Certamente parecchi di voi hanno visto il film "Le vite degli altri", e moltissimi lo avranno trovato molto bello. O almeno è così che lo giudica la maggior parte dei miei amici, compreso "il compagno della mia vita" con cui il film l'ho visto. Io invece sono uscita dal cinema arrabbiata e delusa, e mi torna in mente perché ieri c'era, nelle pagine culturali di Repubblica, un pezzo di Timothy Garton Ash, che tornava a parlare del film e ne dava un giudizio positivo, anche se con qualche riserva.
Proverò a spiegare perché a me non è piaciuto.
La necessaria premessa è che ho passato 10 anni all'est per lavoro (Russia e Bulgaria), e i servizi segrati russi e bulgari non erano poi tanto diversi dalla Stasi di cui parla il film. Ed è proprio per questo, perché ricordo le atmosfere e le paure e le reazioni degli amici russi e bulgari, che ritengo falsa e buonista l'immagine della Stasi che viene fuori da questo film. Certo l'organizzazione in sé viene descritta come mostruosa e onnipresente, ma il protagonista, il maggiore Wiesler, risulta in definitiva l'unico personaggio positivo del film. E io so per certo che non si raggiungevano alti gradi, e nemmeno gradi intermedi, nell'Organizzazione, rimanendo in fondo buoni, idealisti e in qualche modo altruisti. Non ci sto. Ne risulta una visione romantica e distorta, improponibile.
E anche l'altro protagonista maschile, il poeta, puro e incorrotto, deve aspettare la morte dell'amico commediografo-dissidente per capire in che razza di paese è vissuto per cinquanta anni... O era scemo, o gli faceva comodo non vedere. Non trovo alternative.
Come forse risulta evitente, il tema mi sta parecchio a cuore...
E naturalmente il regista del film è un giovane (ventisei anni, credo) della Germania ovest. Non ho certo nulla contro i giovani, intendo solo sottolineare che non ha vissuto quelle atmosfere.
Quello che mi intriga è anche la questione: come nasce un successo? Perché a tutti, ma proprio a tutti, è sembrato un film meraviglioso? Cosa ha bisogno di sentirsi dire la gente?
d.