giovedì, 21 dicembre 2006

Ecco un pensierino per aspiranti scrittori e lettori su cui riflettere durante le vacanze di Natale! Auguri... e ci rivediamo il 3 gennaio. 

"Oh, se avessi potuto immaginare la scena che avevo sentito! Se fossi stato capace d'inventare con la stessa presunzione della vita reale! Se un giorno avessi potuto anche solo avvicinarmi all'originalità e alla concitazione delle cose che accadono veramente!"

(Philip Roth, Lo scrittore fantasma, Einaudi 2004)

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martedì, 19 dicembre 2006

mi ero ripromessa di non scrivere niente fino all'anno prossimo, ma non resisto. La festa è andata bene, molta gente, parecchi sconosciuti. I 10 litri di vino sono finiti forse troppo presto, ma come si fa a prevedere il flusso di persone di una cosa così...

Vecchi e nuovi amici, polpette e insalata di pollo, crostate, libri acquistati per regalarli a Natale. Scoperte di romanzi appena usciti, consigli, chiacchiere. A giudicare dalle facce, siamo stati bene. Io ho fatto polpette per tutto il pomeriggio, invece di libri. Un bel diversivo. 

Forse faccio in tempo a postarvi un altro regalino prima di chiudere, ma vorrei prima appurare cosa sta leggendo Fiodor, per non fare gaffes.

D.

 

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lunedì, 18 dicembre 2006

Siamo qui, con le 15 casse di libri che il corriere ci ha consegnato oggi (ritirate alla Fiera del libro di Roma lunedì), freneticamente cerchiamo di metterli a posto per stasera, anzi, per le 18, quando comincerà ad arrivare la gente (speriamo!!) per la festa. Intanto io devo pure occuparmi del cibo e del vino (10 litri di rosso toscano, lenticchie, insalata di pollo, polpettine, insalata con noci e roquefort...). In tutto questo, abbiamo appena licenziato un libro, La mala morte, che uscirà a gennaio (bellissimo) e consegnato al grafico per l'impaginazione un altro libro, Abbacinante, del mitico Cartarescu. Siami sfinite, ma vi abbiamo preparato anche un regalo. Un racconto tratto da Donne che viaggiano da sole di José Ovejero. Il nostro preferito. Buona lettura e buone feste. Ci rivediamo a gennaio su queste pagine.

I compagni di viaggio

(Tulum – Città del Messico, Messico)

 

            Fino all’ultima sera nessuno dei due aveva dato segni di inquietudine. Ed è curioso che María Elena si mostrasse diffidente proprio allora, quando tra noi iniziava a esserci, non dico amicizia, ma almeno la spigliatezza tipica di un piccolo gruppo che viaggia insieme da diversi giorni, condividendo colazioni, pranzi, cene, hotel, attese, i piccoli contrattempi di qualsiasi viaggio. Ci stavamo persino abituando alle rispettive manie e agli atteggiamenti dietro ai quali ognuno nasconde l’inevitabile batticuore che produce attraversare territori sconosciuti, con usanze e codici di comportamento diversi dai propri.

            Anche se, a dire il vero, a me continuava a dare abbastanza sui nervi la finta spontaneità di Carlos, quella specie di entusiasmo giovanile con cui cercava di trasformare in avventura degna di essere raccontata al ritorno qualsiasi situazione appena al di fuori della norma, almeno secondo i parametri della cittadina spagnola in cui vivevano. In quei momenti María Elena oscillava fra l’innamoramento e la vergogna, come una madre che, orgogliosa del figlio persino quando fa una marachella, finge di rimproverarlo solo per assicurare a entrambi l’indulgenza dei presenti.

            In effetti, la prima volta che li vedemmo, in una caletta sotto le rovine di Tulum, stavano interpretando entrambi le parti che dovevano aver accettato fin dall’inizio della loro relazione.

