martedì, 30 gennaio 2007

Domani scade il termine per spedire alla Comunità Europea il programma realizzato nel 2006, e che ci porterà un finanziamento di circa 22.000 euro (se i libri arrivano in tempo, se i moduli sono quelli giusti, se non abbiamo sbagliato niente, se ci siamo ricordate di mettere in tutti i libri il bollino CEE). Nel frattempo stiamo cambiando promozione e distribuzione, una stagista ha cominciato lo stage e se n'è andata dopo una settimana, ha trovato un lavoro vero, altre 10 stagiste ci hanno scritto/telefonato, a febbraio arriva la Nothomb e tutta Italia telefona per sapere se può andare a: Bari, Terni, Cagliari, Napoli, Roma, San Remo, Genova, Torino ecc. ecc. ecc. Insomma, tutto procede come al solito, con qualche problema in più.

Nel 2006 abbiamo pubblicato 21 libri (di cui 8 francesi, 3 spagnoli, 2 russi, 1 italiano, 1 israeliano, 1 tedesco, 1 antillano, 1 brasiliano, 1 messicano, 1 cubana e 1 neozelandese) più 8 ristampe, per un totale complessivo di 5.856 pagine, che diviso 365 fa 16 pagine al giorno, compresi sabati, domeniche e feste comandate!

Di questi, i più gettonati tra le novità – a parte i Nothomb Acido solforico e Diario di Rondine – sono stati sicuramente Donne che viaggiano da sole di José Ovejero e Cento bottiglie sul muretto di Ena Lucía Portela; tra le ristampe, gli intramontabili Note di cucina di Leonardo da Vinci e Come diventare un malato di mente.

postato da: redazionevoland alle ore 16:23 | Permalink | commenti (6)
categoria:vita di redazione
mercoledì, 24 gennaio 2007

Abbiamo deciso di farvi un regalo e, contestualmente, di utilizzarvi come "consiglieri". Esce proprio oggi in libreria la nostra ultima fatica: Leptis Magna del tedesco Hartmut Lange, uno scrittore che qui in redazione, quando si è trattato di decidere se acquistarne o meno i diritti, ha suscitato molte discussioni e accese polemiche. Naturalmente alla fine ho vinto io! Ed ecco uno dei due racconti di cui si compone il libro, il più breve. In cambio mi aspetto, se ne avete voglia, un parere spassionato...

 

Il trasloco

1

Il professor Bodewig voleva trasferirsi in altri lidi e tutto faceva pensare che il suo desiderio si sarebbe realizzato. Una lontana parente era deceduta a gennaio, lasciandogli in eredità un terreno a Vienna. Si trattava di un quadrilatero circondato da pioppi, grande all’incirca duemila metri quadri. Il giardino era in stato di abbandono, e il tetto dell’edificio a un piano doveva essere rimesso a nuovo.

“È meglio che lo veda anche tu,” disse il professor Bodewig alla moglie. “E se è possibile in settimana,” aggiunse.

Quanto a lui, detestava dormire nelle camere d’albergo così, quando la signora Bodewig partì per Vienna, rimase seduto nel suo studio a esaminare la pianta della città. La sera squillò il telefono e, appena alzata la cornetta, la signora Bodewig iniziò a parlare con entusiasmo. Qualcosa su quanto fosse bella Vienna, e che già soltanto il viaggio verso Heiligenstadt, aveva preso il tram, soltanto il viaggio era quel che si dice un’esperienza.

“Pensa,” disse “sono solo pochi chilometri, eppure quante cose ci sono da vedere!”

“Lo so, lo so,” la interruppe il professor Bodewig. “La conosco bene quella zona.” Nominò la casa in cui era nato Schubert, descrisse con precisione come, per raggiungere il terreno ricevuto in eredità, bisognasse arrivare fino a Hohe Warte. Una volta lì, meritava dare un’occhiata al Leopoldsberg, che si scorgeva in lontananza. Dopodiché si doveva proseguire lungo Wollergasse e oltrepassare la villa del celebre architetto Mackintosh. “E quando ti sei lasciata alle spalle Steinfeldgasse,” continuò il professor Bodewig “attraversi il parco di Heiligenstadt, che è progettato come un giardino all’inglese. Un sentiero conduce alla chiesa parrocchiale di St. Michael e prosegue fino ad Armbrustergasse, e la nostra casa dovrebbe essere nella Probusgasse, proprio accanto al Museo Beethoven.”

“Esatto,” disse la signora Bodewig e non poté fare a meno di ridere.

Lo informò che si trattava di uno stabile di grande pregio, che si distingueva per la sua unicità, costruito intorno al 1830. Promise di portargli qualche fotografia, e il professor Bodewig suggerì di intaccare una parte dei risparmi e iniziare il più in fretta possibile le riparazioni al tetto.

“E se ci sbrighiamo,” disse “e riesci a trovare un bravo architetto, in autunno potremmo affittare il furgone per il trasloco.”

 

2

 

Il professor Bodewig era docente di scienze politiche all’università di Berlino-Dahlem e non aveva la minima probabilità di essere chiamato a insegnare a Vienna né in qualsiasi altra città. Oltre a ciò: aveva appena prolungato il contratto d’affitto per la casa in Matterhornstraße, e come avrebbe potuto, sempre che intendesse davvero farlo, trasferirsi nell’immobile al parco di Heiligenstadt entro l’autunno, dove lo trovava in così poco tempo un altro inquilino che lo sostituisse?

L’edificio in Matterhornstraße era una moderna costruzione in calcestruzzo. Gli ambienti non erano chiusi. L’ampia scala e il vasto spazio, suddiviso su due piani, non avevano un aspetto accogliente. Il professor Bodewig aveva allestito il proprio studio al mezzanino. A destra era sistemata la libreria a parete, a sinistra la scrivania con il computer e dal divano in pelle, collocato in prossimità della scala, si poteva vedere la cucina al piano superiore. Le pareti erano pitturate di bianco, ovunque lampade alogene che emettevano una luce troppo chiara, e in qualche modo, nei momenti d’afa, non era possibile evitare l’impressione che lì, poiché l’aria calda si muove verso l’alto e quella fredda verso il basso, si avvertisse uno spiffero continuo.

“C’è corrente,” diceva spesso il professor Bodewig benché sapesse che tutte le finestre erano chiuse.

Dopo che la signora Bodewig fu rientrata a Berlino, tornò di nuovo sull’argomento di affittare il più in fretta possibile un furgone per il trasloco. Affermò che non sarebbe stato uno scherzo. Si era già abituato all’idea di trasferirsi a Vienna, e quando la moglie volle far valere le sue obiezioni, cominciò a spiegarsi. Non doveva aversene a male, disse, ma aveva sempre desiderato abitare in una casa di proprietà. E non aveva mai avuto il coraggio di ammettere che per lui quella in Matterhornstraße era troppo vasta. Lì era tutto aperto. Non era possibile appartarsi da nessuna parte. C’era solo un'unica porta vera e propria, quella della camera da letto. A volte gli sembrava che vivessero in un fienile. Poi parlò di come non sopportasse più i pini e i giardini così brulli. E quel cielo perennemente coperto.

Avrebbe piovuto anche a Vienna, gli fece notare la signora Bodewig.

“È vero. Ma qui,” le assicurò il professor Bodewig “con il treno che passa strepitando ogni dieci minuti, tutto sembra due volte più desolato.” A questo punto lodò ancora una volta le fortunate circostanze grazie alle quali era toccata loro la casa a Vienna. “Ci andrò anch’io per dare un’occhiata di persona,” disse e, come se non riuscisse più a stare seduto e come se, benché il riscaldamento fosse acceso, sentisse freddo, cominciò a camminare avanti e indietro sollevando le spalle.

Quattordici giorni dopo, era un fine settimana, i coniugi Bodewig salirono su un aereo diretto a Vienna, per incontrare un architetto al quale avevano chiesto di preparare un preventivo. L’importo non era di poco conto: soltanto il restauro delle capriate sarebbe costato oltre 50.000 euro. Il resto 120.000: l’esterno doveva essere intonacato. In giardino i vialetti e la recinzione in muratura erano in rovina. A ciò si aggiungevano il rimodernamento delle stanze e un nuovo impianto di riscaldamento.

“Per noi è troppo caro,” disse la signora Bodewig e fece un cenno di diniego.

