Roberto Coaloa scrive sulle pagine culturali del Sole24Ore e ha qui su splinder, un blog davvero ricco di spunti: coaloalab.splinder.com
Ho quindi approfittato della sua generosità e postato per voi questo articolo su Philip Roth.
Vi segnalo inoltre che sul suo blog ne troverete molti altri sull'argomento, tutti estremamente interessanti,
come per esempio
questo e
questo.
OGNI UOMO VORREBBE ESSERE PHILIP ROTH!
“Everyman”, of course! In questi giorni fioccano i premi sul “povero” Philip Roth (nella foto a destra), il grandissimo scrittore americano.
Sabato si è appreso che il Grinzane, il cui gran Maestro e ciambellano è Giuliano Soria, ha assegnato un nuovo premio, il “Grinzane Master Award”, a Philip Roth.
Il premio, sponsorizzato dal San Paolo di Torino, è di 25 mila dollari. Il “Master Award” non è assegnato in Italia (il prestigioso “Grinzane” si svolge nelle Langhe, dove, dal 1982 ad oggi, sono stati premiati scrittori eccezionali, sette, mi sembra di ricordare, diventati poi Nobel). Il prescelto dal “Grinzane” si va a trovarlo chez lui, a casa sua.
A New York, quindi, dove il 16 e 17 aprile il premio sarà consegnato a Philip Roth. L’occasione è arricchita dal ricordo di Primo Levi, che Roth aveva conosciuto nel 1986. Levi sarà ricordato in due giornate di studio all’Istituto Italiano di Cultura e alla Columbia. I relatori saranno Angelini e Riccardo Chiaberge, De Rienzo ed Ernesto Franco, Paolo Mauri, Molinari, Alexander Stille, Riotta, Colasanti.
Ma non è finita. Ieri si è saputo che un altro premio è fioccato sul “povero” Philip Roth, ormai ridotto ad uno straccio…
Roth si è aggiudicato la prima edizione del Pen Club “Saul Bellow” Award, riservato ad un autore che ha contribuito allo sviluppo della cultura statunitense. Dotato di un assegno di 40 mila dollari, il nuovo premio è intitolato al premio Nobel della letteratura morto nel 2005, di cui Roth era un amico e grande estimatore.
Che dire? Giuliano Soria in fatto di premi è meglio di un cane da tartufo e ora, finalmente, Philip Roth potrà comprarsi una piccola cascina nelle Langhe o nel Monferrato.
L’ultimo libro di Philip Roth - Everyman - è commentato per “Il Laboratorio” da Silvia Panizza. (Roberto Coaloa)

"La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro".
Poco consolante, l'ultimo romanzo di Philip Roth. Ultimo in senso ideale: anche se ce ne saranno molti altri a venire, questo è un libro perfetto per una conclusione. Come un punto, può segnare soltanto la fine di un periodo, ma c’è voluto del coraggio per trattare un tema come la morte, in modo tanto definitivo, universale eppure personale.
Everyman è un viaggio vorticoso attraverso la malattia, le sale operatorie e le inquietudini notturne in un letto d’ospedale. Opportunità, slanci, forze che vengono meno. Ma non i desideri, che rimangono imperiosi e laceranti perchè sempre più irrealizzabili.
Il libro inizia e finisce con la morte. La morte l'attraversa, intravista, percepita in modi sempre differenti e spesso vaghi, mentre una nota dolente si infiltra tra le pagine. La tranche de vie del protagonista riguarda il momento in cui inizia il suo inesorabile declino, la vecchiaia, che si mescola però di ricordi di infanzia e gioventù, in un amalgama indistinto di tempi e vissuto che è poi la vita di ciascuno.
Roth descrive, con sconcertante semplicità, una vita, con tutti i suoi particolari più veri, ed è nei piccoli tocchi la sua grandezza: dalla lente da gioielliere del padre, attraverso cui il protagonista vede universi che vanno molto al di là di un diamante, ai memorabili tuffi nel mare, dove è davvero la vita sferzante delle onde e del sole scottante che domina.
Una scena finale porta un'imprevedibile eco e la fa risuonare in tutte le pagine precedenti: è quella della conversazione col becchino, nel cimitero dove sono stati sepolti i genitori e dove sarà molto presto sepolto lui, il protagonista senza nome perchè è “Everyman”, ogni uomo. L'uomo che scava le fosse e che si trova al momento dell'incontro immerso fino alle ginocchia in una delle buche che sta preparando non può evitare di riportarci al gravedigger di Amleto. Il collegamento dei vivi con i morti, il portatore di una saggezza ultraterrena e rassegnata che mostra all'eroe come la vita di ognuno finisca in polvere e che non c'è nulla di eccezionale in questo.
Shakespeariana è anche l'idea di ciò che rimane, dopo una vita che sembrava eterna, dopo le nuotate, il lavoro, il sesso... ciò che rimane, ciò che si trova dopo tutto questo è nulla. (Silvia Panizza)

Philip Roth, Everyman, Einaudi, Torino, pagg. 124, € 13,50.
Traduzione di Vincenzo Mantovani.