            Sarà stato poco dopo le otto del mattino, quando non erano ancora arrivati i primi pullman di turisti e la cala era deserta. Carlos – io e Patricia li osservavamo da una piccola scogliera, ai piedi della costruzione chiamata La Torre dei Venti – correva per la spiaggia esclamando a gran voce: È il paradiso! Siamo in paradiso! proclamava togliendosi frettolosamente i vestiti, e lo gridava ancora mentre correva nudo e sguazzava in acqua, finché non si tuffò e non udimmo più i suoi schiamazzi.

            Emerse subito a pancia in su, mostrando il corpo poco abbronzato e il sesso leggermente in erezione, e solo allora si accorse della nostra presenza.

            We are in fucking paradise! – ci gridò agitando un braccio. Immagino che lo disse in inglese perché io sono biondo e mia moglie ha i capelli rossi. Gli restituii il saluto con la mano e scesi in spiaggia con Patricia. María Elena tirò fuori un enorme asciugamano verde da una sacca sportiva e rimase in piedi sulla riva, per coprire il marito non appena avesse terminato di fare il bagno.

            – Vieni, scemo – lo chiamò quando finalmente uscì dall’acqua. Cercò di acchiapparlo con l’asciugamano, ma lui lo scostò con una manata facendolo cadere sulla sabbia e mentre lei si chinava a raccoglierlo la prese per la vita. María Elena si oppose come poté ai tentativi di Carlos di toglierle i vestiti, sorridendo verso di noi come per scusare le pazzie del marito.

            – Approfittane per fare il bagno nuda: l’acqua è stupenda.

            Lei rideva imbarazzata e a bassa voce gli diceva qualcosa che non riuscimmo a udire.

            – Dài, guarda le palme, e il colore dell’acqua, e le rovine! È veramente il paradiso. Quei due non diranno nulla – aggiunse indicandoci. – Vero che non vi importa se mia moglie fa il bagno nuda? – chiese in spagnolo, forse sperando che non lo capissimo.

            – Non lo diremo a nessuno – lo tranquillizzai, alzando la mano destra come per ribadire il giuramento. Ma lei fece diversi passi indietro e si mise in salvo dal marito, che rimase in piedi, con la faccia al cielo, ad asciugarsi ai raggi di un sole non ancora troppo cocente. Dopo essersi scrollato i capelli neri come un cagnolino e tamponato la barba, si avvicinò dove eravamo seduti noi.

            – Figo questo posto, vero? Mi chiamo Carlos. E lei è María Elena.

            Gli strinsi la mano.

            – Elías.

            – Pati, Patricia.

            Credo che Carlos fosse il tipo di uomo che piace a mia moglie: magro, leggermente muscoloso, con lo sguardo inquieto e, quando lo posava un attimo, penetrante; pieno di voglia di vivere, di fare qualsiasi cosa pur di non perdere lo sprint dell’adrenalina; convenzionale nello sforzo per apparire poco convenzionale. Gli diedi trent’anni, a lei qualcuno di più.

            Anche María Elena si avvicinò e, dopo averci dato la mano, si sedette sulla sabbia accanto a noi. Mentre chiacchieravamo con Carlos, lei aveva lo sguardo perso in lontananza e un’espressione deliberatamente sognante. Era una di quelle donne che nascondono la timidezza dietro una spiritualità un po’ finta e fanno passare la solitudine per contemplazione.

            Da quello che ho detto, potrebbe sembrare che non mi erano simpatici, ma non è vero. Tutti recitiamo un po’, e non sono certo la persona più adatta a condannarli. Ma osservare, capire gli altri, per me è diventato un vizio e uno strumento del mestiere; immagino che, come lo psicologo delle barzellette, se a una festa arrivasse una donna nuda, sarei quello che, invece di guardare la donna, guarderebbe gli altri.

