentativi di persuasione, in definitiva non aveva importanza. Accettò.

“È una decisione assennata. Ti ringrazio,” disse il professor Bodewig.

 

3

 

E a questo punto accadde una cosa inaspettata: benché restasse ancora abbastanza tempo, e senza averne parlato con la moglie, il professor Bodewig iniziò a svuotare l’appartamento di Matterhornstraße. Per l’esattezza, fece trasportare i mobili, dato che la casa di Vienna non era ancora pronta, in un deposito da una ditta di spedizioni. Solo alcuni oggetti, che gli erano indispensabili per poter continuare a dormire lì, rimasero al loro posto. In cucina c’erano il tavolo e due sedie, al primo piano il divano in pelle, per il resto le stanze erano spoglie. Scendendo la scala per andare in corridoio, i passi risuonavano, e la sera, quando faceva buio, il professor Bodewig esitava ad accendere la luce perché mancavano le tende alle finestre.

Naturalmente ci furono di nuovo delle complicazioni, e fu difficile spiegare alla signora Bodewig perché intendesse a ogni costo fare in modo precipitoso cose che, invece, avrebbero dovuto essere pianificate con cura. Malgrado ciò, anziché rimproverarlo, anziché pretendere chiarimenti su come intendesse conciliare il trasloco a Vienna con gli impegni lavorativi, anziché discutere sul fatto che rimanere in albergo per settimane sarebbe stato troppo costoso, la signora Bodewig decise di trasferirsi nella casa al parco di Heiligenstadt. Allestì, sebbene la riparazione del tetto non fosse ancora conclusa, una stanza al pianterreno, dove poter passare la notte. Aveva installato un fornello elettrico, comprato una forchetta, un coltello e un cucchiaio e le stoviglie indispensabili, e si assicurò che, non appena fosse stato ricoperto il tetto, iniziassero i lavori al piano superiore. Visto che non poteva contrastare il desiderio del marito, ossia trasferirsi subito nella casa ereditata, visto che non poteva contrastare l’impazienza con cui voleva farlo, aveva deciso di prendere provvedimenti affinché avvenisse il più in fretta possibile.“Quando potremo portare i mobili, quando l’intera faccenda sarà, diciamo così, andata in porto, vedremo cosa fare,” disse la signora Bodewig, e chiese aiuto alla figlia.

La settimana prima di Pasqua una vecchia Volkswagen parcheggiò davanti alla casa in Matterhornstraße. Il compagno di Claudia era impegnato a ribaltare il sedile del passeggero e, spostando anche quello posteriore, riuscì a sgombrare una sorta di superficie di carico.

“Sono venuto a prendere le cose della mamma. Almeno quello che le serve tutti i giorni. Oggi partiamo per Monaco e dopodomani gliele portiamo a Vienna,” disse Claudia al padre, e gli suggerì di riunire tutto in due, tre valigie.

Aveva portato una scatola con dei bulbi di tulipani per il giardino. Il professor Bodewig la ringraziò, ma replicò che ormai non valeva la pena piantarli.

“Quando fioriranno, non ci sarò più,” disse.

Entrarono in casa. Il professor Bodewig invitò entrambi ad accomodarsi. Si comportava come se fosse possibile sentirsi a proprio agio seduti uno accanto all’altro nell’ambiente spoglio che li circondava. I tre si diressero al divano, che era collocato in prossimità della scala, cosicché si aveva l’impressione che i piedi penzolassero su un baratro.

“Avevo immaginato che la mamma avesse bisogno delle sue cose. È tutto pronto in camera da letto,” disse il professor Bodewig.

Aveva in mano una confezione di grissini, la offrì facendola passare e si diede dei colpetti sui pantaloni per togliere le briciolecadute dal pacchetto.

“Anche le scarpe e il cappotto pesante?” chiese Claudia. “Vienna è più fredda di quanto si creda.”

E senza aspettare una risposta, cercò di far capire al padre quanto la madre soffrisse per il fatto che lui avesse preso, in pratica da solo, molte delle decisioni relative al trasloco, e che quella di far svuotare la loro casa era stata una scelta sconsiderata, perché in questo modo le veniva impedito di ritornare in Matterhornstraße.

“È accampata in mezzo alle scale a pioli e ai barattoli di vernice,” disse Claudia.

“Di questo mi dispiace,” disse il professor Bodewig. Promise di non far aspettare ancora la moglie. “Oggi stesso,” disse, e tirò fuori l’indirizzo della ditta “oggi stesso,” ripeté “provvederò, stando così le cose, affinché vadano a riprendere i mobili al magazzino.” Dei pochi oggetti rimasti, il divano, il tavolo, le sedie, gli accessori per la toilette, voleva occuparsene di persona. “Poi affitto un furgoncino e vado a Vienna,” disse. “Ma non adesso,” aggiunse “tra un po’.”

Ringraziò per i bulbi, valutò di nuovo se non fosse meglio portare la scatola a Vienna.

“Qui intristirebbero subito,” disse “invece al parco di Heiligenstadt, ne sono certo, li attende una terra particolarmente buona.”

E solo allora, dopo che per qualche minuto ebbe regnato il silenzio, si resero conto di quanto fosse stato spiacevole parlare cercando di sovrastare il rumore che riecheggiava in sottofondo, dovuto alla mancanza di tende e tappeti.

 

4

 

Non ebbero contatti fino al martedì dopo Pasqua. La signora Bodewig si occupò dei lavori di tinteggiatura, Claudia e il compagno avevano consegnato le due valigie, e anche il professor Bodewig non si annoiò affatto. Passava di continuo da una stanza all’altra, si fermava in cantina, dove era costretto ad appurare che su alcune pareti proliferava la muffa, e sebbene la scoperta avrebbe potuto lasciarlo indifferente, fece un disegno, evidenziando le zone che dovevano essere trattate con sostanze isolanti. Quindi, dopo essersi accertato con un’occhiata che in cantina non fossero rimasti rifiuti ingombranti da far ritirare dal servizio raccolta, salì al secondo piano per esaminare i punti in cui il tetto non era impermeabile. Non che piovesse dentro, però l’intonaco del soffitto aveva cambiato colore. Attraversare le stanze vuote sembrava non dargli alcun fastidio. Non gli mancavano né l’imponente libreria a parete, che correva su tre lati del salotto, né la vetrina con la collezione di orologi di cui un tempo andava fiero, e nemmeno i quadri appesi lungo la scala che, ammise, forse non avrebbe dovuto far togliere con tanta fretta. Due volte al giorno il professor Bodewig andava in Mexicoplatz, dove una trattoria serviva buoni piatti della cucina italiana e dove si poteva gustare un eccellente Amarone. A pranzo beveva quasi due terzi della bottiglia e a cena il resto, infatti se la faceva tenere da parte e, ritornato in Matterhornstraße, si sarebbe potuto sdraiare sul divano e addormentarsi. Invece rimaneva sveglio, osservava i fari delle auto in movimento, che ogni volta portavano scompiglio nella stanza al mezzanino. Era un’oscillazione luminosa veloce, da destra a sinistra, e una volta ebbe la sensazione che il fascio di luce scomparisse per un paio di secondi e una macchina si fermasse proprio davanti alla casa di Matterhornstraße. I fari si spensero. Il professor Bodewig si avvicinò alla finestra, si sporse fuori, poi scese nell’ingresso e aprì la porta. Sembrava stesse aspettando qualcuno.

La mattina successiva, evidentemente aveva dormito male, il professor Bodewig era eccitato. Telefonò alla ditta di spedizioni, si informò che ogni cosa fossa stata effettivamente sgombrata, e insistette affinché un addetto se ne accertasse ancora una volta di persona. Stando così le cose, accompagnò il giovane, che voleva sbrigarsi, nelle varie stanze. Fu sufficiente gettare un breve sguardo qua e là per constatare che la ditta non aveva dimenticato niente.

“Tavolo e sedie non sono nell’inventario,” disse il ragazzo. “Per il resto,” aggiunse “abbiamo la sua firma, e di conseguenza la conferma che ogni cosa è stata portata in magazzino senza subire danni.”

Il professor Bodewig dovette convenire che, ovunque si guardasse, ci si imbatteva in pareti nude, su cui la carta da parati, nei punti in cui erano appesi i quadri o mancava un mobile di grandi dimensioni, mostrava chiazze più chiare, eppure si sforzò di spiegare al ragazzo perché, sebbene per sicurezza avessero ricontrollato una seconda volta ogni angolo dalla cantina al sottotetto, non ne fosse ancora convinto.

Non era rimasto nulla, ma invece di congedare il giovane e prendere l’inventario che lui gli porgeva, si trovavano al primo piano, rimase immobile, esitante, e spostò gli occhi sulla parete di fronte. Il ragazzo piegò il foglio di carta, se lo infilò nella tasca della giacca, scese le scale e sparì. Verso mezzogiorno, stava andando al ristorante, il professor Bodewig fu visto fermarsi in una cabina telefonica. Chiamò la moglie. Nel rumore del traffico non fu possibile capire, continuava ad alzare la voce, si copriva con la mano l’orecchio libero, cosa avesse da dirle. Forse le comunicò quando l’avrebbe raggiunta a Vienna, oppure la pregò di avere ancora un po’ di pazienza, o mise in chiaro di non poter lasciare Matterhornstraße finché ci fosse stato ancora qualcosa da far portare via.

 

5

 

Da far portare via? Era comprensibile che una simile osservazione facesse arrabbiare la signora Bodewig. In seguito alle insistenze del marito, aveva fatto tutto in fretta e furia, aveva convinto gli imbianchini a suon di mance generose a lavorare anche durante il fine settimana, e adesso, adesso che la vernice e la tappezzeria erano asciutte, il professor Bodewig temporeggiava, tirava fuori assurde scappatoie!

“Insomma, quando viene papà?” era sempre la stessa domanda che la signora Bodewig rivolgeva alla figlia. Aspettava i mobili, e Claudia, che era andata a Vienna, voleva aiutare la madre a scegliere la disposizione. Insieme valutarono dove sarebbe stato meglio allestire la biblioteca. Stabilirono di spostare lo studio del professor Bodewig al pianterreno, in modo però da lasciare libero l’accesso alla cucina lungo il corridoio. Al primo piano, vicino al bagno, avrebbero ricavato la camera da letto.