“Perché?” protestò il professor Bodewig. “Se quello che abbiamo da parte non basta, chiederemo un prestito.”

Rifiutò di dare ascolto all’obiezione della moglie, che gli sarebbe stato impossibile abitare a Vienna e insegnare a Berlino. Propose invece di farsi accompagnare dall’architetto a visitare di nuovo l’edificio. Trovò ogni cosa di suo gradimento, e non volle che la stufa di maiolica del piano di sotto venisse smantellata. Infine prese a braccetto la moglie e la convinse a fare una passeggiata nel parco di Heiligenstadt.

“Non ti preoccupare,” disse. “In qualche modo riuscirò a ottenere una cattedra a Vienna. D’altro canto, guardati intorno. L’hai detto tu stessa che il posto è impareggiabile.”

Mentre parlava indicò la casa di Beethoven, che si stavano lasciando sulla sinistra. Camminarono da Probusgasse ad Armbrustergasse, superarono la chiesa di St. Michael e, dopo aver girato in Wollergasse, si trovarono di fronte alla celebre villa di Mackintosh. E anziché ritornare ripercorrendo lo stesso tragitto da cui erano arrivati e, in base agli accordi presi, discutere con l’architetto il rinnovo del pianterreno, all’improvviso il professor Bodewig annunciò che doveva sbrigare una faccenda in albergo. La moglie lo accompagnò alla fermata del tram, gli rivolse, quando salì sulla vettura, un ultimo cenno di saluto e lui, una volta sceso aveva raggiunto Schottentor, entrò nell’agenzia di viaggi più vicina. Teneva in mano il biglietto aereo. Evidentemente voleva cambiare la prenotazione per il viaggio di ritorno a Berlino, dal momento che quello stesso pomeriggio, dopo aver preparato la valigia e aver preso un taxi per l’aeroporto, quello stesso pomeriggio, era ormai quasi sera, il professor Bodewig giunse di nuovo in Matterhornstraße.

Certo, ci furono delle complicazioni, e fu difficile spiegare per telefono alla signora Bodewig perché, se proprio doveva partire in tutta fretta, non le avesse lasciato almeno un messaggio. Tuttavia riuscì a persuaderla che il suo atteggiamento non aveva nulla, ma proprio nulla, a che vedere con la casa nel parco di Heiligenstadt. Al contrario. Lei doveva, le assicurò, andare avanti e fare in modo che tutto procedesse come avevano concordato. Si era dimenticato di avere un impegno all’università. E poi era esausto. Si mise a letto e si addormentò.

Il giorno successivo il professor Bodewig tenne la sua lezione, ma faticò a concentrarsi, forse perché il decanato lo aveva invitato a un piccolo ricevimento. Un collega andava in pensione, così il professor Bodewig entrò nella stretta stanza sovraffollata e, dopo aver bevuto un bicchiere di spumante, si sorprese nell’accorgersi di come cercasse, nonostante fosse ininterrottamente coinvolto in qualche conversazione, di richiamare alla memoria il lasso di tempo che ancora rimaneva prima che anche lui andasse in pensione.

Sette anni, pensò, e si rallegrò di essere notevolmente più giovane dell’uomo costretto a stringere una mano dopo l’altra, al quale furono consegnati perfino dei fiori e che, con ogni probabilità per mascherare la commozione, si passava il fazzoletto sul viso.

Terminato il ricevimento, il professor Bodewig passeggiò fino alla macchina. Si guardò intorno. Solo allora si accorse che, evidentemente si trattava di una svista, aveva in mano alcuni fiori a gambo lungo.

E questi da dove vengono? pensò, e rifletté se dovesse riportare indietro quel mazzo che non gli apparteneva.

Poi però si sedette al volante e dopo aver abbassato il finestrino partì lentamente, e quando imboccò la curva, diretto all’uscita, si guardò ancora intorno, come se cercasse qualcuno grazie al quale avrebbe potuto, in fretta e senza farsi notare, per così dire passandogli davanti, sbarazzarsi dei fiori.

Nemmeno mezz’ora più tardi era di nuovo in Matterhornstraße e sedeva sul divano, tenendo ancora i fiori in mano, con il cappotto sulle spalle, non si era tolto neanche la sciarpa. Quando squillò il telefono non sollevò il ricevitore. Andò invece in bagno, riempì d’acqua il lavandino, mise i fiori a mollo, e il telefono squillò per la seconda volta. Era la signora Bodewig, che lo avvisò che sarebbe arrivata in aereo a Tegel quel giorno stesso. Ma la notizia sembrò non piacere al professor Bodewig. Per l’esattezza pregò la moglie di restare un’altra settimana a Vienna, le parlò di quanto fosse importante accelerare le riparazioni che avevano deciso per la casa, e di come, soprattutto nella fase iniziale dei lavori, fosse necessario tenere d’occhio l’architetto.

Questo disse, e se riuscì a convincere la moglie o se semplicemente lei rinunciò a opporsi ai suoi ostinati tentativi di persuasione, in definitiva non aveva importanza. Accettò.

“È una decisione assennata. Ti ringrazio,” disse il professor Bodewig.

 

3

 

E a questo punto accadde una cosa inaspettata: benché restasse ancora abbastanza tempo, e senza averne parlato con la moglie, il professor Bodewig iniziò a svuotare l’appartamento di Matterhornstraße. Per l’esattezza, fece trasportare i mobili, dato che la casa di Vienna non era ancora pronta, in un deposito da una ditta di spedizioni. Solo alcuni oggetti, che gli erano indispensabili per poter continuare a dormire lì, rimasero al loro posto. In cucina c’erano il tavolo e due sedie, al primo piano il divano in pelle, per il resto le stanze erano spoglie. Scendendo la scala per andare in corridoio, i passi risuonavano, e la sera, quando faceva buio, il professor Bodewig esitava ad accendere la luce perché mancavano le tende alle finestre.

Naturalmente ci furono di nuovo delle complicazioni, e fu difficile spiegare alla signora Bodewig perché intendesse a ogni costo fare in modo precipitoso cose che, invece, avrebbero dovuto essere pianificate con cura. Malgrado ciò, anziché rimproverarlo, anziché pretendere chiarimenti su come intendesse conciliare il trasloco a Vienna con gli impegni lavorativi, anziché discutere sul fatto che rimanere in albergo per settimane sarebbe stato troppo costoso, la signora Bodewig decise di trasferirsi nella casa al parco di Heiligenstadt. Allestì, sebbene la riparazione del tetto non fosse ancora conclusa, una stanza al pianterreno, dove poter passare la notte. Aveva installato un fornello elettrico, comprato una forchetta, un coltello e un cucchiaio e le stoviglie indispensabili, e si assicurò che, non appena fosse stato ricoperto il tetto, iniziassero i lavori al piano superiore. Visto che non poteva contrastare il desiderio del marito, ossia trasferirsi subito nella casa ereditata, visto che non poteva contrastare l’impazienza con cui voleva farlo, aveva deciso di prendere provvedimenti affinché avvenisse il più in fretta possibile.“Quando potremo portare i mobili, quando l’intera faccenda sarà, diciamo così, andata in porto, vedremo cosa fare,” disse la signora Bodewig, e chiese aiuto alla figlia.

La settimana prima di Pasqua una vecchia Volkswagen parcheggiò davanti alla casa in Matterhornstraße. Il compagno di Claudia era impegnato a ribaltare il sedile del passeggero e, spostando anche quello posteriore, riuscì a sgombrare una sorta di superficie di carico.

“Sono venuto a prendere le cose della mamma. Almeno quello che le serve tutti i giorni. Oggi partiamo per Monaco e dopodomani gliele portiamo a Vienna,” disse Claudia al padre, e gli suggerì di riunire tutto in due, tre valigie.

Aveva portato una scatola con dei bulbi di tulipani per il giardino. Il professor Bodewig la ringraziò, ma replicò che ormai non valeva la pena piantarli.

“Quando fioriranno, non ci sarò più,” disse.

Entrarono in casa. Il professor Bodewig invitò entrambi ad accomodarsi. Si comportava come se fosse possibile sentirsi a proprio agio seduti uno accanto all’altro nell’ambiente spoglio che li circondava. I tre si diressero al divano, che era collocato in prossimità della scala, cosicché si aveva l’impressione che i piedi penzolassero su un baratro.

“Avevo immaginato che la mamma avesse bisogno delle sue cose. È tutto pronto in camera da letto,” disse il professor Bodewig.

