È un periodo difficile, questo mi sembra, per il nostro paese.
Un momento di paure accese e speranze deluse, uno di quei momenti che risvegliano antiche ostilità e ne creano di nuove, perché a volte, quando tutto gira per il verso sbagliato, si sente il bisogno di prendersela con qualcuno.
In un clima – questo sì, spaventoso – da caccia all’uomo, dopo alcuni dolorosi episodi di cronaca per i quali il maligno ha finalmente un volto (quello di tutti i rumeni che vivono/lavorano/delinquono, senza distinzioni, in Italia) mi sono ritrovata a rileggere un bel libro del Nobel per l’economia Amartya Sen, dal titolo Identità e violenza, pubblicato qualche anno fa da Laterza.
Un passaggio mi ha molto colpita: quello in cui Sen tenta di dimostrare come l’idea dello “scontro di civiltà” attualmente in atto, ormai tanto diffusa da essere una sorta di lapalissiana certezza globale, sia in realtà completamente sballata.
E non tanto perché lo scontro in questione non esisterebbe: quanto perché è il concetto stesso dell’esistenza di diverse “civiltà” contrapposte ad essere inaccettabile. Come è possibile, si chiede Sen, parlare con tanta sicurezza di una “civiltà occidentale” che si contrappone alla musulmana, o alla buddista, o all’africana?
Come si può credere che un individuo (diciamo un parigino, banchiere, sposato, nero, seguace dell’islam, calvo, giocatore di calcetto), possa essere considerato e debba considerare se stesso principalmente, quando non esclusivamente, in funzione della propria appartenenza religiosa o etnica? E come si può pensare che questa identità soppianti ed elimini tutte le altre, senza che l'individuo abbia alcuna possibilità di scelta?
L’idea dello scontro di civiltà, in sostanza, si rivelerebbe errata prima ancora di arrivare a parlare dello scontro; chi ignora, più o meno volutamente, le differenza interne a ogni cultura e le necessarie interazioni tra civiltà diverse sceglie una via semplicistica, manichea, alla comprensione del mondo: non certo, ammettiamolo, la più efficace e corretta, o anche solo la più intelligente.
Sen suggerisce che lo stesso approccio banalizzante possa essere applicato alle distinzioni nazionali/nazionalistiche.
Al momento, ad esempio, tutti i rumeni che vivono in Italia sono delinquenti e assassini. Senza distinzioni, senza possibilità di salvezza. Per l’unica ragione, comprensibile ma debolissima, che alcuni rumeni si sono rivelati essere delinquenti e assassini. Il bello del pregiudizio: rende tutto semplice.
Negli anni ’80 era toccato ai marocchini (ricordate? gli spacciatori erano marocchini, gli irregolari erano marocchini, le braccia della malavita erano marocchine); dopo il ’90 sono arrivati gli albanesi (immense carrette del mare solcavano ogni giorno l'Adriatico col loro carico di disperati: e noi, al calduccio, pregavamo che non giungessero in porto. Gli albanesi affogavano in mare sognando l’Italia di Berlusconi, e l’Italia di Berlusconi affogava nell'ostentazione di ricchezza sognando la televisione di Costanzo, come racconta il bel film di Gianni D’Amelio Lamerica).
Adesso, un ciclo si è chiuso: il nuovo spauracchio sono i romeni, con quel nome tanto pericolosamente vicino a quello dei rom, da cui l’ovvia deduzione populista: i rumeni sono tutti zingari. Certe generalizzazioni in fondo servono: sono rassicuranti, permettono di risolvere molti dubbi senza doverci pensare troppo.
Ma poi ci si pensa un secondo, e viene da chiedersi (almeno a me succede): noi sappiamo davvero chi sono i romeni, quante persone ci siano dietro quella definizione sprezzante e sbagliata, zingaro, quante vite diverse? Ci chiediamo mai quale sia la cultura della Romania, la sua letteratura, la musica, il cinema, cosa sognano i suoi abitanti, perché arrivano in Italia e superando quali ostacoli?
Riflettiamo mai sul fatto che, aprendosi a Oriente, l’Europa non si allarga, ma si ricompone? Che non stiamo accogliendo cechi e bulgari e sloveni a casa nostra, ma stiamo restituendogli una casa, l’Europa unita, che era anche la loro?Pensiamo mai che i romeni sono, per noi italiani, più fratelli di tutti i fratelli dell’Europa centro–orientale, perché parlano l’unica lingua romanza nel vasto mare slavo? (Si accompagnano all’altra eccezione non slavofona, l’ungherese, ma l’ungherese è nobile, in Ungheria c’è Budapest, che tutti gli italiani vogliono visitare perché è bella come una bomboniera, l’Ungheria piaceva alla principessa Sissi, è una storia diversa quella dell’Ungheria, mica sono pezzenti che arrivano a casa mia e pretendono di entrare, gli ungheresi.)
Ci chiediamo mai, quando vorremmo rimandare tutti i romeni a casa loro, cosa voglia dire sul serio fuggire sempre, cercare costantemente, senza trovarlo, un rifugio? Spezzarsi la vita in due tronconi, abbandonare tutto e provare a ricominciare altrove, immersi nella perdita costante, in un’altra lingua, un’altra cultura?
Se a tutte queste domande, o almeno ad alcune, avete risposto di no, noi di Voland vi diamo un suggerimento: leggete uno dei nostri ultimi autori, Paul Goma.
Leggete il suo bellissimo romanzo L' arte della fuga.
La narrazione, chiaramente autobiografica, narra di un bambino e della sua famiglia, costretta, come migliaia di altre negli anni ’40, a cercare riparo in Occidente dopo lo smembramento della Bessarabia.
Unico dissidente del regime Ceausescu, da anni in esilio in Francia, Goma è noto, in Europa, per i suoi lavori coraggiosi ed emozionanti. Finalmente arriva anche in Italia.
E… non ve l’ho detto? Pur non essendo, a quanto ne sappiamo, un assassino, né uno stupratore, né un trafficante di stupefacenti, è rumeno.
A chi non vuole lasciarsi vincere dai pregiudizi, buona lettura.
b.