“E il divano in pelle,” disse la signora Bodewig “lo portiamo giù nella stanza degli ospiti. Spero che in settimana arrivi tutto,” aggiunse, e ci tenne a puntualizzare che non era stato suo il desiderio di trasferirsi a Vienna. “Io avrei preferito vendere la casa,” disse. “Perché ha incaricato la ditta, per giunta senza prima parlarne con me, di portare i mobili in un magazzino? È così che sono iniziati tutti i problemi!”

La figlia cercò di calmarla.

“Lo sai com’è fatto,” disse “non se l’è mai cavata bene con le cose pratiche.”

Si lasciò condurre di nuovo dalla madre nelle stanze luminose, inondate dalla luce del sole, e di tanto in tanto diede qualche consiglio. Alla fine passeggiarono nel giardino incolto, e poiché la temperatura era quasi estiva, il parco di Heiligenstadt si stava tingendo di verde.

Claudia si fermò con il compagno dalla madre per una settimana, i mobili non erano ancora arrivati e, cosa particolarmente preoccupante: la signora Bodewig dovette constatare che, per quanto lo chiamasse, il marito non rispondeva più al telefono.

“Perché si comporta in modo così strano? Speriamo non sia successo nulla.”

“Cosa dovrebbe essere successo?”

“Non lo so, bambina. Però sembra che qualcosa gli impedisca di chiudersi la porta di casa dietro le spalle, consegnare le chiavi al proprietario e poi, considerando che qui lo aspetta una villa sua, appena ristrutturata, abbandonare Matterhornstraße una volta per tutte,” disse la madre e fu chiaro che a quel punto Claudia, per non lasciarla sola con i suoi dubbi, doveva cercare, se non di spiegare il comportamento del padre che appariva incomprensibile, perlomeno di fare delle supposizioni. Tuttavia non le venne in mente niente, e fu sollevata quando Klaus, che si era trattenuto nella stanza accanto, si affacciò dalla porta aperta. Aveva sentito la conversazione tra le due donne e si offrì di dare una mano alla futura suocera. Vale a dire, propose, una volta tornato a Berlino, di recarsi a Zehlendorf da solo.

“Chissà, forse con me, il fidanzato di sua figlia, sarà disposto a parlare, per così dire, da uomo a uomo,” disse e si stiracchiò sollevando le braccia sopra la testa, un gesto che la signora Bodewig reputò inadeguato.

 

6

 

Klaus Wagemann era uno studente di fisica all’ultimo semestre, e aveva un aspetto imponente. Alto più di un metro e novanta, vestiva sempre in modo impeccabile. Aveva conosciuto Claudia in occasione di una vacanza sulla costa atlantica. I due si intendevano a meraviglia, tanto che Claudia voleva lasciare il proprio appartamento e trasferirsi a casa del fidanzato. Assicurò alla madre che poteva fidarsi ciecamente delle capacità di Klaus, e soprattutto del suo tatto, e fu così che Wagemann si mise di nuovo in viaggio con la sua vecchia Volkswagen, questa volta da solo, diretto nella zona ovest di Berlino. Dopo aver raggiunto Matterhornstraße, spento il motore e percorsi i pochi metri che lo separavano dalla porta d’ingresso, quando suonò il campanello, credette di udire qualcuno che si schiariva la voce, poi dei passi che si avvicinavano, e quando si aspettava che il futuro suocero gli aprisse e lo salutasse, quando arretrò di un mezzo passo e si sistemò il nodo della cravatta, quando aveva già sulle labbra uno “Spero di non disturbarla”, calò un improvviso silenzio. Ancora il suono del campanello, nessuno aprì. Klaus tornò verso l’auto, guardò l’orologio. Erano all’incirca le sette di sera.

Forse, pensò, mi conviene aspettare.

Passeggiò fino a Lindenthaler Allee, la percorse, entrò nella libreria che si trovava nell’atrio della stazione ferroviaria. Per un po’ sfogliò libri e riviste, e a un certo punto gli tornò in mente che Claudia gli aveva detto quanto fosse contenta che il padre mangiasse regolarmente in un ristorante lì vicino. E infatti: Wagemann non dovette cercare a lungo. Attraversò, con l’intenzione di dare un’occhiata in giro, Mexicoplatz, e quando passò davanti alla vetrina della trattoria scoprì il professor Bodewig. Era seduto proprio vicino alla porta, aveva davanti un piatto di spaghetti, beveva un grande bicchiere di vino, e Wagemann, mentre stava ancora riflettendo se fosse il caso di avvicinarsi al vetro e fargli un cenno, Wagemann si accorse che l’altro non era solo. Di fronte a lui sedeva una giovane donna, verso la quale il professor Bodewig continuava a protendere il busto. Evidentemente dovette dirle qualcosa che la fece ridere. La donna indossava una maglietta senza maniche, una collana di perle di legno colorate; le scarpe, teneva i piedi allungati davanti a sé, erano rosa confetto, e Wagemann sentì di nuovo la sua risata e non seppe come doveva comportarsi.

Va a pranzo con le sue studentesse, pensò. Cosa ci sarebbe di male se adesso entrassi e lo salutassi.

Ma lasciò perdere, si spostò sull’altro lato della strada, e aveva avuto a malapena il tempo di decidere di osservare i due, tanto per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, quando vide il professor Bodewig con la ragazza, che era più bassa di lui di tutta la testa e adesso si era gettata in spalla una grossa borsa, vide il professor Bodewig uscire insieme alla giovane donna, e lei lo aveva preso a braccetto. Lentamente, dando così l’impressione di essere in intimità, iniziarono a passeggiare, dapprima lungo Lindenthaler Aleee in direzione di Limastraße. Si fermarono. Wagemann vide che la giovane donna cominciò a rovistare nella borsa, come se avesse perso qualcosa. Infine ripresero a camminare, raggiunsero il sottopassaggio della stazione e svoltarono a destra in Matterhornstraße, ed erano sempre le scarpe rosa, anche da lontano, a non passare inosservate.

Se dovevano soltanto parlare di qualcosa, a questo punto lui la saluterà, si disse Wagemann che li aveva seguiti.

Vide come i due, che si tenevano ancora sottobraccio, entrarono nel vialetto lastricato in pietra che attraversava il giardino davanti alla casa. Il professor Bodewig indicò l’aiuola con i tulipani portati da Claudia che lui, dopo l’esitazione iniziale, aveva piantato. Arrivarono all’ingresso. Si udì il breve rumore della porta che si chiudeva, dopodiché entrambi sparirono all’interno del numero 6 di Matterhornstraße.

Iniziò a piovere, e così forte che le grondaie, evidentemente intasate, traboccarono. Si sentiva l’acqua tamburellare qua e là vicino al muro della casa, e di sicuro al secondo piano, nei punti in cui il tetto non era impermeabile, l’intonaco sul soffitto aveva cambiato colore. Forse cominciava anche a piovere dentro. Dalle finestre non filtrava nessuna luce e a un certo punto, il temporale non era ancora passato, Wagemann, che aveva cercato riparo sotto un albero, fu visto sollevare il bavero della giacca. Corse, le chiavi in mano, verso la Volkswagen posteggiata al lato della strada. Due, tre gesti e il motore partì, i fari si accesero, ed erano da poco passate le dieci e mezzo, quando Wagemann giunse all’appartamento di Claudia. Lei gli andò incontro sulla porta, volle sapere perché era rimasto fuori tanto a lungo. Wagemann però insistette per asciugarsi prima i capelli. Rimase in bagno ad armeggiare con il phon per un quarto d’ora, e quando ne uscì fu evidente che aveva ben poco da raccontare.

“Allora, come è andata?” domandò Claudia. “Cosa vi siete detti? Gli hai ricordato che la mamma aspetta i mobili? Ha bisogno di qualcosa?” aggiunse.

“Non gli ho parlato, ma sembrava di buonumore. Non credo che lascerà la casa finché c’è il divano,” disse Wagemann, un’osservazione che in qualche modo suonò come un’allusione sconveniente.

 

7

 

Finalmente i mobili arrivarono a Vienna, e il fidanzato di Claudia non dovette dare ulteriori spiegazioni, per esempio perché non fosse riuscito a incontrare il professor Bodewig, o perché, nonostante fosse stato in Matterhornstraße e avesse visto qualcosa, si ostinasse a tacere, e probabilmente fu proprio quel silenzio che, a maggior ragione dopo l’allusione sconveniente a proposito del divano, diede a tutti la certezza che il professor Bodewig avesse i suoi motivi per non lasciare la casa ormai vuota. Quali fossero questi motivi e come mai, per tenerli nascosti, continuasse a inventare scuse inconsistenti, la signora Bodewig non aveva alcuna voglia di scoprirlo. Cambiò la disposizione della stanza per gli ospiti. Nello spazio che aveva lasciato libero per il divano in pelle collocò una vetrina. Ordinò un nuovo tavolo per la cucina, fece in modo che l’appartamento fosse arredato nel giro di poche settimane, e resistette alla tentazione di riunire gli effetti personali del marito, le camicie, i vestiti, le scatole delle scarpe, nell’armadio del suo studio, dove non li avrebbe più avuti davanti agli occhi. Anche il cuscino del marito rimase sul letto matrimoniale, una volta gli cambiò perfino la federa, benché non fosse mai stata usata.

Su un punto tuttavia, malgrado le esortazioni di Claudia, fu inamovibile: si rifiutò di mandare al marito in Matterhornstraß le chiavi della nuova casa al parco di Heiligenstadt. Alla fine di maggio fu organizzata una piccola festa e la casa venne inaugurata. Claudia era arrivata da Berlino con il fidanzato, alcuni vicini, con i quali la signora Bodewig aveva fatto conoscenza, portarono fiori e dolci. Gli ospiti fecero i complimenti all’architetto, che era passato per un saluto, e chiesero notizie del professor Bodewig.

La madre tacque, ma Claudia spiegò che purtroppo il padre era costretto a fare le proprie scuse e, al momento ancora legato all’università di Berlino-Dahlem, aveva buone probabilità, di lì a breve, di ottenere una cattedra a Vienna. Oppure, eventualità altrettanto possibile, sarebbe andato in pensione prima del tempo.