Aveva in mano una confezione di grissini, la offrì facendola passare e si diede dei colpetti sui pantaloni per togliere le briciolecadute dal pacchetto.

“Anche le scarpe e il cappotto pesante?” chiese Claudia. “Vienna è più fredda di quanto si creda.”

E senza aspettare una risposta, cercò di far capire al padre quanto la madre soffrisse per il fatto che lui avesse preso, in pratica da solo, molte delle decisioni relative al trasloco, e che quella di far svuotare la loro casa era stata una scelta sconsiderata, perché in questo modo le veniva impedito di ritornare in Matterhornstraße.

“È accampata in mezzo alle scale a pioli e ai barattoli di vernice,” disse Claudia.

“Di questo mi dispiace,” disse il professor Bodewig. Promise di non far aspettare ancora la moglie. “Oggi stesso,” disse, e tirò fuori l’indirizzo della ditta “oggi stesso,” ripeté “provvederò, stando così le cose, affinché vadano a riprendere i mobili al magazzino.” Dei pochi oggetti rimasti, il divano, il tavolo, le sedie, gli accessori per la toilette, voleva occuparsene di persona. “Poi affitto un furgoncino e vado a Vienna,” disse. “Ma non adesso,” aggiunse “tra un po’.”

Ringraziò per i bulbi, valutò di nuovo se non fosse meglio portare la scatola a Vienna.

“Qui intristirebbero subito,” disse “invece al parco di Heiligenstadt, ne sono certo, li attende una terra particolarmente buona.”

E solo allora, dopo che per qualche minuto ebbe regnato il silenzio, si resero conto di quanto fosse stato spiacevole parlare cercando di sovrastare il rumore che riecheggiava in sottofondo, dovuto alla mancanza di tende e tappeti.

 

4

 

Non ebbero contatti fino al martedì dopo Pasqua. La signora Bodewig si occupò dei lavori di tinteggiatura, Claudia e il compagno avevano consegnato le due valigie, e anche il professor Bodewig non si annoiò affatto. Passava di continuo da una stanza all’altra, si fermava in cantina, dove era costretto ad appurare che su alcune pareti proliferava la muffa, e sebbene la scoperta avrebbe potuto lasciarlo indifferente, fece un disegno, evidenziando le zone che dovevano essere trattate con sostanze isolanti. Quindi, dopo essersi accertato con un’occhiata che in cantina non fossero rimasti rifiuti ingombranti da far ritirare dal servizio raccolta, salì al secondo piano per esaminare i punti in cui il tetto non era impermeabile. Non che piovesse dentro, però l’intonaco del soffitto aveva cambiato colore. Attraversare le stanze vuote sembrava non dargli alcun fastidio. Non gli mancavano né l’imponente libreria a parete, che correva su tre lati del salotto, né la vetrina con la collezione di orologi di cui un tempo andava fiero, e nemmeno i quadri appesi lungo la scala che, ammise, forse non avrebbe dovuto far togliere con tanta fretta. Due volte al giorno il professor Bodewig andava in Mexicoplatz, dove una trattoria serviva buoni piatti della cucina italiana e dove si poteva gustare un eccellente Amarone. A pranzo beveva quasi due terzi della bottiglia e a cena il resto, infatti se la faceva tenere da parte e, ritornato in Matterhornstraße, si sarebbe potuto sdraiare sul divano e addormentarsi. Invece rimaneva sveglio, osservava i fari delle auto in movimento, che ogni volta portavano scompiglio nella stanza al mezzanino. Era un’oscillazione luminosa veloce, da destra a sinistra, e una volta ebbe la sensazione che il fascio di luce scomparisse per un paio di secondi e una macchina si fermasse proprio davanti alla casa di Matterhornstraße. I fari si spensero. Il professor Bodewig si avvicinò alla finestra, si sporse fuori, poi scese nell’ingresso e aprì la porta. Sembrava stesse aspettando qualcuno.

La mattina successiva, evidentemente aveva dormito male, il professor Bodewig era eccitato. Telefonò alla ditta di spedizioni, si informò che ogni cosa fossa stata effettivamente sgombrata, e insistette affinché un addetto se ne accertasse ancora una volta di persona. Stando così le cose, accompagnò il giovane, che voleva sbrigarsi, nelle varie stanze. Fu sufficiente gettare un breve sguardo qua e là per constatare che la ditta non aveva dimenticato niente.

“Tavolo e sedie non sono nell’inventario,” disse il ragazzo. “Per il resto,” aggiunse “abbiamo la sua firma, e di conseguenza la conferma che ogni cosa è stata portata in magazzino senza subire danni.”

Il professor Bodewig dovette convenire che, ovunque si guardasse, ci si imbatteva in pareti nude, su cui la carta da parati, nei punti in cui erano appesi i quadri o mancava un mobile di grandi dimensioni, mostrava chiazze più chiare, eppure si sforzò di spiegare al ragazzo perché, sebbene per sicurezza avessero ricontrollato una seconda volta ogni angolo dalla cantina al sottotetto, non ne fosse ancora convinto.

Non era rimasto nulla, ma invece di congedare il giovane e prendere l’inventario che lui gli porgeva, si trovavano al primo piano, rimase immobile, esitante, e spostò gli occhi sulla parete di fronte. Il ragazzo piegò il foglio di carta, se lo infilò nella tasca della giacca, scese le scale e sparì. Verso mezzogiorno, stava andando al ristorante, il professor Bodewig fu visto fermarsi in una cabina telefonica. Chiamò la moglie. Nel rumore del traffico non fu possibile capire, continuava ad alzare la voce, si copriva con la mano l’orecchio libero, cosa avesse da dirle. Forse le comunicò quando l’avrebbe raggiunta a Vienna, oppure la pregò di avere ancora un po’ di pazienza, o mise in chiaro di non poter lasciare Matterhornstraße finché ci fosse stato ancora qualcosa da far portare via.

 

5

 

Da far portare via? Era comprensibile che una simile osservazione facesse arrabbiare la signora Bodewig. In seguito alle insistenze del marito, aveva fatto tutto in fretta e furia, aveva convinto gli imbianchini a suon di mance generose a lavorare anche durante il fine settimana, e adesso, adesso che la vernice e la tappezzeria erano asciutte, il professor Bodewig temporeggiava, tirava fuori assurde scappatoie!

“Insomma, quando viene papà?” era sempre la stessa domanda che la signora Bodewig rivolgeva alla figlia. Aspettava i mobili, e Claudia, che era andata a Vienna, voleva aiutare la madre a scegliere la disposizione. Insieme valutarono dove sarebbe stato meglio allestire la biblioteca. Stabilirono di spostare lo studio del professor Bodewig al pianterreno, in modo però da lasciare libero l’accesso alla cucina lungo il corridoio. Al primo piano, vicino al bagno, avrebbero ricavato la camera da letto.

“E il divano in pelle,” disse la signora Bodewig “lo portiamo giù nella stanza degli ospiti. Spero che in settimana arrivi tutto,” aggiunse, e ci tenne a puntualizzare che non era stato suo il desiderio di trasferirsi a Vienna. “Io avrei preferito vendere la casa,” disse. “Perché ha incaricato la ditta, per giunta senza prima parlarne con me, di portare i mobili in un magazzino? È così che sono iniziati tutti i problemi!”

La figlia cercò di calmarla.

“Lo sai com’è fatto,” disse “non se l’è mai cavata bene con le cose pratiche.”

Si lasciò condurre di nuovo dalla madre nelle stanze luminose, inondate dalla luce del sole, e di tanto in tanto diede qualche consiglio. Alla fine passeggiarono nel giardino incolto, e poiché la temperatura era quasi estiva, il parco di Heiligenstadt si stava tingendo di verde.

Claudia si fermò con il compagno dalla madre per una settimana, i mobili non erano ancora arrivati e, cosa particolarmente preoccupante: la signora Bodewig dovette constatare che, per quanto lo chiamasse, il marito non rispondeva più al telefono.

“Perché si comporta in modo così strano? Speriamo non sia successo nulla.”

“Cosa dovrebbe essere successo?”