            A Patricia furono subito simpatici. Soprattutto María Elena. Non dico che fosse entrata nelle sue grazie, ma fin dal primo momento aveva instaurato con lei quello che si potrebbe definire un rapporto di complicità femminile, un fronte comune contro gli scherzi di Carlos o i miei, sostenendosi incondizionatamente quando c’era da prendere decisioni, e perdendosi in un gioco di bisbigli e confidenze impossibili.

            Visitammo insieme le rovine. Carlos era un vero esperto di città maya e ci raccontava particolari sull’organizzazione sociale e la vita religiosa di quel popolo che vide arrivare gli spagnoli dalla torre di guardia di Tulum. Mi inteneriva il fatto che mentre spiegava abbassasse leggermente la voce, con una timidezza che mostrava solo in quei momenti, e capii che nelle sue spiegazioni non c’era pedanteria né smania di mettersi in mostra; al contrario, ci era grato che lo stessimo a sentire, temeva di diventare noioso.

            – È il tuo hobby? – chiesi mettendogli la mano sulla spalla.

            – Era un sogno – rispose, e i suoi occhi si fermarono più a lungo del normale, guardandomi con una punta di dispiacere; alla fine sorrise e mi strinse anche un braccio con la sua mano ossuta. Non mi aveva ancora raccontato che organizzava corsi sull’ottimizzazione delle risorse informatiche delle imprese. I maya erano il mondo nel quale si rifugiava per non rassegnarsi al futuro che incombeva su di lui, anzi, che gli era già addosso.

            A María Elena le piante e gli animali interessavano più delle pietre; fotografava fiori con una vecchia  macchina manuale, dall’aria solida e pesante.

            – Non preferisci questa? – le chiesi mentre era accovacciata intenta a osservare un’iguana, e quando si girò, la fotografai con la mia Canon Ixus. Rise e disse che erano giocattoli per bambini, privi di consistenza, e poi non avrebbe mai e poi mai usato una macchina nella quale non si sentissero i movimenti dei pezzi che la compongono, quella che lei chiamava “la sua vita interiore”. Guardai l’immagine che era rimasta sul display; più che bella María Elena era armonica, sembrava relativamente in pace con se stessa, come se si fosse accettata così com’era, quasi non avesse mai avuto grandi aspettative nella vita, e senza che ciò le importasse poi molto. In lei non c’era civetteria, né alcuna volontà di seduzione. Probabilmente le bastava avere Carlos. Di sicuro sarebbe stata una buona madre. Non salvai la foto.

            Forse la cosa che più mi colpì della passeggiata – non sono un fanatico delle rovine e, in genere, neanche della storia – fu quando un’iguana, un maschio adulto di almeno un metro, si tirò su tendendo le zampe davanti, scrollò il capo guardando María Elena e si diresse verso di lei con minacciosi movimenti preistorici. Mi sorprese che María Elena, di nuovo accovacciata quasi volesse sempre essere alla stessa altezza degli oggetti che osservava, non sussultasse né retrocedesse di un passo; guardò avanzare l’animale con attenzione, affascinata dalla sua vicinanza, e pensai che lei, anziché inseguire un sogno ormai impossibile come Carlos, cercava di rompere la crosta secca della quotidianità attraverso il contatto con quella che avrebbe definito natura. Alla fine fu l’iguana a indietreggiare e sparire giù per la scogliera. Io e Patricia ci scambiammo uno sguardo meravigliato.

            Alle dieci il sole picchiava con la solita violenza e il luogo era affollato di comitive di turisti. Carlos e María Elena erano arrivati a piedi dal posto dove alloggiavano, un campeggio di bungalow a circa tre chilometri a sud delle rovine. Siccome noi stavamo in paese, altri due chilometri più a sud, ci offrimmo di accompagnarli in taxi e loro accettarono volentieri.

            – Però dividiamo la corsa – disse María Elena.

            – Non dite sciocchezze. Noi avremmo preso comunque un taxi.