Parlarono della magnifica offerta culturale, grazie alla quale la città era conosciuta in tutto il mondo, raccomandarono alla signora Bodewig di non perdere l'occasione di fare un abbonamento per il Burgtheater o il Musikverein, e così le settimane seguenti fu vista, quasi sempre sola, un paio di volte in compagnia della figlia, seduta nelle prime file della platea del Burgtheater, ed era inequivocabile che la donna dall’aria spossata, la cui acconciatura perfetta era fissata a sinistra con un fermaglio, lei, la berlinese, che quando sentiva il suono del campanello annunciare l’intervallo si univa pazientemente alla fila del pubblico in attesa di prendere lo spumante, una volta con il bicchiere in mano, dopo essersi avvicinata a una colonna ed essersi, per così dire, spostata in disparte, facesse scivolare lo sguardo leggermente disorientato lungo il foyer. Sembrava persa nei propri pensieri e mentre, sebbene se lo fosse imposto, le risultava sempre più difficile non fare congetture sul comportamento del marito, lui era a Berlino seduto sul divano in pelle. Era da solo, e in fondo non c’era più nulla su cui fare supposizioni. La situazione era chiara. Le tracce della notte di veglia non passavano inosservate: là giaceva una coperta disfatta che non apparteneva ai Bodewig. Sopra una cassetta per la legna, rivestita con fogli di giornale, erano appoggiati bicchieri sporchi e bottiglie di vino rosso vuote. Un piattino era stato usato come posacenere, ma colei che aveva fumato una sigaretta dopo l’altra era scomparsa da alcuni giorni. Non c’era più la collana di perle di legno, che altrimenti, quando il professor Bodewig si sdraiava con lei sul divano, pendeva dal corrimano della scala, e non c’erano più le scarpe rosa, che altrimenti stavano sul parquet.

Il professor Bodewig teneva un taccuino sulle ginocchia, e nel caso qualcuno avesse avuto l’opportunità di guardare al di sopra delle sue spalle, avrebbe notato che stava cercando di scrivere una lettera alla moglie. Però continuava a cancellare quello che scriveva e a un tratto, come se l’impresa richiedesse un impegno troppo grande, mise da parte taccuino e stilografica, si chinò in avanti e osservò, come se all’improvviso avesse occhi e orecchi per eventi fino a quel momento trascurati, il cambiamento di luce che si stava verificando nella casa. Fuori cominciava già a imbrunire, mentre qui, all’interno, era ancora chiaro.

Come è possibile, pensò il professor Bodewig, ma si accorse di essersi sbagliato.

Anche dentro stava diventando più buio, e le ombre non arrivarono, come ci si sarebbe aspettato, dalla cantina o dall’ingresso. No, la prima a cambiare fu la cucina. E, a rigor di termini, non si trattava di ombre. Né lì né altrove al primo o al secondo piano era rimasto qualcosa che avrebbe potuto dare un contorno al cambiamento di luce. Le pareti erano nude, e poiché mancavano anche le lampade al soffitto e le tende alle finestre, il calare dell’oscurità avvenne in maniera uniforme e ad ampio raggio. Poco dopo tutto quello che il professor Bodewig aveva avuto davanti agli occhi era immerso in un nero indistinguibile, e anche se all’esterno, come sempre, c’era traffico, questa volta non si vedevano i fari, che generalmente creavano il movimento nella stanza al primo piano, e soltanto al piano superiore, là dove una specie di vetrata da atelier faceva entrare il riverbero dei lampioni, si trovava ancora qualcosa con cui ci si sarebbe potuti orientare. Guardando con più attenzione, si intuiva la porta aperta che conduceva in camera da letto, e si sapeva che da lì si sarebbe sentito provenire a intervalli regolari lo sferragliare del treno per Wannsee.

Qua sotto invece c’è silenzio, pensò il professor Bodewig e all’improvviso sentì la necessità impellente di parlare con la figlia.

Andò al telefono, digitò il numero di Claudia, e la pregò, era scattata la segreteria, di andare da lui in Matterhornstraße appena le fosse stato possibile.

“Vieni la sera,” disse e quando il giorno dopo Claudia arrivò a bordo della Volkswagen, la porta di casa era spalancata. Il padre le andò incontro sorridendo. Senza dubbio non si era aspettato che si presentasse così presto, altrimenti si sarebbe preso la briga di togliere almeno le bottiglie di vino vuote o i bicchieri. La accompagnò su per le scale.

“Siediti” le disse il professor Bodewig, e fece un cenno in direzione del divano.

Claudia esitò. Non passò inosservato che lui si rifiutava di abbandonare il proprio riserbo.

“È tutto sistemato? Hai disdetto il contratto d’affitto?” gli domandò infine.

Il padre tuttavia, come se non valesse la pena entrare in merito ad argomenti tanto irrilevanti, il padre le parlò di quanto fosse emozionante, anzi affascinante, vivere in una casa vuota. Dato che il sole aveva iniziato a tramontare, le fece notare come in quelle stanze il passaggio all’oscurità si compisse in modo inusuale. E infatti: di nuovo, e questa volta più in fretta del solito, si stava facendo buio, e le ombre non arrivarono, come ci si sarebbe aspettato, dalla cantina o dall’ingresso. No, la prima a cambiare fu la cucina. E, a rigor di termini, non si trattava di ombre. Né lì né altrove al primo o al secondo piano era rimasto qualcosa che avrebbe potuto dare un contorno al cambiamento di luce. Il calare dell’oscurità avvenne in maniera uniforme e ad ampio raggio. Questo vide Claudia, e non ci sarebbe stato bisogno che qualcuno glielo avesse fatto notare.

“È così che funziona,” disse e passò in rassegna con ostentazione le bottiglie sparse in giro. “Se non si accende la luce, è buio. E non credi che sarebbe il caso di dare una pulita?” aggiunse.

Il padre non rispose, fissò invece, come aveva già fatto una volta, quando aveva fatto chiamare l’addetto della ditta di spedizioni, la parete di fronte. Claudia seguì il suo sguardo, non riuscì a trattenere un vago sorriso.

“Non c’è più niente lì,” disse nel tentativo di dare alla conversazione una piega familiare. Sfiorò il padre con il gomito. “Non c’è più niente lì,” ripeté.

Ma il padre, anziché ricambiare il contatto, si allontanò all’istante da lei. Tirò fuori il fazzoletto, si schiarì la gola.

“Hai mangiato qualcosa?” chiese Claudia.

Rifletté se passare in Mexicoplatz a prendergli un croissant o un panino, poi si ricordò che anni prima, quando andava ancora a scuola, la mattina presto, appena sentiva i passi del padre, usciva di camera e correva in cucina a preparargli il tè, finché lui non le permise più di farlo.

È sempre stato così, pensò Claudia, non gli è mai piaciuto che qualcuno gli dedicasse troppe attenzioni. E in qualche modo si avvertiva, anche quando si credeva di essergli vicini, una sensazione di estraneità. Proprio come ora, pensò.

La porta d’ingresso sbatté, e fuori, forse perché la Volkswagen era in mezzo alla strada, un clacson cominciò a suonare con insistenza.

 

8

 

La questione sembrò superata.

“È di nuovo solo,” disse Claudia ed esortò la madre a smettere di fare congetture sull’atteggiamento del marito.

Spiegò che il padre, naturalmente per sua stessa colpa, si era messo in una situazione intollerabile, e non aveva nemmeno più la voglia, o meglio la forza, di eliminarne le tracce.

“Ho visto le bottiglie di vino e i bicchieri dai quali hanno bevuto. Ma ti posso assicurare,” aggiunse “che ormai si è lasciato tutto alle spalle.”

La signora Bodewig non batté ciglio quando disse: “Ci ha ingannate, e il trasloco a Vienna era solo un pretesto per liberarsi di me. Mai e poi mai,” disse “mi sarei aspettata da lui tanta meschinità.”

Già, tanta meschinità. Era questo in definitiva che lasciava perplessa anche Claudia. Nonostante ciò: il padre era stato capace, dopo aver fatto sgombrare la casa, di dormire con un’oca sul divano rimasto.

“Cosa si era messo in testa!” gridò la madre. “Credeva, con la scusa del trasloco, di poter iniziare indisturbato una relazione! Credeva che ce ne saremmo state zitte a guardare, mentre di settimana in settimana cercava di sbarazzarsi di noi con pretesti assurdi! E cosa fa adesso?” volle sapere la signora Bodewig.

“Sta seduto sul divano, osserva il calare della sera e, a quanto pare, è convinto che ci sia ancora qualcosa che avrebbero dovuto portare via,” rispose Claudia. E quando si accorse che la madre taceva e non riusciva affatto a capire cosa volesse dire, aggiunse: “Sta passando un momento difficile.”

La signora Bodewig abbassò il ricevitore. Dopo cinque minuti richiamò e disse: “Prima devo sapere se è davvero solo.”

Furono d’accordo, dato che Wagemann era l’unico ad aver visto il padre in compagnia di una donna, nel chiedergli di accertarsi di nuovo che la questione fosse superata. Wagemann acconsentì e si recò, era il terzo viaggio che faceva, in Mexicoplatz con la vecchia Volkswagen. Questa volta, per mantenere la distanza necessaria, posteggiò in Limastraße, e per prima cosa cercò, passando davanti alla casa di Matterhornstraße, di scoprire se, magari al primo piano, dove si trovava il divano, riusciva a scorgere qualcuno. In cucina, a ogni modo fu quello che gli sembrò, la luce era accesa.

Sciocchezze, pensò Wagemann, con questi vetri sporchi su cui si riflette il sole non si distingue nulla. Guardò l’orologio. Forse è di nuovo al ristorante italiano, pensò, e si incamminò, come aveva già fatto una volta, verso Lindenthaler Alee, entrò nella libreria nell’atrio della stazione ferroviaria, sfogliò per un po’ i libri e le riviste, e dopo aver attraversato Mexicoplatz, dopo essersi avvicinato alla trattoria, vide il professor Bodewig, seduto proprio vicino alla porta. La sedia accanto a lui era vuota. Non c’erano tracce della maglietta senza maniche né delle scarpe rosa. Aveva davanti un piatto di spaghetti, beveva un grande bicchiere di vino, e quando sollevò lo sguardo, quando riconobbe Wagemann, che era rimasto immobile, posò il tovagliolo e lo invitò con un cenno della mano. Pochi minuti più tardi i due uomini erano seduti allo stesso tavolo, e anche Wagemann, seguendo il suggerimento del professor Bodewig, ordinò gli spaghetti.

Giunsero al chiarimento desiderato? Il futuro genero riuscì a scoprire se le supposizioni di Claudia erano esatte? Il professor Bodewig era di nuovo solo? Era costretto, qualsiasi fosse il motivo, a mangiare da allora in poi al ristorante italiano senza compagnia?