“Non lo so, bambina. Però sembra che qualcosa gli impedisca di chiudersi la porta di casa dietro le spalle, consegnare le chiavi al proprietario e poi, considerando che qui lo aspetta una villa sua, appena ristrutturata, abbandonare Matterhornstraße una volta per tutte,” disse la madre e fu chiaro che a quel punto Claudia, per non lasciarla sola con i suoi dubbi, doveva cercare, se non di spiegare il comportamento del padre che appariva incomprensibile, perlomeno di fare delle supposizioni. Tuttavia non le venne in mente niente, e fu sollevata quando Klaus, che si era trattenuto nella stanza accanto, si affacciò dalla porta aperta. Aveva sentito la conversazione tra le due donne e si offrì di dare una mano alla futura suocera. Vale a dire, propose, una volta tornato a Berlino, di recarsi a Zehlendorf da solo.

“Chissà, forse con me, il fidanzato di sua figlia, sarà disposto a parlare, per così dire, da uomo a uomo,” disse e si stiracchiò sollevando le braccia sopra la testa, un gesto che la signora Bodewig reputò inadeguato.

 

6

 

Klaus Wagemann era uno studente di fisica all’ultimo semestre, e aveva un aspetto imponente. Alto più di un metro e novanta, vestiva sempre in modo impeccabile. Aveva conosciuto Claudia in occasione di una vacanza sulla costa atlantica. I due si intendevano a meraviglia, tanto che Claudia voleva lasciare il proprio appartamento e trasferirsi a casa del fidanzato. Assicurò alla madre che poteva fidarsi ciecamente delle capacità di Klaus, e soprattutto del suo tatto, e fu così che Wagemann si mise di nuovo in viaggio con la sua vecchia Volkswagen, questa volta da solo, diretto nella zona ovest di Berlino. Dopo aver raggiunto Matterhornstraße, spento il motore e percorsi i pochi metri che lo separavano dalla porta d’ingresso, quando suonò il campanello, credette di udire qualcuno che si schiariva la voce, poi dei passi che si avvicinavano, e quando si aspettava che il futuro suocero gli aprisse e lo salutasse, quando arretrò di un mezzo passo e si sistemò il nodo della cravatta, quando aveva già sulle labbra uno “Spero di non disturbarla”, calò un improvviso silenzio. Ancora il suono del campanello, nessuno aprì. Klaus tornò verso l’auto, guardò l’orologio. Erano all’incirca le sette di sera.

Forse, pensò, mi conviene aspettare.

Passeggiò fino a Lindenthaler Allee, la percorse, entrò nella libreria che si trovava nell’atrio della stazione ferroviaria. Per un po’ sfogliò libri e riviste, e a un certo punto gli tornò in mente che Claudia gli aveva detto quanto fosse contenta che il padre mangiasse regolarmente in un ristorante lì vicino. E infatti: Wagemann non dovette cercare a lungo. Attraversò, con l’intenzione di dare un’occhiata in giro, Mexicoplatz, e quando passò davanti alla vetrina della trattoria scoprì il professor Bodewig. Era seduto proprio vicino alla porta, aveva davanti un piatto di spaghetti, beveva un grande bicchiere di vino, e Wagemann, mentre stava ancora riflettendo se fosse il caso di avvicinarsi al vetro e fargli un cenno, Wagemann si accorse che l’altro non era solo. Di fronte a lui sedeva una giovane donna, verso la quale il professor Bodewig continuava a protendere il busto. Evidentemente dovette dirle qualcosa che la fece ridere. La donna indossava una maglietta senza maniche, una collana di perle di legno colorate; le scarpe, teneva i piedi allungati davanti a sé, erano rosa confetto, e Wagemann sentì di nuovo la sua risata e non seppe come doveva comportarsi.

Va a pranzo con le sue studentesse, pensò. Cosa ci sarebbe di male se adesso entrassi e lo salutassi.

Ma lasciò perdere, si spostò sull’altro lato della strada, e aveva avuto a malapena il tempo di decidere di osservare i due, tanto per vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, quando vide il professor Bodewig con la ragazza, che era più bassa di lui di tutta la testa e adesso si era gettata in spalla una grossa borsa, vide il professor Bodewig uscire insieme alla giovane donna, e lei lo aveva preso a braccetto. Lentamente, dando così l’impressione di essere in intimità, iniziarono a passeggiare, dapprima lungo Lindenthaler Aleee in direzione di Limastraße. Si fermarono. Wagemann vide che la giovane donna cominciò a rovistare nella borsa, come se avesse perso qualcosa. Infine ripresero a camminare, raggiunsero il sottopassaggio della stazione e svoltarono a destra in Matterhornstraße, ed erano sempre le scarpe rosa, anche da lontano, a non passare inosservate.

Se dovevano soltanto parlare di qualcosa, a questo punto lui la saluterà, si disse Wagemann che li aveva seguiti.

Vide come i due, che si tenevano ancora sottobraccio, entrarono nel vialetto lastricato in pietra che attraversava il giardino davanti alla casa. Il professor Bodewig indicò l’aiuola con i tulipani portati da Claudia che lui, dopo l’esitazione iniziale, aveva piantato. Arrivarono all’ingresso. Si udì il breve rumore della porta che si chiudeva, dopodiché entrambi sparirono all’interno del numero 6 di Matterhornstraße.

Iniziò a piovere, e così forte che le grondaie, evidentemente intasate, traboccarono. Si sentiva l’acqua tamburellare qua e là vicino al muro della casa, e di sicuro al secondo piano, nei punti in cui il tetto non era impermeabile, l’intonaco sul soffitto aveva cambiato colore. Forse cominciava anche a piovere dentro. Dalle finestre non filtrava nessuna luce e a un certo punto, il temporale non era ancora passato, Wagemann, che aveva cercato riparo sotto un albero, fu visto sollevare il bavero della giacca. Corse, le chiavi in mano, verso la Volkswagen posteggiata al lato della strada. Due, tre gesti e il motore partì, i fari si accesero, ed erano da poco passate le dieci e mezzo, quando Wagemann giunse all’appartamento di Claudia. Lei gli andò incontro sulla porta, volle sapere perché era rimasto fuori tanto a lungo. Wagemann però insistette per asciugarsi prima i capelli. Rimase in bagno ad armeggiare con il phon per un quarto d’ora, e quando ne uscì fu evidente che aveva ben poco da raccontare.

“Allora, come è andata?” domandò Claudia. “Cosa vi siete detti? Gli hai ricordato che la mamma aspetta i mobili? Ha bisogno di qualcosa?” aggiunse.

“Non gli ho parlato, ma sembrava di buonumore. Non credo che lascerà la casa finché c’è il divano,” disse Wagemann, un’osservazione che in qualche modo suonò come un’allusione sconveniente.

 

7

 

Finalmente i mobili arrivarono a Vienna, e il fidanzato di Claudia non dovette dare ulteriori spiegazioni, per esempio perché non fosse riuscito a incontrare il professor Bodewig, o perché, nonostante fosse stato in Matterhornstraße e avesse visto qualcosa, si ostinasse a tacere, e probabilmente fu proprio quel silenzio che, a maggior ragione dopo l’allusione sconveniente a proposito del divano, diede a tutti la certezza che il professor Bodewig avesse i suoi motivi per non lasciare la casa ormai vuota. Quali fossero questi motivi e come mai, per tenerli nascosti, continuasse a inventare scuse inconsistenti, la signora Bodewig non aveva alcuna voglia di scoprirlo. Cambiò la disposizione della stanza per gli ospiti. Nello spazio che aveva lasciato libero per il divano in pelle collocò una vetrina. Ordinò un nuovo tavolo per la cucina, fece in modo che l’appartamento fosse arredato nel giro di poche settimane, e resistette alla tentazione di riunire gli effetti personali del marito, le camicie, i vestiti, le scatole delle scarpe, nell’armadio del suo studio, dove non li avrebbe più avuti davanti agli occhi. Anche il cuscino del marito rimase sul letto matrimoniale, una volta gli cambiò perfino la federa, benché non fosse mai stata usata.

Su un punto tuttavia, malgrado le esortazioni di Claudia, fu inamovibile: si rifiutò di mandare al marito in Matterhornstraß le chiavi della nuova casa al parco di Heiligenstadt. Alla fine di maggio fu organizzata una piccola festa e la casa venne inaugurata. Claudia era arrivata da Berlino con il fidanzato, alcuni vicini, con i quali la signora Bodewig aveva fatto conoscenza, portarono fiori e dolci. Gli ospiti fecero i complimenti all’architetto, che era passato per un saluto, e chiesero notizie del professor Bodewig.