            Li lasciammo all’entrata del campeggio e li vedemmo sparire lungo un vialetto sterrato tra gli alberi, abbracciati, ridendo; lui probabilmente aveva fatto una delle solite battute e lei non aveva saputo resistere a quella ragazzata.

            – Come ti sembrano? – chiesi.

            – Non c’è male.

            Patricia si sedette pensierosa di fianco a me.

            – Solo non c’è male ?

            – Lei è molto simpatica. No?

            Mi strinsi nelle spalle, evitando ogni commento. Anche nella nostra coppia ognuno ha ruoli precisi: sono sempre io ad assumermi le responsabilità.

            Quella sera avevamo appuntamento con loro per cenare al ristorante del campeggio, un locale all'aperto, riparato solo da un tetto di paglia sostenuto da pali di legno. Dal tavolo si vedeva il mare.

            La cena fu piacevole. Erano davvero una coppia simpatica. Non proprio estroversi – d’altronde tutti serbiamo qualche segreto anche quando sembra che ci apriamo agli altri – ma con un modo di comunicare semplice, disinvolto. Carlos ci parlò del suo lavoro sforzandosi di farlo apparire più interessante di quanto non fosse, probabilmente per nascondere una caterva di sogni infranti dietro l’accettazione di una vita monotona. María Elena ci disse di essere traduttore giurato, guadagnava benino e le restava tempo per i suoi hobby: la palestra tre volte alla settimana, l'impegno con Amnesty International e la collezione di foto antiche. Trovò molto divertente che io e Patricia avessimo affermato di vivere di rendita.

            – Che invidia!

            – Be’, io non resisterei senza un lavoro.

            – Ma cosa dici, pensa ai viaggi che potremmo fare!

            – Viaggiamo già. Tutti gli anni. Dell'America ci manca solo il Canada.

            – E le Guayane e Panama.

            – Non avete figli?

            Il silenzio con cui accolsero la domanda di Patricia mostrò che quello era un argomento di conflitto. Mentre stavamo zitti si udiva il mormorio di un mare particolarmente calmo. Dai cespugli uscì correndo un animale delle dimensioni di un grosso ratto, percorse un pezzo di spiaggia illuminato da un faretto del ristorante, annusò il terreno ai piedi di un albero e tornò velocemente a nascondersi tra le ombre. Solo dopo qualche secondo María Elena rispose:

            – Lui non ne vuole.

            – Preferirei un cane – aggiunse Carlos, e fece una smorfia per suscitare la nostra ilarità, ma il dissapore tra loro era palese, e il nuovo silenzio che seguì ne fu la conferma.

            – E voi?

            Fu Patricia a rispondere:

            – Io ho una figlia. Ma vive con il padre...

            Mi guardarono entrambi, forse per accertarsi di avere il mio permesso prima di continuare con le domande. Ignorai i loro sguardi e cambiai argomento. Credo che Carlos me ne fu grato.

            – Qual è la vostra prossima meta?

            – Palenque. Dicono che è una figata. La paragonano a Tikal. E a me Tikal... vero, María Elena? – lei annuì anche se con un’espressione vagamente dispiaciuta. – Ci siete stati?

            – No. Vivo in Messico da vent’anni e non mi è mai venuto in mente di fare un viaggio fin là. Patricia mi ha proposto di andarci proprio domani o dopodomani.

            Carlos e María Elena erano due spagnoli tipici, sempre pronti a formare un gruppo, a unirsi strada facendo a chiunque parlasse la loro lingua, ancor meglio se si trattava di un connazionale. Per quella coppia viaggiare aveva davvero senso solo se conoscevano gente, se stringevano nuove amicizie, insomma, se intrecciavano quei legami poco solidi che si creano condividendo per qualche giornom la stessa esperienza  e tornavano a casa con indirizzi di persone che non avrebbero mai più rivisto e di cui pochi mesi dopo si sarebbero ricordati solo sfogliando l’album di foto. Non mi sorprese che Carlos proponesse con grande entusiasmo di andare insieme a Palenque. Dopo aver esitato un po’, io e Patricia accettammo. Il giorno seguente decidemmo di prendere il pullman notturno per San Cristóbal de las Casas e da lì cercare una coincidenza per Palenque. Fummo tutti d’accordo a non andarci con un gruppo di turisti, ma con i mezzi pubblici.