I due furono visti discutere animatamente. Dopo circa tre quarti d’ora lasciarono la trattoria, fecero ritorno in Matterhornstraße, e anziché, come sarebbe stato ovvio, salutarsi, entrarono nel vialetto lastricato in pietra che attraversava il giardino davanti alla casa. Il professor Bodewig indicò l’aiuola con i tulipani, ormai sfioriti da tempo. Arrivarono all’ingresso. Si udì il breve rumore della porta che si chiudeva, dopodiché entrambi sparirono all’interno del numero 6 di Matterhornstraße.

Era tardi, erano da poco passate le dieci e mezzo, quando Wagemann giunse all’appartamento di Claudia.

“Hai ragione tu, non c’è più nessuno,” disse. “Non ho visto nemmeno bicchieri o bottiglie. Evidentemente ha una donna delle pulizie. Ogni cosa sembrava lucidata, neanche un granello di polvere,” aggiunse. “Le finestre però lasciavano a desiderare.”

“E ha detto di nuovo che non è stato portato via tutto?”

“No, non l’ha detto.”

“E il tramonto?”

“Quello era veramente magnifico,” rispose Wagemann, e a Claudia non restò altro da fare che riferire per telefono alla madre quelle scarse informazioni.

Valutarono se fidarsi delle apparenze, e ritennero che in definitiva era indifferente se fosse stato il padre a lasciare l’amante o l’amante a lasciare il padre.

“Allora presto si farà vivo,” disse la madre con un tono che tradiva qualcosa di simile alla soddisfazione.

Claudia insisté ancora sulla necessità di fare i giusti rimproveri al padre, che non sembrava trovarsi in una situazione invidiabile, senza dubbio bisognava farglieli, ma senza esagerare.

“Ci proverò,” disse la signora Bodewig. “Però,” aggiunse “ti garantisco che finiremo per discutere.”

 

9

 

Una settimana più tardi, il professor Bodewig, mentre era occupato in cucina, sentì un rumore. Non era forse qualcuno che cercava di aprire la porta, e non era forse assolutamente chiaro che non ci sarebbe riuscito? Si tolse le scarpe, scese in calzini nell’ingresso. Una presa energica sulla maniglia, spalancò la porta, e si trovò di fronte un uomo di una certa età.

“Chi è lei?” chiese il professor Bodewig.

Era l’amministratore. Aveva con sé una ventiquattrore, estrasse un foglio di carta.

“Abbiamo ricevuto una lettera di disdetta da Vienna, e ci era stato comunicato che la casa era già libera.”

“Questa è la firma di mia moglie,” disse il professor Bodewig dopo aver gettato un’occhiata alle poche righe. “Non ha nessun diritto di disdire. Il contraente sono io.”

“Sì, esatto,” commentò l’altro e rimise a posto il foglio.

Sembrava diffidente. Era chiaro che l’uomo, che guardava oltre le spalle del professor Bodewig, aveva l’intenzione di controllare l’interno della casa, e infine, dopo che il professor Bodewig lo ebbe guidato in ogni piano e gli ebbe fatto vedere i punti del soffitto in cui l’intonaco aveva cambiato colore, l’amministratore indicò le pareti nude e domandò:

“Quindi lo stabile non è più abitato?”

“Cosa glielo fa pensare?”

“In caso contrario ci sarebbero i mobili.”

“Ho un divano, un bagno rinnovato di recente, in cucina ci sono il tavolo e le sedie. Non sta a lei dirmi come arredare casa mia,” disse il professor Bodewig.

Spiegò di avere fretta. Doveva andare all’università. Accompagnò l’amministratore alla porta, lo vide attraversare esitante il giardino e fermarsi in Matterhornstraße. Appoggiò a terra la ventiquattrore, si voltò ancora una volta e scrutò la facciata.

Dopo questo incontro il professor Bodewig rimase di cattivo umore ed entrò controvoglia nell’aula, in cui non era rimasto neanche un posto libero. Nonostante fosse vietato fumare, nell’aria aleggiava un denso fumo di sigarette. Qualcuno ridacchiò.

Bisogna essere dotati di un notevole entusiasmo per insegnare lo stesso programma semestre dopo semestre, pensò il professor Bodewig, e per la prima volta si rese conto che i manoscritti nel raccoglitore ad anelli avevano un aspetto logoro, gualcito.

Quante volte li aveva usati? Più o meno per vent’anni. Certo, aveva ampliato gli argomenti aggiornandoli costantemente. Doveva tenere in considerazione le mode che si avvicendavano, presenti anche nel suo settore di specializzazione, ma in fondo ripeteva sempre le solite cose, e quel giorno si sorprese a fare battute in proposito davanti agli studenti.

La sera il professor Bodewig andò in centro. Claudia lo aveva invitato a cena, e lì, dove le candele ardevano sulla tavola apparecchiata, dove gli fu servito un buon vino rosso, lì il professor Bodewig avrebbe finalmente avuto la possibilità di spiegarsi. Oppure, se avesse preferito evitare l’argomento, avrebbe almeno potuto lasciar cadere alcune osservazioni che permettessero di intuire le sue intenzioni future. E naturalmente anche Claudia sarebbe stata disposta a non fare parola di tutto quello che aveva fatto soffrire lei, e soprattutto la madre, se solo il padre fosse stato almeno un po’ più affabile.

“Devo riferire: per quanto riguarda Vienna non c’è più motivo di rimandare ancora il trasloco. Qualsiasi cosa sia successa, è stata dimenticata e perdonata.”

Ma il padre si comportò come se non sapesse di cosa parlava. Ringraziò per la cena, sorseggiò il vino, chiese notizie di Wagemann, di cui sembrava sentire la mancanza, e la conversazione, che toccava argomenti senza importanza, diventò sempre più spiacevole, finché il padre, a cui la delusione della figlia non era affatto indifferente, finché il padre, sicuramente con l’intenzione di mettere fine a quell’indegno nascondino, domandò:

“E quando vi sposate?”

“Non prima della prossima estate.”

“Allora saluta Wagemann da parte mia. Abbiamo fatto una bellissima chiacchierata, per così dire da uomo a uomo. Non deve dimenticare i miei consigli,” aggiunse il professor Bodewig.

Poi, dopo essersi alzato, guardò negli occhi la figlia ,che evidentemente si sforzava di soffocare l’indignazione per il fatto che il padre aveva osato, lui che si era comportato in modo così meschino, impartire consigli al suo fidanzato.

Che genere di consigli potranno mai essere? pensò Claudia, e si propose di fare attenzione che Wagemann non capitasse più nelle vicinanze di Mexicoplatz.

Si alzò anche lei, porse la mano al padre, ma si spostò, in modo che lui non potesse darle un bacio di commiato sulla fronte come faceva di solito, e ritornato in Matterhornstraße, dovette passare un po’ di tempo prima che il professor Bodewig si levasse il cappotto. Non si era tolto nemmeno il cappello quando salì la scala che portava a quello che una volta era il suo studio, e si fermò, dopo aver posato le chiavi dell’auto, il portafoglio e qualche spicciolo, come indeciso. Rimase completamente immobile, avvertì, dato che aveva lasciato di nuovo aperta la porta d’ingresso, uno spiffero, e quanto fosse pungente, quanto fosse rinfrescante l’aria che soffiava da nord-ovest, dalla regione dei laghi e dalla Havel.

 

10

 

Una volta di più, il professor Bodewig poteva avere la certezza che il trasloco nello stabile di Heiligenstadt era ancora possibile, e che la moglie, invece di trarre conclusioni, si preoccupava a causa sua. Provare ancora a telefonargli era fuori discussione. Allo stesso modo, si rifiutava di scrivergli una lettera. Tuttavia accarezzava l’idea di prendere di nascosto un aereo per Berlino. Chi avrebbe potuto impedirle di chiamare un taxi e andare in Matterhornstraße? Sarebbe stata a casa sua, e avrebbe avuto tutti i diritti di questo mondo di tirare fuori il vecchio mazzo di chiavi e, come aveva fatto per decenni, aprire la porta. Certo, doveva fare i conti con l’eventualità che la serratura fosse stata cambiata e che, una volta costretta a suonare il campanello, non le aprisse nessuno.

“Gerhard!” avrebbe chiamato, e poi di nuovo: “Gerhard!”, mentre dal giardino avrebbe cercato di guardare nell’ingresso dalla finestra.

Infine sarebbe salita di nuovo sul taxi, per farsi portare alla prima pensione che capitava. Sarebbe andata a letto presto, dopo aver lasciato aperta la finestra, avrebbe ascoltato gli schiamazzi dei germani reali nello Schlachtensee, e avrebbe trovato inconcepibile che il marito, a nemmeno un chilometro e mezzo di distanza, fosse a sua volta sdraiato vicino a una finestra aperta, e fosse diventato impossibile ristabilire un contatto con lui.

Eppure, pensò, fino a tre mesi fa dormivamo ancora nella stessa camera!

E stranamente: malgrado le circostanze fossero state dolorose, la signora Bodewig valutò se, nel caso in cui il marito fosse tornato a Vienna con lei, sarebbe stata ancora possibile una vita insieme, e si stupì nell’accorgersi che non nutriva il benché minimo dubbio al riguardo. Lui, che si rifiutava con ostinazione, che forse l’avrebbe obbligata, a Berlino, dove era nata e cresciuta, a passare la notte in un’anonima pensione, lui, leggermente tarchiato e per il quale era difficile trovare una giacca adatta alle sue spalle larghe, continuava comunque a esserle familiare.

E il professor Bodewig?

In altri lidi, pensava, cercando di ricordare la prima volta che gli era venuto in mente questo modo di dire.

Mentre riordinava il bagno trovò un bracciale che era scivolato dietro il lavandino. Voleva metterlo in una busta, trovò anche l’indirizzo, scritto sulla prima pagina dell’elenco telefonico, ma poi lo gettò nel sacchetto della spazzatura. Aveva finalmente organizzato il trasloco, aveva comprato una valigia nuova per le cose rimaste. I pochi mobili intendeva farli ritirare dal servizio raccolta rifiuti ingombranti, e decise, non appena se ne fosse presentata l’occasione, di fare domanda per il pensionamento anticipato.

Per noi è meglio così. A lungo andare non resisterei a viaggiare avanti e indietro tra Dahlem e Vienna, pensò il professor Bodewig, malgrado sapesse che non avrebbe mai riunito le ultime cose nella valigia nuova, non avrebbe mai fatto ritirare i pochi mobili dal servizio raccolta rifiuti ingombranti e non si sarebbe mai trasferito da sua moglie a Heiligenstadt.