La madre tacque, ma Claudia spiegò che purtroppo il padre era costretto a fare le proprie scuse e, al momento ancora legato all’università di Berlino-Dahlem, aveva buone probabilità, di lì a breve, di ottenere una cattedra a Vienna. Oppure, eventualità altrettanto possibile, sarebbe andato in pensione prima del tempo.

Parlarono della magnifica offerta culturale, grazie alla quale la città era conosciuta in tutto il mondo, raccomandarono alla signora Bodewig di non perdere l'occasione di fare un abbonamento per il Burgtheater o il Musikverein, e così le settimane seguenti fu vista, quasi sempre sola, un paio di volte in compagnia della figlia, seduta nelle prime file della platea del Burgtheater, ed era inequivocabile che la donna dall’aria spossata, la cui acconciatura perfetta era fissata a sinistra con un fermaglio, lei, la berlinese, che quando sentiva il suono del campanello annunciare l’intervallo si univa pazientemente alla fila del pubblico in attesa di prendere lo spumante, una volta con il bicchiere in mano, dopo essersi avvicinata a una colonna ed essersi, per così dire, spostata in disparte, facesse scivolare lo sguardo leggermente disorientato lungo il foyer. Sembrava persa nei propri pensieri e mentre, sebbene se lo fosse imposto, le risultava sempre più difficile non fare congetture sul comportamento del marito, lui era a Berlino seduto sul divano in pelle. Era da solo, e in fondo non c’era più nulla su cui fare supposizioni. La situazione era chiara. Le tracce della notte di veglia non passavano inosservate: là giaceva una coperta disfatta che non apparteneva ai Bodewig. Sopra una cassetta per la legna, rivestita con fogli di giornale, erano appoggiati bicchieri sporchi e bottiglie di vino rosso vuote. Un piattino era stato usato come posacenere, ma colei che aveva fumato una sigaretta dopo l’altra era scomparsa da alcuni giorni. Non c’era più la collana di perle di legno, che altrimenti, quando il professor Bodewig si sdraiava con lei sul divano, pendeva dal corrimano della scala, e non c’erano più le scarpe rosa, che altrimenti stavano sul parquet.

Il professor Bodewig teneva un taccuino sulle ginocchia, e nel caso qualcuno avesse avuto l’opportunità di guardare al di sopra delle sue spalle, avrebbe notato che stava cercando di scrivere una lettera alla moglie. Però continuava a cancellare quello che scriveva e a un tratto, come se l’impresa richiedesse un impegno troppo grande, mise da parte taccuino e stilografica, si chinò in avanti e osservò, come se all’improvviso avesse occhi e orecchi per eventi fino a quel momento trascurati, il cambiamento di luce che si stava verificando nella casa. Fuori cominciava già a imbrunire, mentre qui, all’interno, era ancora chiaro.

Come è possibile, pensò il professor Bodewig, ma si accorse di essersi sbagliato.

Anche dentro stava diventando più buio, e le ombre non arrivarono, come ci si sarebbe aspettato, dalla cantina o dall’ingresso. No, la prima a cambiare fu la cucina. E, a rigor di termini, non si trattava di ombre. Né lì né altrove al primo o al secondo piano era rimasto qualcosa che avrebbe potuto dare un contorno al cambiamento di luce. Le pareti erano nude, e poiché mancavano anche le lampade al soffitto e le tende alle finestre, il calare dell’oscurità avvenne in maniera uniforme e ad ampio raggio. Poco dopo tutto quello che il professor Bodewig aveva avuto davanti agli occhi era immerso in un nero indistinguibile, e anche se all’esterno, come sempre, c’era traffico, questa volta non si vedevano i fari, che generalmente creavano il movimento nella stanza al primo piano, e soltanto al piano superiore, là dove una specie di vetrata da atelier faceva entrare il riverbero dei lampioni, si trovava ancora qualcosa con cui ci si sarebbe potuti orientare. Guardando con più attenzione, si intuiva la porta aperta che conduceva in camera da letto, e si sapeva che da lì si sarebbe sentito provenire a intervalli regolari lo sferragliare del treno per Wannsee.

Qua sotto invece c’è silenzio, pensò il professor Bodewig e all’improvviso sentì la necessità impellente di parlare con la figlia.

Andò al telefono, digitò il numero di Claudia, e la pregò, era scattata la segreteria, di andare da lui in Matterhornstraße appena le fosse stato possibile.

“Vieni la sera,” disse e quando il giorno dopo Claudia arrivò a bordo della Volkswagen, la porta di casa era spalancata. Il padre le andò incontro sorridendo. Senza dubbio non si era aspettato che si presentasse così presto, altrimenti si sarebbe preso la briga di togliere almeno le bottiglie di vino vuote o i bicchieri. La accompagnò su per le scale.

“Siediti” le disse il professor Bodewig, e fece un cenno in direzione del divano.

Claudia esitò. Non passò inosservato che lui si rifiutava di abbandonare il proprio riserbo.

“È tutto sistemato? Hai disdetto il contratto d’affitto?” gli domandò infine.

Il padre tuttavia, come se non valesse la pena entrare in merito ad argomenti tanto irrilevanti, il padre le parlò di quanto fosse emozionante, anzi affascinante, vivere in una casa vuota. Dato che il sole aveva iniziato a tramontare, le fece notare come in quelle stanze il passaggio all’oscurità si compisse in modo inusuale. E infatti: di nuovo, e questa volta più in fretta del solito, si stava facendo buio, e le ombre non arrivarono, come ci si sarebbe aspettato, dalla cantina o dall’ingresso. No, la prima a cambiare fu la cucina. E, a rigor di termini, non si trattava di ombre. Né lì né altrove al primo o al secondo piano era rimasto qualcosa che avrebbe potuto dare un contorno al cambiamento di luce. Il calare dell’oscurità avvenne in maniera uniforme e ad ampio raggio. Questo vide Claudia, e non ci sarebbe stato bisogno che qualcuno glielo avesse fatto notare.

“È così che funziona,” disse e passò in rassegna con ostentazione le bottiglie sparse in giro. “Se non si accende la luce, è buio. E non credi che sarebbe il caso di dare una pulita?” aggiunse.

Il padre non rispose, fissò invece, come aveva già fatto una volta, quando aveva fatto chiamare l’addetto della ditta di spedizioni, la parete di fronte. Claudia seguì il suo sguardo, non riuscì a trattenere un vago sorriso.

“Non c’è più niente lì,” disse nel tentativo di dare alla conversazione una piega familiare. Sfiorò il padre con il gomito. “Non c’è più niente lì,” ripeté.

Ma il padre, anziché ricambiare il contatto, si allontanò all’istante da lei. Tirò fuori il fazzoletto, si schiarì la gola.

“Hai mangiato qualcosa?” chiese Claudia.

Rifletté se passare in Mexicoplatz a prendergli un croissant o un panino, poi si ricordò che anni prima, quando andava ancora a scuola, la mattina presto, appena sentiva i passi del padre, usciva di camera e correva in cucina a preparargli il tè, finché lui non le permise più di farlo.

È sempre stato così, pensò Claudia, non gli è mai piaciuto che qualcuno gli dedicasse troppe attenzioni. E in qualche modo si avvertiva, anche quando si credeva di essergli vicini, una sensazione di estraneità. Proprio come ora, pensò.

La porta d’ingresso sbatté, e fuori, forse perché la Volkswagen era in mezzo alla strada, un clacson cominciò a suonare con insistenza.

 

8

 

La questione sembrò superata.

“È di nuovo solo,” disse Claudia ed esortò la madre a smettere di fare congetture sull’atteggiamento del marito.

Spiegò che il padre, naturalmente per sua stessa colpa, si era messo in una situazione intollerabile, e non aveva nemmeno più la voglia, o meglio la forza, di eliminarne le tracce.

“Ho visto le bottiglie di vino e i bicchieri dai quali hanno bevuto. Ma ti posso assicurare,” aggiunse “che ormai si è lasciato tutto alle spalle.”

La signora Bodewig non batté ciglio quando disse: “Ci ha ingannate, e il trasloco a Vienna era solo un pretesto per liberarsi di me. Mai e poi mai,” disse “mi sarei aspettata da lui tanta meschinità.”

Già, tanta meschinità. Era questo in definitiva che lasciava perplessa anche Claudia. Nonostante ciò: il padre era stato capace, dopo aver fatto sgombrare la casa, di dormire con un’oca sul divano rimasto.