            – In fin dei conti – dissi – la guida ce l’abbiamo già.

            Credo che Carlos arrossì.

            – Sì, una guida a rompere i coglioni è già abbastanza – osservò ridendosela.

            Dopo cena passeggiammo lungo la spiaggia; le due donne, qualche metro più indietro, non la smettevano di chiacchierare; le loro voci ci arrivavano come da molto lontano, da sopra il leggero sciabordio delle onde, e avevano qualcosa di familiare, mi ricordavano la sensazione rassicurante che provavo durante l’infanzia quando dal letto udivo gli adulti chiacchierare in salotto; mi voltai e vidi che si tenevano a braccetto.

            Io e Carlos camminavamo molto più silenziosi; fece un paio di domande su di me – quando ero arrivato in Messico, perché ero rimasto a vivere in questo paese, se non mi mancava la Spagna – ma le mie risposte, sempre laconiche, non riuscivano ad avviare una vera e propria conversazione. Carlos tirò fuori uno spinello già pronto e lo accese, facendo scudo alla fiamma con il corpo e sollevando anche un lembo della maglietta per ripararla meglio. Me lo passò dopo aver dato un paio di tiri.

            – Sarebbe come chiudere la bara.

            Stranamente capii cosa volesse dire senza bisogno di spiegazioni. Vidi che aveva gli occhi puntati su di me, ma continuai a guardare in avanti, voltandomi persino un po’ verso il mare.

            – Non so se mi capisci. Viaggiare non è tutto, di certo non è tutto, ma si possono fare altre cose.

            – Si possono fare comunque.

            – No, quando hai figli non le fai più. Significa prendere una decisione per tutta la vita. È un po’ come arrendersi. – Carlos unì le mani davanti al corpo e le protese verso di me come fossi lo sceriffo pronto ad arrestarlo. Gli restituii la canna.

            – Con i bambini non si possono visitare posti simili, e soprattutto non potresti mai dire: io rimango qua. Non torno più. Questa foresta o queste montagne saranno la mia casa, perché casa mia è dove sto bene, non dove ho la sveglia e la televisione. Non so se mi capisci.

            – Certo che ti capisco.

            – Insomma, non faccio esattamente la vita che vorrei fare, perché negarlo? Ma comunque María Elena è una brava ragazza, le voglio davvero bene.

            Di nuovo il suo sguardo sul mio profilo. Questa volta, però, mi girai verso di lui e annuii col capo.

            – Se mi vedessi sul lavoro non mi riconosceresti. In giacca e cravatta...

            – Si tratta soltanto di lavoro. Anch’io portavo la cravatta. Ci sono altre cose.

            – O possono esserci. Finché possono esserci, finché esiste la possibilità che ci siano, il resto, quello che stai facendo, è qualcosa di passeggero, non è per sempre, non è la tua vita. Su questo non ci piove. Quanti anni hai?

            – Quarantanove.

            – Fai quello che vuoi...

            – Più o meno.

            – ... perché non hai figli. Figli tuoi, voglio dire.

            La conversazione mi irritava. Mi voltai di nuovo verso le donne aspettando che Patricia rispondesse al mio cenno di avvicinarsi. María Elena alzò la mano come per salutarmi, ma interruppe quel gesto a metà per sistemarsi i capelli dietro l’orecchio. Un cane abbaiava dall’altra parte della strada. Mi fermai e mi sedetti sulla sabbia per aspettare che le donne ci raggiungessero. Carlos si accovacciò di fianco a me.