Ancora una volta fu tentato di farglielo sapere. Aprì la scatola di cartone per rileggere la lettera che aveva scritto settimane prima e poi accantonato. Scorse le prime righe, scrollò la testa per la calligrafia incostante, quasi incomprensibile. Ma invece di prendere il taccuino e la stilografica per scrivere un’altra lettera, si rimise in piedi, indossò la giacca e si diresse, come continuava a essere sua abitudine, a mangiare al ristorante italiano. Quella sera la trattoria era affollata. I tavoli erano stati uniti, c’era un’atmosfera allegra e rumorosa, qualcuno stava festeggiando il compleanno. Il professor Bodewig non si accomodò vicino alla porta. Gli era stato riservato un posto nella sala attigua. Là bevve la sua mezza bottiglia di Amarone e, una volta ritornato in Matterhornstraße, non dovette attendere molto il calare dell’oscurità.

Come sempre, un po’ più tardi secondo la stagione, iniziò a farsi buio, e le ombre non arrivarono, come ci si sarebbe aspettato, dalla cantina o dall’ingresso. No, la prima a cambiare fu la cucina. E, a rigor di termini, non si trattava di ombre. Né lì né altrove al primo o al secondo piano era rimasto qualcosa che avrebbe potuto dare un contorno al cambiamento di luce. Le pareti erano nude, e poiché mancavano anche le lampade al soffitto e le tende alle finestre, il calare dell’oscurità avvenne in maniera uniforme e ad ampio raggio. Ed era già sorprendente che il professor Bodewig, ancora una volta dopo così tante settimane, o erano mesi, per osservare quel fenomeno, restasse seduto sul divano, scomodamente proteso in avanti. E sulla parete di fronte, quando la linea d’ombra si spostava, non si scorgeva forse qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi lì, o che, si potrebbe presumere, non era stata portata via? E questa cosa, di fronte alla quale nemmeno Claudia e, prima di lei, l’addetto della ditta di spedizioni erano riusciti a trattenere un vago sorriso e che anche il professor Bodewig sapeva non essere altro che un’illusione, questa cosa gli dava l’impressione di essere sulla strada giusta.

Sulla strada giusta per dove? Per essere in grado di fare chiarezza su quel punto, l’avanzare dell’oscurità aveva una durata troppo breve. Anche se all’esterno, come sempre, c’era traffico, mancavano i fari, che generalmente creavano il movimento nella stanza al primo piano, e stando così le cose e dato che anche la vetrata da atelier al piano superiore non faceva più entrare il riverbero dei lampioni, con il quale altrimenti sarebbe stato possibile orientarsi, era naturale che, alla fine, quello che il professor Bodewig aveva avuto davanti agli occhi fosse immerso in un nero indistinguibile, e ora la sensazione di trovarsi sull’orlo di un baratro era completa, nonostante sapesse che c’era ancora la scala, che portava nell’ingresso e poi scendeva in cantina.

 

 

 

postato da: redazionevoland alle ore 16:19 | Permalink | commenti (6)
categoria:pagine
lunedì, 18 dicembre 2006

Siamo qui, con le 15 casse di libri che il corriere ci ha consegnato oggi (ritirate alla Fiera del libro di Roma lunedì), freneticamente cerchiamo di metterli a posto per stasera, anzi, per le 18, quando comincerà ad arrivare la gente (speriamo!!) per la festa. Intanto io devo pure occuparmi del cibo e del vino (10 litri di rosso toscano, lenticchie, insalata di pollo, polpettine, insalata con noci e roquefort...). In tutto questo, abbiamo appena licenziato un libro, La mala morte, che uscirà a gennaio (bellissimo) e consegnato al grafico per l'impaginazione un altro libro, Abbacinante, del mitico Cartarescu. Siami sfinite, ma vi abbiamo preparato anche un regalo. Un racconto tratto da Donne che viaggiano da sole di José Ovejero. Il nostro preferito. Buona lettura e buone feste. Ci rivediamo a gennaio su queste pagine.

I compagni di viaggio

(Tulum – Città del Messico, Messico)

 

            Fino all’ultima sera nessuno dei due aveva dato segni di inquietudine. Ed è curioso che María Elena si mostrasse diffidente proprio allora, quando tra noi iniziava a esserci, non dico amicizia, ma almeno la spigliatezza tipica di un piccolo gruppo che viaggia insieme da diversi giorni, condividendo colazioni, pranzi, cene, hotel, attese, i piccoli contrattempi di qualsiasi viaggio. Ci stavamo persino abituando alle rispettive manie e agli atteggiamenti dietro ai quali ognuno nasconde l’inevitabile batticuore che produce attraversare territori sconosciuti, con usanze e codici di comportamento diversi dai propri.

            Anche se, a dire il vero, a me continuava a dare abbastanza sui nervi la finta spontaneità di Carlos, quella specie di entusiasmo giovanile con cui cercava di trasformare in avventura degna di essere raccontata al ritorno qualsiasi situazione appena al di fuori della norma, almeno secondo i parametri della cittadina spagnola in cui vivevano. In quei momenti María Elena oscillava fra l’innamoramento e la vergogna, come una madre che, orgogliosa del figlio persino quando fa una marachella, finge di rimproverarlo solo per assicurare a entrambi l’indulgenza dei presenti.

            In effetti, la prima volta che li vedemmo, in una caletta sotto le rovine di Tulum, stavano interpretando entrambi le parti che dovevano aver accettato fin dall’inizio della loro relazione.

            Sarà stato poco dopo le otto del mattino, quando non erano ancora arrivati i primi pullman di turisti e la cala era deserta. Carlos – io e Patricia li osservavamo da una piccola scogliera, ai piedi della costruzione chiamata La Torre dei Venti – correva per la spiaggia esclamando a gran voce: È il paradiso! Siamo in paradiso! proclamava togliendosi frettolosamente i vestiti, e lo gridava ancora mentre correva nudo e sguazzava in acqua, finché non si tuffò e non udimmo più i suoi schiamazzi.

            Emerse subito a pancia in su, mostrando il corpo poco abbronzato e il sesso leggermente in erezione, e solo allora si accorse della nostra presenza.

            We are in fucking paradise! – ci gridò agitando un braccio. Immagino che lo disse in inglese perché io sono biondo e mia moglie ha i capelli rossi. Gli restituii il saluto con la mano e scesi in spiaggia con Patricia. María Elena tirò fuori un enorme asciugamano verde da una sacca sportiva e rimase in piedi sulla riva, per coprire il marito non appena avesse terminato di fare il bagno.

            – Vieni, scemo – lo chiamò quando finalmente uscì dall’acqua. Cercò di acchiapparlo con l’asciugamano, ma lui lo scostò con una manata facendolo cadere sulla sabbia e mentre lei si chinava a raccoglierlo la prese per la vita. María Elena si oppose come poté ai tentativi di Carlos di toglierle i vestiti, sorridendo verso di noi come per scusare le pazzie del marito.

            – Approfittane per fare il bagno nuda: l’acqua è stupenda.

            Lei rideva imbarazzata e a bassa voce gli diceva qualcosa che non riuscimmo a udire.

            – Dài, guarda le palme, e il colore dell’acqua, e le rovine! È veramente il paradiso. Quei due non diranno nulla – aggiunse indicandoci. – Vero che non vi importa se mia moglie fa il bagno nuda? – chiese in spagnolo, forse sperando che non lo capissimo.

            – Non lo diremo a nessuno – lo tranquillizzai, alzando la mano destra come per ribadire il giuramento. Ma lei fece diversi passi indietro e si mise in salvo dal marito, che rimase in piedi, con la faccia al cielo, ad asciugarsi ai raggi di un sole non ancora troppo cocente. Dopo essersi scrollato i capelli neri come un cagnolino e tamponato la barba, si avvicinò dove eravamo seduti noi.

            – Figo questo posto, vero? Mi chiamo Carlos. E lei è María Elena.

            Gli strinsi la mano.

            – Elías.

            – Pati, Patricia.

            Credo che Carlos fosse il tipo di uomo che piace a mia moglie: magro, leggermente muscoloso, con lo sguardo inquieto e, quando lo posava un attimo, penetrante; pieno di voglia di vivere, di fare qualsiasi cosa pur di non perdere lo sprint dell’adrenalina; convenzionale nello sforzo per apparire poco convenzionale. Gli diedi trent’anni, a lei qualcuno di più.

            Anche María Elena si avvicinò e, dopo averci dato la mano, si sedette sulla sabbia accanto a noi. Mentre chiacchieravamo con Carlos, lei aveva lo sguardo perso in lontananza e un’espressione deliberatamente sognante. Era una di quelle donne che nascondono la timidezza dietro una spiritualità un po’ finta e fanno passare la solitudine per contemplazione.

            Da quello che ho detto, potrebbe sembrare che non mi erano simpatici, ma non è vero. Tutti recitiamo un po’, e non sono certo la persona più adatta a condannarli. Ma osservare, capire gli altri, per me è diventato un vizio e uno strumento del mestiere; immagino che, come lo psicologo delle barzellette, se a una festa arrivasse una donna nuda, sarei quello che, invece di guardare la donna, guarderebbe gli altri.

            A Patricia furono subito simpatici. Soprattutto María Elena. Non dico che fosse entrata nelle sue grazie, ma fin dal primo momento aveva instaurato con lei quello che si potrebbe definire un rapporto di complicità femminile, un fronte comune contro gli scherzi di Carlos o i miei, sostenendosi incondizionatamente quando c’era da prendere decisioni, e perdendosi in un gioco di bisbigli e confidenze impossibili.

            Visitammo insieme le rovine. Carlos era un vero esperto di città maya e ci raccontava particolari sull’organizzazione sociale e la vita religiosa di quel popolo che vide arrivare gli spagnoli dalla torre di guardia di Tulum. Mi inteneriva il fatto che mentre spiegava abbassasse leggermente la voce, con una timidezza che mostrava solo in quei momenti, e capii che nelle sue spiegazioni non c’era pedanteria né smania di mettersi in mostra; al contrario, ci era grato che lo stessimo a sentire, temeva di diventare noioso.

            – È il tuo hobby? – chiesi mettendogli la mano sulla spalla.

            – Era un sogno – rispose, e i suoi occhi si fermarono più a lungo del normale, guardandomi con una punta di dispiacere; alla fine sorrise e mi strinse anche un braccio con la sua mano ossuta. Non mi aveva ancora raccontato che organizzava corsi sull’ottimizzazione delle risorse informatiche delle imprese. I maya erano il mondo nel quale si rifugiava per non rassegnarsi al futuro che incombeva su di lui, anzi, che gli era già addosso.