“Cosa si era messo in testa!” gridò la madre. “Credeva, con la scusa del trasloco, di poter iniziare indisturbato una relazione! Credeva che ce ne saremmo state zitte a guardare, mentre di settimana in settimana cercava di sbarazzarsi di noi con pretesti assurdi! E cosa fa adesso?” volle sapere la signora Bodewig.

“Sta seduto sul divano, osserva il calare della sera e, a quanto pare, è convinto che ci sia ancora qualcosa che avrebbero dovuto portare via,” rispose Claudia. E quando si accorse che la madre taceva e non riusciva affatto a capire cosa volesse dire, aggiunse: “Sta passando un momento difficile.”

La signora Bodewig abbassò il ricevitore. Dopo cinque minuti richiamò e disse: “Prima devo sapere se è davvero solo.”

Furono d’accordo, dato che Wagemann era l’unico ad aver visto il padre in compagnia di una donna, nel chiedergli di accertarsi di nuovo che la questione fosse superata. Wagemann acconsentì e si recò, era il terzo viaggio che faceva, in Mexicoplatz con la vecchia Volkswagen. Questa volta, per mantenere la distanza necessaria, posteggiò in Limastraße, e per prima cosa cercò, passando davanti alla casa di Matterhornstraße, di scoprire se, magari al primo piano, dove si trovava il divano, riusciva a scorgere qualcuno. In cucina, a ogni modo fu quello che gli sembrò, la luce era accesa.

Sciocchezze, pensò Wagemann, con questi vetri sporchi su cui si riflette il sole non si distingue nulla. Guardò l’orologio. Forse è di nuovo al ristorante italiano, pensò, e si incamminò, come aveva già fatto una volta, verso Lindenthaler Alee, entrò nella libreria nell’atrio della stazione ferroviaria, sfogliò per un po’ i libri e le riviste, e dopo aver attraversato Mexicoplatz, dopo essersi avvicinato alla trattoria, vide il professor Bodewig, seduto proprio vicino alla porta. La sedia accanto a lui era vuota. Non c’erano tracce della maglietta senza maniche né delle scarpe rosa. Aveva davanti un piatto di spaghetti, beveva un grande bicchiere di vino, e quando sollevò lo sguardo, quando riconobbe Wagemann, che era rimasto immobile, posò il tovagliolo e lo invitò con un cenno della mano. Pochi minuti più tardi i due uomini erano seduti allo stesso tavolo, e anche Wagemann, seguendo il suggerimento del professor Bodewig, ordinò gli spaghetti.

Giunsero al chiarimento desiderato? Il futuro genero riuscì a scoprire se le supposizioni di Claudia erano esatte? Il professor Bodewig era di nuovo solo? Era costretto, qualsiasi fosse il motivo, a mangiare da allora in poi al ristorante italiano senza compagnia?

I due furono visti discutere animatamente. Dopo circa tre quarti d’ora lasciarono la trattoria, fecero ritorno in Matterhornstraße, e anziché, come sarebbe stato ovvio, salutarsi, entrarono nel vialetto lastricato in pietra che attraversava il giardino davanti alla casa. Il professor Bodewig indicò l’aiuola con i tulipani, ormai sfioriti da tempo. Arrivarono all’ingresso. Si udì il breve rumore della porta che si chiudeva, dopodiché entrambi sparirono all’interno del numero 6 di Matterhornstraße.

Era tardi, erano da poco passate le dieci e mezzo, quando Wagemann giunse all’appartamento di Claudia.

“Hai ragione tu, non c’è più nessuno,” disse. “Non ho visto nemmeno bicchieri o bottiglie. Evidentemente ha una donna delle pulizie. Ogni cosa sembrava lucidata, neanche un granello di polvere,” aggiunse. “Le finestre però lasciavano a desiderare.”

“E ha detto di nuovo che non è stato portato via tutto?”

“No, non l’ha detto.”

“E il tramonto?”

“Quello era veramente magnifico,” rispose Wagemann, e a Claudia non restò altro da fare che riferire per telefono alla madre quelle scarse informazioni.

Valutarono se fidarsi delle apparenze, e ritennero che in definitiva era indifferente se fosse stato il padre a lasciare l’amante o l’amante a lasciare il padre.

“Allora presto si farà vivo,” disse la madre con un tono che tradiva qualcosa di simile alla soddisfazione.

Claudia insisté ancora sulla necessità di fare i giusti rimproveri al padre, che non sembrava trovarsi in una situazione invidiabile, senza dubbio bisognava farglieli, ma senza esagerare.

“Ci proverò,” disse la signora Bodewig. “Però,” aggiunse “ti garantisco che finiremo per discutere.”

 

9

 

Una settimana più tardi, il professor Bodewig, mentre era occupato in cucina, sentì un rumore. Non era forse qualcuno che cercava di aprire la porta, e non era forse assolutamente chiaro che non ci sarebbe riuscito? Si tolse le scarpe, scese in calzini nell’ingresso. Una presa energica sulla maniglia, spalancò la porta, e si trovò di fronte un uomo di una certa età.

“Chi è lei?” chiese il professor Bodewig.

Era l’amministratore. Aveva con sé una ventiquattrore, estrasse un foglio di carta.

“Abbiamo ricevuto una lettera di disdetta da Vienna, e ci era stato comunicato che la casa era già libera.”

“Questa è la firma di mia moglie,” disse il professor Bodewig dopo aver gettato un’occhiata alle poche righe. “Non ha nessun diritto di disdire. Il contraente sono io.”

“Sì, esatto,” commentò l’altro e rimise a posto il foglio.

Sembrava diffidente. Era chiaro che l’uomo, che guardava oltre le spalle del professor Bodewig, aveva l’intenzione di controllare l’interno della casa, e infine, dopo che il professor Bodewig lo ebbe guidato in ogni piano e gli ebbe fatto vedere i punti del soffitto in cui l’intonaco aveva cambiato colore, l’amministratore indicò le pareti nude e domandò:

“Quindi lo stabile non è più abitato?”

“Cosa glielo fa pensare?”

“In caso contrario ci sarebbero i mobili.”

“Ho un divano, un bagno rinnovato di recente, in cucina ci sono il tavolo e le sedie. Non sta a lei dirmi come arredare casa mia,” disse il professor Bodewig.

Spiegò di avere fretta. Doveva andare all’università. Accompagnò l’amministratore alla porta, lo vide attraversare esitante il giardino e fermarsi in Matterhornstraße. Appoggiò a terra la ventiquattrore, si voltò ancora una volta e scrutò la facciata.

Dopo questo incontro il professor Bodewig rimase di cattivo umore ed entrò controvoglia nell’aula, in cui non era rimasto neanche un posto libero. Nonostante fosse vietato fumare, nell’aria aleggiava un denso fumo di sigarette. Qualcuno ridacchiò.

Bisogna essere dotati di un notevole entusiasmo per insegnare lo stesso programma semestre dopo semestre, pensò il professor Bodewig, e per la prima volta si rese conto che i manoscritti nel raccoglitore ad anelli avevano un aspetto logoro, gualcito.

Quante volte li aveva usati? Più o meno per vent’anni. Certo, aveva ampliato gli argomenti aggiornandoli costantemente. Doveva tenere in considerazione le mode che si avvicendavano, presenti anche nel suo settore di specializzazione, ma in fondo ripeteva sempre le solite cose, e quel giorno si sorprese a fare battute in proposito davanti agli studenti.

La sera il professor Bodewig andò in centro. Claudia lo aveva invitato a cena, e lì, dove le candele ardevano sulla tavola apparecchiata, dove gli fu servito un buon vino rosso, lì il professor Bodewig avrebbe finalmente avuto la possibilità di spiegarsi. Oppure, se avesse preferito evitare l’argomento, avrebbe almeno potuto lasciar cadere alcune osservazioni che permettessero di intuire le sue intenzioni future. E naturalmente anche Claudia sarebbe stata disposta a non fare parola di tutto quello che aveva fatto soffrire lei, e soprattutto la madre, se solo il padre fosse stato almeno un po’ più affabile.

“Devo riferire: per quanto riguarda Vienna non c’è più motivo di rimandare ancora il trasloco. Qualsiasi cosa sia successa, è stata dimenticata e perdonata.”

Ma il padre si comportò come se non sapesse di cosa parlava. Ringraziò per la cena, sorseggiò il vino, chiese notizie di Wagemann, di cui sembrava sentire la mancanza, e la conversazione, che toccava argomenti senza importanza, diventò sempre più spiacevole, finché il padre, a cui la delusione della figlia non era affatto indifferente, finché il padre, sicuramente con l’intenzione di mettere fine a quell’indegno nascondino, domandò:

“E quando vi sposate?”

“Non prima della prossima estate.”

“Allora saluta Wagemann da parte mia. Abbiamo fatto una bellissima chiacchierata, per così dire da uomo a uomo. Non deve dimenticare i miei consigli,” aggiunse il professor Bodewig.

Poi, dopo essersi alzato, guardò negli occhi la figlia ,che evidentemente si sforzava di soffocare l’indignazione per il fatto che il padre aveva osato, lui che si era comportato in modo così meschino, impartire consigli al suo fidanzato.

Che genere di consigli potranno mai essere? pensò Claudia, e si propose di fare attenzione che Wagemann non capitasse più nelle vicinanze di Mexicoplatz.

Si alzò anche lei, porse la mano al padre, ma si spostò, in modo che lui non potesse darle un bacio di commiato sulla fronte come faceva di solito, e ritornato in Matterhornstraße, dovette passare un po’ di tempo prima che il professor Bodewig si levasse il cappotto. Non si era tolto nemmeno il cappello quando salì la scala che portava a quello che una volta era il suo studio, e si fermò, dopo aver posato le chiavi dell’auto, il portafoglio e qualche spicciolo, come indeciso. Rimase completamente immobile, avvertì, dato che aveva lasciato di nuovo aperta la porta d’ingresso, uno spiffero, e quanto fosse pungente, quanto fosse rinfrescante l’aria che soffiava da nord-ovest, dalla regione dei laghi e dalla Havel.

 

10

 

Una volta di più, il professor Bodewig poteva avere la certezza che il trasloco nello stabile di Heiligenstadt era ancora possibile, e che la moglie, invece di trarre conclusioni, si preoccupava a causa sua. Provare ancora a telefonargli era fuori discussione. Allo stesso modo, si rifiutava di scrivergli una lettera. Tuttavia accarezzava l’idea di prendere di nascosto un aereo per Berlino. Chi avrebbe potuto impedirle di chiamare un taxi e andare in Matterhornstraße? Sarebbe stata a casa sua, e avrebbe avuto tutti i diritti di questo mondo di tirare fuori il vecchio mazzo di chiavi e, come aveva fatto per decenni, aprire la porta. Certo, doveva fare i conti con l’eventualità che la serratura fosse stata cambiata e che, una volta costretta a suonare il campanello, non le aprisse nessuno.

“Gerhard!” avrebbe chiamato, e poi di nuovo: “Gerhard!”, mentre dal giardino avrebbe cercato di guardare nell’ingresso dalla finestra.

Infine sarebbe salita di nuovo sul taxi, per farsi portare alla prima pensione che capitava. Sarebbe andata a letto presto, dopo aver lasciato aperta la finestra, avrebbe ascoltato gli schiamazzi dei germani reali nello Schlachtensee, e avrebbe trovato inconcepibile che il marito, a nemmeno un chilometro e mezzo di distanza, fosse a sua volta sdraiato vicino a una finestra aperta, e fosse diventato impossibile ristabilire un contatto con lui.

Eppure, pensò, fino a tre mesi fa dormivamo ancora nella stessa camera!

E stranamente: malgrado le circostanze fossero state dolorose, la signora Bodewig valutò se, nel caso in cui il marito fosse tornato a Vienna con lei, sarebbe stata ancora possibile una vita insieme, e si stupì nell’accorgersi che non nutriva il benché minimo dubbio al riguardo. Lui, che si rifiutava con ostinazione, che forse l’avrebbe obbligata, a Berlino, dove era nata e cresciuta, a passare la notte in un’anonima pensione, lui, leggermente tarchiato e per il quale era difficile trovare una giacca adatta alle sue spalle larghe, continuava comunque a esserle familiare.

E il professor Bodewig?

In altri lidi, pensava, cercando di ricordare la prima volta che gli era venuto in mente questo modo di dire.

Mentre riordinava il bagno trovò un bracciale che era scivolato dietro il lavandino. Voleva metterlo in una busta, trovò anche l’indirizzo, scritto sulla prima pagina dell’elenco telefonico, ma poi lo gettò nel sacchetto della spazzatura. Aveva finalmente organizzato il trasloco, aveva comprato una valigia nuova per le cose rimaste. I pochi mobili intendeva farli ritirare dal servizio raccolta rifiuti ingombranti, e decise, non appena se ne fosse presentata l’occasione, di fare domanda per il pensionamento anticipato.

Per noi è meglio così. A lungo andare non resisterei a viaggiare avanti e indietro tra Dahlem e Vienna, pensò il professor Bodewig, malgrado sapesse che non avrebbe mai riunito le ultime cose nella valigia nuova, non avrebbe mai fatto ritirare i pochi mobili dal servizio raccolta rifiuti ingombranti e non si sarebbe mai trasferito da sua moglie a Heiligenstadt.

Ancora una volta fu tentato di farglielo sapere. Aprì la scatola di cartone per rileggere la lettera che aveva scritto settimane prima e poi accantonato. Scorse le prime righe, scrollò la testa per la calligrafia incostante, quasi incomprensibile. Ma invece di prendere il taccuino e la stilografica per scrivere un’altra lettera, si rimise in piedi, indossò la giacca e si diresse, come continuava a essere sua abitudine, a mangiare al ristorante italiano. Quella sera la trattoria era affollata. I tavoli erano stati uniti, c’era un’atmosfera allegra e rumorosa, qualcuno stava festeggiando il compleanno. Il professor Bodewig non si accomodò vicino alla porta. Gli era stato riservato un posto nella sala attigua. Là bevve la sua mezza bottiglia di Amarone e, una volta ritornato in Matterhornstraße, non dovette attendere molto il calare dell’oscurità.

Come sempre, un po’ più tardi secondo la stagione, iniziò a farsi buio, e le ombre non arrivarono, come ci si sarebbe aspettato, dalla cantina o dall’ingresso. No, la prima a cambiare fu la cucina. E, a rigor di termini, non si trattava di ombre. Né lì né altrove al primo o al secondo piano era rimasto qualcosa che avrebbe potuto dare un contorno al cambiamento di luce. Le pareti erano nude, e poiché mancavano anche le lampade al soffitto e le tende alle finestre, il calare dell’oscurità avvenne in maniera uniforme e ad ampio raggio. Ed era già sorprendente che il professor Bodewig, ancora una volta dopo così tante settimane, o erano mesi, per osservare quel fenomeno, restasse seduto sul divano, scomodamente proteso in avanti. E sulla parete di fronte, quando la linea d’ombra si spostava, non si scorgeva forse qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi lì, o che, si potrebbe presumere, non era stata portata via? E questa cosa, di fronte alla quale nemmeno Claudia e, prima di lei, l’addetto della ditta di spedizioni erano riusciti a trattenere un vago sorriso e che anche il professor Bodewig sapeva non essere altro che un’illusione, questa cosa gli dava l’impressione di essere sulla strada giusta.

Sulla strada giusta per dove? Per essere in grado di fare chiarezza su quel punto, l’avanzare dell’oscurità aveva una durata troppo breve. Anche se all’esterno, come sempre, c’era traffico, mancavano i fari, che generalmente creavano il movimento nella stanza al primo piano, e stando così le cose e dato che anche la vetrata da atelier al piano superiore non faceva più entrare il riverbero dei lampioni, con il quale altrimenti sarebbe stato possibile orientarsi, era naturale che, alla fine, quello che il professor Bodewig aveva avuto davanti agli occhi fosse immerso in un nero indistinguibile, e ora la sensazione di trovarsi sull’orlo di un baratro era completa, nonostante sapesse che c’era ancora la scala, che portava nell’ingresso e poi scendeva in cantina.

 

 

 

postato da: redazionevoland alle ore 16:19 | Permalink | commenti (6)
categoria:pagine
giovedì, 18 gennaio 2007

be', ancora pochi giorni e poi gennaio finisce... Sono certa che anche il mio umore migliorerà... E grazie di tutte le forme di solidarietà, maschile e femminile, pasticciera e gastronomica, pacche sulle spalle et similia.