            A María Elena le piante e gli animali interessavano più delle pietre; fotografava fiori con una vecchia  macchina manuale, dall’aria solida e pesante.

            – Non preferisci questa? – le chiesi mentre era accovacciata intenta a osservare un’iguana, e quando si girò, la fotografai con la mia Canon Ixus. Rise e disse che erano giocattoli per bambini, privi di consistenza, e poi non avrebbe mai e poi mai usato una macchina nella quale non si sentissero i movimenti dei pezzi che la compongono, quella che lei chiamava “la sua vita interiore”. Guardai l’immagine che era rimasta sul display; più che bella María Elena era armonica, sembrava relativamente in pace con se stessa, come se si fosse accettata così com’era, quasi non avesse mai avuto grandi aspettative nella vita, e senza che ciò le importasse poi molto. In lei non c’era civetteria, né alcuna volontà di seduzione. Probabilmente le bastava avere Carlos. Di sicuro sarebbe stata una buona madre. Non salvai la foto.

            Forse la cosa che più mi colpì della passeggiata – non sono un fanatico delle rovine e, in genere, neanche della storia – fu quando un’iguana, un maschio adulto di almeno un metro, si tirò su tendendo le zampe davanti, scrollò il capo guardando María Elena e si diresse verso di lei con minacciosi movimenti preistorici. Mi sorprese che María Elena, di nuovo accovacciata quasi volesse sempre essere alla stessa altezza degli oggetti che osservava, non sussultasse né retrocedesse di un passo; guardò avanzare l’animale con attenzione, affascinata dalla sua vicinanza, e pensai che lei, anziché inseguire un sogno ormai impossibile come Carlos, cercava di rompere la crosta secca della quotidianità attraverso il contatto con quella che avrebbe definito natura. Alla fine fu l’iguana a indietreggiare e sparire giù per la scogliera. Io e Patricia ci scambiammo uno sguardo meravigliato.

            Alle dieci il sole picchiava con la solita violenza e il luogo era affollato di comitive di turisti. Carlos e María Elena erano arrivati a piedi dal posto dove alloggiavano, un campeggio di bungalow a circa tre chilometri a sud delle rovine. Siccome noi stavamo in paese, altri due chilometri più a sud, ci offrimmo di accompagnarli in taxi e loro accettarono volentieri.

            – Però dividiamo la corsa – disse María Elena.

            – Non dite sciocchezze. Noi avremmo preso comunque un taxi.

            Li lasciammo all’entrata del campeggio e li vedemmo sparire lungo un vialetto sterrato tra gli alberi, abbracciati, ridendo; lui probabilmente aveva fatto una delle solite battute e lei non aveva saputo resistere a quella ragazzata.

            – Come ti sembrano? – chiesi.

            – Non c’è male.

            Patricia si sedette pensierosa di fianco a me.

            – Solo non c’è male ?

            – Lei è molto simpatica. No?

            Mi strinsi nelle spalle, evitando ogni commento. Anche nella nostra coppia ognuno ha ruoli precisi: sono sempre io ad assumermi le responsabilità.

            Quella sera avevamo appuntamento con loro per cenare al ristorante del campeggio, un locale all'aperto, riparato solo da un tetto di paglia sostenuto da pali di legno. Dal tavolo si vedeva il mare.

            La cena fu piacevole. Erano davvero una coppia simpatica. Non proprio estroversi – d’altronde tutti serbiamo qualche segreto anche quando sembra che ci apriamo agli altri – ma con un modo di comunicare semplice, disinvolto. Carlos ci parlò del suo lavoro sforzandosi di farlo apparire più interessante di quanto non fosse, probabilmente per nascondere una caterva di sogni infranti dietro l’accettazione di una vita monotona. María Elena ci disse di essere traduttore giurato, guadagnava benino e le restava tempo per i suoi hobby: la palestra tre volte alla settimana, l'impegno con Amnesty International e la collezione di foto antiche. Trovò molto divertente che io e Patricia avessimo affermato di vivere di rendita.

            – Che invidia!

            – Be’, io non resisterei senza un lavoro.

            – Ma cosa dici, pensa ai viaggi che potremmo fare!

            – Viaggiamo già. Tutti gli anni. Dell'America ci manca solo il Canada.

            – E le Guayane e Panama.

            – Non avete figli?

            Il silenzio con cui accolsero la domanda di Patricia mostrò che quello era un argomento di conflitto. Mentre stavamo zitti si udiva il mormorio di un mare particolarmente calmo. Dai cespugli uscì correndo un animale delle dimensioni di un grosso ratto, percorse un pezzo di spiaggia illuminato da un faretto del ristorante, annusò il terreno ai piedi di un albero e tornò velocemente a nascondersi tra le ombre. Solo dopo qualche secondo María Elena rispose:

            – Lui non ne vuole.

            – Preferirei un cane – aggiunse Carlos, e fece una smorfia per suscitare la nostra ilarità, ma il dissapore tra loro era palese, e il nuovo silenzio che seguì ne fu la conferma.

            – E voi?

            Fu Patricia a rispondere:

            – Io ho una figlia. Ma vive con il padre...

            Mi guardarono entrambi, forse per accertarsi di avere il mio permesso prima di continuare con le domande. Ignorai i loro sguardi e cambiai argomento. Credo che Carlos me ne fu grato.

            – Qual è la vostra prossima meta?

            – Palenque. Dicono che è una figata. La paragonano a Tikal. E a me Tikal... vero, María Elena? – lei annuì anche se con un’espressione vagamente dispiaciuta. – Ci siete stati?

            – No. Vivo in Messico da vent’anni e non mi è mai venuto in mente di fare un viaggio fin là. Patricia mi ha proposto di andarci proprio domani o dopodomani.

            Carlos e María Elena erano due spagnoli tipici, sempre pronti a formare un gruppo, a unirsi strada facendo a chiunque parlasse la loro lingua, ancor meglio se si trattava di un connazionale. Per quella coppia viaggiare aveva davvero senso solo se conoscevano gente, se stringevano nuove amicizie, insomma, se intrecciavano quei legami poco solidi che si creano condividendo per qualche giornom la stessa esperienza  e tornavano a casa con indirizzi di persone che non avrebbero mai più rivisto e di cui pochi mesi dopo si sarebbero ricordati solo sfogliando l’album di foto. Non mi sorprese che Carlos proponesse con grande entusiasmo di andare insieme a Palenque. Dopo aver esitato un po’, io e Patricia accettammo. Il giorno seguente decidemmo di prendere il pullman notturno per San Cristóbal de las Casas e da lì cercare una coincidenza per Palenque. Fummo tutti d’accordo a non andarci con un gruppo di turisti, ma con i mezzi pubblici.

            – In fin dei conti – dissi – la guida ce l’abbiamo già.

            Credo che Carlos arrossì.

            – Sì, una guida a rompere i coglioni è già abbastanza – osservò ridendosela.

            Dopo cena passeggiammo lungo la spiaggia; le due donne, qualche metro più indietro, non la smettevano di chiacchierare; le loro voci ci arrivavano come da molto lontano, da sopra il leggero sciabordio delle onde, e avevano qualcosa di familiare, mi ricordavano la sensazione rassicurante che provavo durante l’infanzia quando dal letto udivo gli adulti chiacchierare in salotto; mi voltai e vidi che si tenevano a braccetto.

            Io e Carlos camminavamo molto più silenziosi; fece un paio di domande su di me – quando ero arrivato in Messico, perché ero rimasto a vivere in questo paese, se non mi mancava la Spagna – ma le mie risposte, sempre laconiche, non riuscivano ad avviare una vera e propria conversazione. Carlos tirò fuori uno spinello già pronto e lo accese, facendo scudo alla fiamma con il corpo e sollevando anche un lembo della maglietta per ripararla meglio. Me lo passò dopo aver dato un paio di tiri.

            – Sarebbe come chiudere la bara.

            Stranamente capii cosa volesse dire senza bisogno di spiegazioni. Vidi che aveva gli occhi puntati su di me, ma continuai a guardare in avanti, voltandomi persino un po’ verso il mare.

            – Non so se mi capisci. Viaggiare non è tutto, di certo non è tutto, ma si possono fare altre cose.

            – Si possono fare comunque.

            – No, quando hai figli non le fai più. Significa prendere una decisione per tutta la vita. È un po’ come arrendersi. – Carlos unì le mani davanti al corpo e le protese verso di me come fossi lo sceriffo pronto ad arrestarlo. Gli restituii la canna.

            – Con i bambini non si possono visitare posti simili, e soprattutto non potresti mai dire: io rimango qua. Non torno più. Questa foresta o queste montagne saranno la mia casa, perché casa mia è dove sto bene, non dove ho la sveglia e la televisione. Non so se mi capisci.

            – Certo che ti capisco.

            – Insomma, non faccio esattamente la vita che vorrei fare, perché negarlo? Ma comunque María Elena è una brava ragazza, le voglio davvero bene.

            Di nuovo il suo sguardo sul mio profilo. Questa volta, però, mi girai verso di lui e annuii col capo.

            – Se mi vedessi sul lavoro non mi riconosceresti. In giacca e cravatta...

            – Si tratta soltanto di lavoro. Anch’io portavo la cravatta. Ci sono altre cose.

            – O possono esserci. Finché possono esserci, finché esiste la possibilità che ci siano, il resto, quello che stai facendo, è qualcosa di passeggero, non è per sempre, non è la tua vita. Su questo non ci piove. Quanti anni hai?

            – Quarantanove.

            – Fai quello che vuoi...

            – Più o meno.

            – ... perché non hai figli. Figli tuoi, voglio dire.

            La conversazione mi irritava. Mi voltai di nuovo verso le donne aspettando che Patricia rispondesse al mio cenno di avvicinarsi. María Elena alzò la mano come per salutarmi, ma interruppe quel gesto a metà per sistemarsi i capelli dietro l’orecchio. Un cane abbaiava dall’altra parte della strada. Mi fermai e mi sedetti sulla sabbia per aspettare che le donne ci raggiungessero. Carlos si accovacciò di fianco a me.

            – Non dirle niente.

            – Ci mancherebbe altro.

            – È una donna straordinaria. Senti, scusa per lo sfogo.

            Per fortuna arrivarono in quel momento. María Elena accarezzò la testa di Carlos, lo guardò e dopo guardò me; ebbi l’impressione che si intenerisse nel vedermi fare amicizia con il marito.