Magari stasera mi prendo un buon libro e mi metto a leggere...

postato da: redazionevoland alle ore 16:46 | Permalink | commenti (4)
categoria:parole parole parole
martedì, 16 gennaio 2007

Per fortuna mi riconosco in molti di quelli che hanno risposto alle mie angosciate domande. Nella curiosità, soprattutto, e nella golosità dell'ammucchiare libri che poi leggo a mesi/anni di distanza. Nel tatto: scegliere ed essere scelta dai libri. Titoli, autori, copertine che ti chiamano. Magari poi ti deludono anche, ma che fa, leggere non è mai una perdita di tempo, come secondo me non lo è mai andare al cinema, anche quando poi magari il film non ti piace. Ogni film, ogni libro, anche se non ti ha convinto, ti lascia qualcosa, un'immagine, una frase, un personaggio, un episodio. Davvero molto raramente mi è capitato di rimpiangere il tempo speso a leggere. Tornare sui libri, rileggerli, gustarseli perché la seconda volta li hai scelti conoscendoli, e corrispondono a un tuo stato d'animo, a un bisogno...

Forse meglio cambiare mestiere, ci vorrebbe una maggiore freddezza.

In ogni caso, grazie.

postato da: redazionevoland alle ore 13:07 | Permalink | commenti (8)
categoria:parole parole parole
domenica, 14 gennaio 2007

In realtà mi ero (quasi) preparata un altro post, ma poi ho letto la classifica pubblicata sabato da Tuttolibri, supplemento alla Stampa. Non voglio trascriverla tutta, anche se la tentazione è forte, ma se a qualcuno fosse sfuggita questa pagina, ecco alcune brevi annotazioni.

Innanzi tutto, sto parlando della classifica dei 100 libri più venduti di tutto il 2006. Alcune preziose informazioni, riassunte dallo stesso Luciano Genta. Nella classifica, fra i gruppi editoriali prevale, indovina un po',  il gruppo Mondadori. Del suddetto gruppo sono infatti 50 dei 100 titoli più venduti. Nel dettaglio: 37 Mondadori, 7 Einaudi, 4 Sperling, 2 Piemme. Per secondo viene il gruppo Rizzoli, con 22 titoli: 7 Rizzoli, 7 Bompiani, 5 Adelphi, 2 Fabbri, 1 Sonzogno. Poi  8 del gruppo Mauri/Spagnol, 8 Feltrinelli, 5 Sellerio, 2 Baldini e Castoldi-Dalai. Poi uno ciascuno a Castelvecchi, Fandango, Neri Pozza, Libreria ed.Vaticana, Mandragora.

Osservazioni sparse: si tratta evidentemente di una lista piuttosto mista, comprende anche  Deus caritas est, Benedetto XVI (al  50° posto, Libreria ed.Vaticana) e Fate la nanna (al 99°, edizioni Mandragora, un manuale per insegnare ai genitori come si addormentano i bambini). Per il resto: l'editore più piccolo è Castelvecchi, con La ballata delle prugne secche, di Pulsatilla. Fandango, altro "piccolo", è presente ma con Baricco, Questa storia.  Dan Brown ha imperversato anche durante l'anno scorso (al 21° posto con il Codice da Vinci, al 27° e al 34° con La verità del ghiaccio, uno è un tascabile, al 60° con Angeli e Demoni, al 75° ancora con il Codice tascabile, all'86° ancora Angeli e Demoni. Indovinate chi lo pubblica...); sono inoltre presenti alcuni Coelho (Sono come il fiume, Undici minuti, L'alchimista) una Littizzetto, un Grillo, un Veltroni, tre Volo (tutti molto bravi, sia chiaro. Solo che non sono certissima che sia letteratura), 3  i Camilleri tra i primi 12 (amo Camilleri), 2  i Carofiglio (mi piace anche Carofiglio).

Ah, il primo assoluto naturalmente è di  Harry Potter e il principe mezzosangue.

Sarà l'invidia a muovermi le viscere? Forse. Posso dire però con sincerità che non sono moltissimi i titoli che vorrei aver pubblicato, intendo che vorrei davvero, con tutto il mio cuore e il mio cervello.  Magari è solo la stanchezza, il fatto di essere consapevole che è una lotta impari. Fare parte di un gruppo che possiede giornali, televisioni o librerie facilita evidentemente la possibilità di imporre autori, mode.

Se qualcuno ne ha voglia, provi a dirmi: quali libri ha letto in questo 2006? In base a cosa li  ha comprati? Si è pentito di averli comprati? Cosa cerca in un libro?

d.

 

postato da: redazionevoland alle ore 18:24 | Permalink | commenti (10)
categoria:parole parole parole
lunedì, 08 gennaio 2007

Ora che le feste sono irrimediabilmente  finite, che tutti abbiamo preso almeno 3 chili fra panettoni, torroni, ricciarelli, cioccolatini, capponi e insalate di rinforzo, spero che siamo pronti a occuparci di cose un po' più spirituali, come i libri, la lettura, il cinema, il teatro...

Avete regalato libri, per le feste di Natale? questo vi riscatterebbe, certo. Farebbe di voi (di noi) esseri migliori. Ecco le mie letture, per dimostrarvi che non leggo solo libri Voland e per disinguermi da quel collega (non faccio nomi) che, alla domanda quale libro avesse in quel momento sul comodino, rispose che aveva le bozze del romanzo in uscita...

Dirò solo dei libri che ho trovato molto belli, degli altri tacerò:

Antonio Pascale, S'è fatta ora, minimum fax.  Racconti pieni, densi, a volte ironici e teneri e a volte più disperati, ma sempre illuminati da una lingua assolutamente magistrale.

Ugo Riccarelli, Pensieri crudeli, Giulio Perrone Editore. Riccarelli è un grande. Chi non ha letto nulla di suo, si affretti a farlo. Il dolore perfetto è uno dei libri più belli di questi anni. Il fluire della frase, l'uso ipnotico e incantatore delle parole in questi Pensieri crudeli  si condensa, e ci consegna personaggi tesi a dominare il caos della vita.

Poi un paio della magnifica Fred Vargas, uno dei miei crucci (nel senso che mi sarebbe piaciuto pubblicarla io, ma sono arrivata tardi).

Ho letto anche alcuni "stranieri" che non voglio rivelare, per paura di possibili "furti".... Perché l'editore non smette un attimo di pensare al futuro.

Ah, mi è venuta in mente una massima per chi desidera creare una piccola casa editrice: bisogna nascere ricco e desiderare di morire povero. Aspirazione a quanto pare molto più diffusa di quanto non si creda. Posso testimoniare, almeno per la seconda parte della massima.

d.

 

postato da: redazionevoland alle ore 18:23 | Permalink | commenti (10)
categoria:parole parole parole
venerdì, 05 gennaio 2007

Sì, lo so che ci siamo prese un sacco di vacanze, ma va pure detto che nel mese di dicembre abbiamo lavorato come pazze... La fiera, e la festa, e le uscite di gennaio (a proposito, fra una settimana va in libreria un libro che ci ha fatto un po' patire, ma che finalmente ha trovato la sua forma. E' andato in promozione due volte, ha cambiato copertina, e ora è lì tutto timoroso, in attesa di raggiungere i magazzini e poi le librerie... Si tratta di La mala morte dello spagnolo Fernando Royuela (titolo benaugurante, per iniziare un buon 2007, ma me ne accorgo adesso, mentre lo scrivo. Tanto noi mica siamo superstiziosi... ) A seguire un tedesco, Hartmut Lange, con un libro dal titolo evocativo: Leptis Magna.

Mentre ero a svagarmela a Parigi  ho letto su Le Monde  la seguente notizia, che vi passo, non sapendo se i giornali italiani si siano dati la briga di riportarla: poco prima di Natale un pazzo si è rinchiuso per un intero giorno nella casa-museo di Michail Bulgakov, a Mosca, mettendo a soqquadro l'intero appartamento. Si tratta dell'appartamento sulla Sadovaja, quello che nel romanzo Il  Maestro e Margherita viene occupato da Voland e dalla sua corte diabolica, e in cui si svolge il gran ballo diabolico. nell'articolo si parlava di satanismo, di pazzia, e persino della politica oscurantista di Putin. Ditemi voi se Voland non deve preoccuparsi...

daniela

postato da: redazionevoland alle ore 18:50 | Permalink | commenti (4)
categoria:parole parole parole