            – Avete fumato – disse María Elena.

            – Egoisti. Potevate avvisarci.

            Patricia si sedette accanto a me e mi posò la testa sulla spalla; loro guardavano il mare abbracciati. Sembravamo quattro amici di lunga data, capaci di condividere chiacchierate e silenzi, di salvaguardare persino l’intimità di ciascuna coppia, che poteva accarezzarsi e abbandonarsi a romanticherie senza provare alcun imbarazzo per la vicinanza degli altri.

            – Non c’è luna – dissi, non so perché, né so perché María Elena mi sorrise.

            Al ritorno prendemmo un taxi. Sui sedili davanti avevano messo a mo’ di fodera una maglietta con la foto di un politico locale. Patricia mi raccontò che si erano intrattenuti a parlare di bambini, di quanto fosse importante per María Elena avere figli. Pensava persino di separarsi se lui non avesse accettato. Lei non poteva aspettare in eterno; l’orologio biologico e tutte quelle storie lì.

            – Lui non vuole, vero? – mi chiese.

            – No.

            – Peccato!

            Le diedi uno schiaffo. Il tassista ci guardò dal retrovisore, ma non osò intervenire. A Patricia tremavano le labbra. Dentro il taxi faceva caldo, aprii il finestrino, ma l’aria dall’esterno non era molto più fresca. Fino all'hotel non ci rivolgemmo più la parola. Patricia scese mentre il tassista mi dava il resto.

            – Non ci si comporta così, signore – mi disse.

            Non gli lasciai mancia.

 

Viaggiare è l’oppio dei popoli. Non ho ancora capito cosa spinga le persone a spostarsi migliaia di chilometri, ad alloggiare in squallidi hotel, a girare in lungo e in largo per paesi dove non capiscono quello che si dice, a imbattersi continuamente in altri turisti. Sopportano otto o dieci ore al giorno in ufficio, ore di spostamento in metropolitana o in auto, una vita familiare insoddisfacente, e si consolano, come gli sfruttati di ogni epoca, con una fantasia del paradiso destinata a compensare le sofferenze. Diversamente dal passato, oggi puoi comprarti un biglietto per il paradiso e scegliere l’hotel.

            Devo confessare che, malgrado tutto, il viaggio con Carlos e María Elena fu abbastanza piacevole, forse perché l’entusiasmo di Carlos era tanto contagioso che, senza trasformarmi in un patito di archeologia maya, mi permetteva di apprezzare il fatto di scendere il fiume Usumacinta su una lancia  in cerca delle rovine di Yaxchilán o passeggiare per i prati di Palenque. Gli andavamo dietro tutti e tre, spesso con un sorriso accondiscendente sulle labbra, mentre lui trottava da una piramide all’altra (tanta era la sua impazienza di vedere tutto), saliva di corsa le decine di gradini fino alla sommità, dove si sdraiava senza fiato, o scrutava instancabile le acque torbide del fiume con la speranza infantile di avvistare un coccodrillo, additando in continuazione rami, tronchi e persino bidoni di plastica, sempre con le stesse parole: guarda, guarda, un coccodrillo! Io, che preferisco la tranquillità senza imprevisti degli hotel a cinque stelle all’epica light della giungla addomesticata, finii per lasciarmi convincere a passare una notte in una delle capanne che gli indios lacandoni affittavano a turisti nostalgici di quella vita primitiva che loro avrebbero desiderato abbandonare il prima possibile. La scoperta di un’antenna parabolica su una capanna provocò a Carlos una tale  delusione che ci spinse a sfotterlo per giorni.

            María Elena era una compagna di viaggio accomodante; manifestava raramente particolari esigenze e si adattava a tutto, dalle escursioni nella giungla piena di fango, alle bevute fino a tarda notte nel bar dell’hotel, alle ore passate a visitare rovine, anche se, come aveva confidato a Patricia, le sembravano tutte uguali. Come unica condizione pose di avere una stanza con bagno... ma ache lei finì per accondiscendere alla notte nella capanna lacandona pur di soddisfare il capriccio del marito di dormire nella giungla.

            Carlos si occupava di scegliere i luoghi da visitare – fortunatamente neanche a lui piacevano granché i musei – e dopo, di mostrarceli e spiegarceli con la sicurezza di chi c'è stato decine di volte. Io, invece, premetti per, incaricarmi degli aspetti logistici: selezionavo hotel e ristoranti, li accompagnavo a cercare un bancomat quando dovevano prelevare soldi, controllavo gli orari e tenevo la cassa comune che avevamo messo insieme il primo giorno di viaggio.

            Vista l’armonia creatasi tra noi non parve strano che, al ritorno da San Cristóbal, li invitassimo a trascorrere qualche giorno a casa nostra a Città del Messico. María Elena si mostrò riluttante, perché la spaventava la delinquenza per cui è nota la capitale e perché in realtà avevano in programma di andare a Oaxaca e poi qualche giorno a Puerto Escondido. Fatto sta che Patricia la sorprese quando, credendo che nessuno a parte Carlos potesse vederla, scrollava il capo per fargli capire che avrebbero dovuto rifiutare l’invito.

            Carlos invece era favorevole a venire a Città del Messico.

            – È un’occasione – disse a María Elena. – Visitare la città con qualcuno del posto.

            – Sai che ho paura.

            – Proprio per questo, meglio farlo con chi sa dove puoi o non puoi andare . A me piacerebbe un sacco.

            Non volli sembrare insistente quindi lasciai che si mettessero d’accordo tra loro senza intervenire. In ogni caso quel pomeriggio María Elena e Patricia andarono a comprare artigianato a San Cristóbal e, quando tornarono, María Elena era già convinta, soprattutto perché Patricia le aveva detto che di notte nemmeno Puerto Escondido era molto sicuro. Il giorno dopo andammo tutti e quattro in taxi a Tuxtla Gutiérrez per prendere l’aereo per Città del Messico.

 

Abitiamo molto vicino al quartiere di Coyoacán, dove passammo con il taxi che avevamo preso all’aeroporto perché Carlos e María Elena potessero farsi un’idea prima di arrivare a casa nostra. Ovviamente furono colpiti dall’architettura coloniale, dalla piazza ancora animata, dalle terrazze dei caffè, dalle persone spensierate che sembrano vivere a un ritmo diverso dal resto della città. Malgrado tutto, dal sedile posteriore, María Elena sussurrò a Carlos: “ Comunque la sera non usciamo, vero?”

            Durante il viaggio non mi era sembrata una persona paurosa. Non aveva nemmeno quelle fobie per ragni, insetti, topi o serpenti con le quali certe donne sembrano voler sottolineare la propria femminilità; per di più la scena con l’iguana mi aveva convinto che non era una fifona. Da quando eravamo atterrati a Città del Messico, però, appariva tesa. Anzi, fin da prima: intravedendo dal finestrino dell’aereo la città, osservava da un’altezza sempre minore il mare magnum in cui ci saremo tuffati, una pianura di luci apparentemente interminabile, come se la città non avesse confini, come se non esistesse altro, solo case, strade intasate, palazzoni di uffici, un’atmosfera alla Blade Runner, e sussurrava in modo intermittente: che orrore, che orrore! A me quando atterro a Città del Messico sale l’adrenalina, mi sento giovane. Ho l’impressione di immergermi in un mondo con leggi diverse, in una giungla di animali impazienti che competono tra loro senza falsi scrupoli né considerazioni ipocrite; in Messico i mendicanti non ti fanno pena – in altre città fingi che te la facciano – e li eviti solo perché possono essere pericolosi.

            – Perché orrore? – le chiesi.

            – È mostruoso. Una città con tanta gente, inquinata, sporca, piena di persone che lottano per la sopravvivenza. E quanta natura è stata distrutta per questo!

            – Immagina che sia opera delle formiche o delle api. Ti sembrerebbe meraviglioso. Loderesti la capacità degli insetti di organizzarsi e creare una struttura sociale così complessa da permettere a tutti i membri della colonia di nutrirsi e moltiplicarsi, con gerarchie precise, ogni gruppo con una funzione specifica. E tutto quasi senza violenza. Penseresti a un miracolo dell’evoluzione,.

            María Elena mi osservò confusa, senza trovare niente per controbattere la mia argomentazione, se non una banalità:

            – Non è la stessa cosa.

            Una volta atterrati, si girava in continuazione come chi sospetta di essere seguito, non volle cambiare i soldi perché non si fidava, stringeva lo zaino come se ogni persona in cui si imbatteva fosse andata all’aeroporto espressamente per strapparglielo, e dovetti assicurarle che non era pericoloso consegnarlo al ragazzo che ci indicò il taxi. Persino a casa nostra controllò le finestre cercando di non farsene accorgere, o almeno così mi sembrò. Viviamo in una casa a un piano, in finto stile coloniale, che anni fa aveva un suo fascino, oggi venuto meno a causa delle crepe e del deterioramento del quartiere nel quale le abitazioni sono state via via sostituite da piccole aziende che lasciano rifiuti dappertutto. María Elena notò subito che gli edifici vicini non erano illuminati.

            – Sono quasi tutti magazzini o officine meccaniche. Di giorno sì, c’è gente. E più rumore di quanto vorremmo.

            – Ma di notte...

            – Sta’ tranquilla.

            – Vivere senza vicini...

            – Così non ci disturba nessuno. Né pianti, né litigi, e nemmeno la televisione.

            Patricia, in piedi sulla porta della cucina, sembrava prestare ascolto ma sono sicuro che non stesse seguendo la conversazione. Si mordeva un labbro e aveva lo sguardo perso. Cominciava a preoccuparmi.

            – Non stavi andando a prendere qualcosa da bere?

            Dapprima scrollò il capo, poi annuì. Si sforzò di sorridere, ma sembrava sul punto di scoppiare a piangere.

            – Preparaci un Margarita, tesoro. Le riescono benissimo – spiegai a Carlos, l’unico apparentemente rilassato, felice.

            – Ti aiuto – disse María Elena senza darmi retta quando cercai di impedirglielo.

            – Lascia stare, non sai dove sono le cose.

            – Me lo dirà lei.

            Mi strinsi nelle spalle e ignorai il cenno che mi fece Patricia dalla porta della cucina per chiedermi di intervenire. Mi stava irritando. Come ho detto, alla fine tutte le responsabilità ricadono su di me. Non è mai capace di assumersi le proprie.

            – Qualcosa non va, Pati? Mi sembrate un po’ strani. Se preferite, possiamo andare in un hotel – le disse María Elena appena entrò in cucina, e si chiuse la porta alle spalle, forse per parlare con lei senza essere ascoltata.

            Carlos si sedette in poltrona e si mise a preparare una canna. Appena si fermava un attimo doveva fumare marijuana.

            – Ci rimangono tre settimane di viaggio – disse come parlando da solo. – Tre settimane di libertà e poi di nuovo al chiodo. Tu sì che sei fortunato.

            Quando finì di rollare, tirò fuori dalla tasca un elastico e si raccolse i capelli in una coda di cavallo. Mise i piedi sul tavolo, accese la canna, fece tre tiri e me la passò.

            – Se mi vedessero in azienda ...

            Forse in quel momento si rese conto che già da un pezzo nessuno badava alle sue parole e si voltò verso di me. Probabilmente non riuscì nemmeno a capire cosa stesse succedendo, aveva ancora un’espressione trasognata, come chi ricorda una scena piacevole ma lontana.

            Gli sparai a bruciapelo, in faccia. Mi precipitai in cucina. Quando María Elena mi vide entrare, aveva già intuito cosa stava succedendo. Non sembrò nemmeno stupita. Non mi pregò né piagnucolò. Corse verso Patricia, come se il suo corpo fosse l’unico rifugio sicuro, emettendo una specie di rantolo che, in altre circostanze, sarebbe sembrato ridicolo.

            Patricia le piantò un coltello nel collo, in modo maldestro, precipitosamente, con una faccia terrorizzata che di sicuro rispecchiava quella di María Elena. Tirò fuori il coltello in un colpo solo e lo lasciò cadere per terra; fissandolo – ma senza degnare di uno sguardo la sua vittima – si pulì le mani sui pantaloni.

            María Elena si teneva al ripiano della cucina, come se avesse corso a tutta velocità e, sentendosi venir meno, cercasse di riprendere fiato. Il sangue le colava lungo un braccio e si fermava sul legno. Raccolsi il coltello e, mettendomi dietro di lei, le premetti forte la lama contro la gola, finché la trachea non cedette con uno schiocco. María Elena crollò con un baccano tremendo, andando a sbattere la testa contro il forno.

            Tornai in sala, dove Carlos era sempre seduto in poltrona, riverso su un bracciolo, e faceva un movimento convulso con la mano sinistra, come scacciando un insetto fastidioso. Il volto era irriconoscibile. Diedi anche a lui il colpo di grazia con una coltellata alla gola.

            D’un tratto cominciai a respirare di nuovo. Sembrava quasi che avessi trascorso tutto quel tempo, da quando avevo piazzato il revolver contro la faccia di Carlos fino al momento in cui gli avevo estratto il coltello dalla gola, trattenendo il respiro, con il panico di un subacqueo che, senza più ossigeno nei polmoni, si affretta a salire in superficie e annaspa come un pazzo sapendo che non ce la farà, che sta per morire affogato. Respirai, espellendo diverse volte l’aria dalla bocca, con lunghi soffi. Mi girava la testa. Dovetti sedermi un attimo sul divano, dando la schiena a Carlos, a quello che era stato Carlos. Solo allora sentii la musica messa da Patricia – forse prima di andare a preparare i Margarita – e a cui non avevo fatto caso, troppo preso da quello che stava per accadere. Era un CD di Bob Marley. In lontananza si udiva anche l’allarme di una macchina. E Patricia che strascicava i piedi in cucina.

            Non volli andare a chiamarla. Aspettai, senza far niente, respirando, finché spuntò da sola. Aveva la faccia piena di macchie nere, chissà di cosa.

            – Allora?

            Scrollò il capo.

            – Cosa c’è?

            Si morse di nuovo le labbra. Mi si avvicinò. Si sedette sulle mie ginocchia, mi posò la testa sulla spalla e chiuse gli occhi. La lasciai un momento così, sperando che non si mettesse a piangere.

            Non lo fece. Dopo qualche secondo la spinsi dolcemente per farla scivolare sul divano. Dovevo essere io, come al solito, a perquisire i cadaveri, a togliergli i soldi e le carte di credito, delle quali avevo annotato i codici segreti ogni volta che li accompagnavo a prelevare. Dato che a casa e al lavoro non li aspettavano ancora, avevamo abbastanza tempo per usare le carte di credito.

            – Rimani seduta qui – sussurrai a Patricia. Is this love, is this love, is this love that I’m feeling? cantava Bob Marley. Rimettermi in moto implicava uno sforzo enorme; gli ultimi minuti mi avevano lasciato senza forze, mi sentivo letteralmente svenire dalla stanchezza. Ma avevo ancora molto da fare. Soprattutto, una volta presi carte di credito e soldi, dovevo avvolgere i cadaveri in una coperta per portarli più facilmente in macchina e metterli nel bagagliaio. Dopo avremmo pulito il pavimento e trasportato i corpi all’inceneritore. Poi, se Patricia stava bene, saremmo usciti a cena, non perché ne avessimo particolarmente voglia, ma perché rimanere in casa sarebbe stato ancora più difficile.

            Riuscii ad alzarmi. Avrei cominciato da Carlos. Se lo vedessero i suoi colleghi, mi dissi. Stavo per sollevarlo per le ascelle, ma mi fermai. Mi venne da vomitare.


postato da: redazionevoland alle ore 12:40 | Permalink | commenti (5)
categoria:pagine
giovedì, 16 novembre 2006

Illustre Cavalier P.

Egregio e fausto Professore

Come lei vede dattilografo a macchina con numerosi dattili e potrei eventualmente farmene imprestare una modernissima elettrica perché stendere un romanzo dev'essere un lavoro da cavalli [...] Inoltre ho pubblicato l'Ira di Dio di pezzi di fantasia, foglietti di viaggio e cronaca nera persino su un giornale dell'enigmatico Nord, a pagamento, tutto quanto con il mio noto pseudonimo di "Fanalino di Coda", più spesso F. Di Coda per le collaborazioni di alta qualità [...] Accluso riceverà incluso uno scampolo di inizio di romanzo avvincente ed esotico perché si faccia un'idea di che cosa bolle in pentola al Suo F. di Coda. Inoltre un dépliant del mio romanzo recentemente pubblicato dalla Mia Casa editrice. Inoltre uno che le faccia un romanzo su due piedi onestamente non lo trova più, a parte la qualità. Io appartengo alla scuola di Flobert, Hemingway e London, il che mi permette di fornire agevolmente da 25 a trenta cartelle al giorno su qualunque argomento, anche pornografico, a parte la modernità. Quanto viene la cartella?

J. Rodolfo Wilcock, I due allegri indiani, Adelphi

postato da rosella 

postato da: redazionevoland alle ore 16:17 | Permalink | commenti (23)
categoria:pagine
lunedì, 16 ottobre 2006

Un piccolo assaggio di Cento bottiglie sul muretto...

Quando Virginia Woolf postulava la presenza di una stanza tutta per sé, di un rifugio appartato dai rumori mondani, un luogo in cui rinchiudersi da soli con la voce interiore, lo spazio vitale imprescindibile a qualsiasi scrittrice che voglia chiamarsi tale, persino una scrittrice amatoriale come me non poteva neanche immaginare l'esistenza di un posto come La Esquina del Martillo Alegre. Bene, già si sa che l'immaginazione non era precisamente la virtù principale di quest'ipocrita lucertolina inglese. (A me non ha fatto nulla, ma Linda dice che Virginia utilizzava il femminismo come schermo per tirare via la pelle a Catherine Mansfield, condannava l'egolatria di Anna de Noailles e discriminava Victoria Ocampo. Padre Ignacio dice che lui non ha pregiudizi, ma che tutti gli anglicani sono così, degli spietati eretici). Tornando al tema della stanza tutta per sé direi che sono, in effetti, la felice proprietaria di una stanzetta in miniatura con una finestra fuori dal comune e un bagno stupendo, lussuosissimo, con azulejos blu, originali della casa...più indemoniatamente incasinata della Via Lattea. Potrà sembrare un desiderio meschino, nato dalla frustrazione, dal risentimento e addirittura dall'invidia, ma non dico che non mi piacerebbe vedere Mrs, Woolf mentre scrive Mrs. Dalloway tra la merda di gallina, i latrati rintronanti del megaterio che cerca di mangiarsi l'impiegato della compagnia elettrica o la povera jutía che è tanto buona, le pedine del domino lanciate su qualche tavolo, “fate spazio perché sono qui per vincere, anche se qualcuno cerca di imbrogliare  o di fare lo sbruffone, e sicuramente ti batto e poi ti batto di nuovo perché sei solo un mollaccione, un lurido mollaccione”, i grugniti del maiale in fuga quando pretendono di fargli una doccia con una pompa per vedere se gli va via un po’ di puzza, la guerra dei decibel tra Compay Segundo, il Médico de la Salsa, NG La Banda, la Orquesta Revé, Paulo F.G. y su Élite, Adalberto y su Son, non so chi e il suo Trabuco e la Charanga Habanera in un tutti contro tutti per vedere chi è il più bravo, il più vociferante, il duro del film, senza dimenticare Radio Reloj, che dà l’ora piiii… le ore dodici all’Avana, Cuba, le tre del mattino del giorno dopo a Wellington, Nuova Zelanda, i belati della capra aggiunti al din don della campanella, le litigate tra gli ubriachi, condite abbondantemente con un intero arsenale di paroline in vernacolo, espressioni folcloristiche e altri stridori, le litigate dei sobri (uguali a quelle precedenti), come quella terribile con lampi, tuoni e fulmini tra la padrona del megaterio e il padrone del maiale, perché il megaterio abusivo ha violentato il maiale e questi a sua volta ha attaccato il fetore pestilenziale al violentatore e il padrone del maiale ha detto alla padrona del megaterio che la smettesse di fare la stronza e lei gli ha risposto di non fare il coglione e di non darsi tante arie con lei, perché gli avrebbe tirato un ceffone da spaccargli  la faccia, e gliel'ha tirato, e lui gliel'ha restituito riveduto e corretto, e lei ha preso un coltello di quelli che pelano le  malangas per tagliargli la pancia  e gli altri si sono intromessi perché il sangue non arrivasse fino al fiume, e come sfondo musicale l’implacabile, inumano, imperituro toc toc toc…

(Traduzione di Paola Tomasinelli)

           

postato da: redazionevoland alle ore 16:49 | Permalink | commenti
categoria:pagine