            – Non dirle niente.

            – Ci mancherebbe altro.

            – È una donna straordinaria. Senti, scusa per lo sfogo.

            Per fortuna arrivarono in quel momento. María Elena accarezzò la testa di Carlos, lo guardò e dopo guardò me; ebbi l’impressione che si intenerisse nel vedermi fare amicizia con il marito.

            – Avete fumato – disse María Elena.

            – Egoisti. Potevate avvisarci.

            Patricia si sedette accanto a me e mi posò la testa sulla spalla; loro guardavano il mare abbracciati. Sembravamo quattro amici di lunga data, capaci di condividere chiacchierate e silenzi, di salvaguardare persino l’intimità di ciascuna coppia, che poteva accarezzarsi e abbandonarsi a romanticherie senza provare alcun imbarazzo per la vicinanza degli altri.

            – Non c’è luna – dissi, non so perché, né so perché María Elena mi sorrise.

            Al ritorno prendemmo un taxi. Sui sedili davanti avevano messo a mo’ di fodera una maglietta con la foto di un politico locale. Patricia mi raccontò che si erano intrattenuti a parlare di bambini, di quanto fosse importante per María Elena avere figli. Pensava persino di separarsi se lui non avesse accettato. Lei non poteva aspettare in eterno; l’orologio biologico e tutte quelle storie lì.

            – Lui non vuole, vero? – mi chiese.

            – No.

            – Peccato!

            Le diedi uno schiaffo. Il tassista ci guardò dal retrovisore, ma non osò intervenire. A Patricia tremavano le labbra. Dentro il taxi faceva caldo, aprii il finestrino, ma l’aria dall’esterno non era molto più fresca. Fino all'hotel non ci rivolgemmo più la parola. Patricia scese mentre il tassista mi dava il resto.

            – Non ci si comporta così, signore – mi disse.

            Non gli lasciai mancia.

 

Viaggiare è l’oppio dei popoli. Non ho ancora capito cosa spinga le persone a spostarsi migliaia di chilometri, ad alloggiare in squallidi hotel, a girare in lungo e in largo per paesi dove non capiscono quello che si dice, a imbattersi continuamente in altri turisti. Sopportano otto o dieci ore al giorno in ufficio, ore di spostamento in metropolitana o in auto, una vita familiare insoddisfacente, e si consolano, come gli sfruttati di ogni epoca, con una fantasia del paradiso destinata a compensare le sofferenze. Diversamente dal passato, oggi puoi comprarti un biglietto per il paradiso e scegliere l’hotel.

            Devo confessare che, malgrado tutto, il viaggio con Carlos e María Elena fu abbastanza piacevole, forse perché l’entusiasmo di Carlos era tanto contagioso che, senza trasformarmi in un patito di archeologia maya, mi permetteva di apprezzare il fatto di scendere il fiume Usumacinta su una lancia  in cerca delle rovine di Yaxchilán o passeggiare per i prati di Palenque. Gli andavamo dietro tutti e tre, spesso con un sorriso accondiscendente sulle labbra, mentre lui trottava da una piramide all’altra (tanta era la sua impazienza di vedere tutto), saliva di corsa le decine di gradini fino alla sommità, dove si sdraiava senza fiato, o scrutava instancabile le acque torbide del fiume con la speranza infantile di avvistare un coccodrillo, additando in continuazione rami, tronchi e persino bidoni di plastica, sempre con le stesse parole: guarda, guarda, un coccodrillo! Io, che preferisco la tranquillità senza imprevisti degli hotel a cinque stelle all’epica light della giungla addomesticata, finii per lasciarmi convincere a passare una notte in una delle capanne che gli indios lacandoni affittavano a turisti nostalgici di quella vita primitiva che loro avrebbero desiderato abbandonare il prima possibile. La scoperta di un’antenna parabolica su una capanna provocò a Carlos una tale  delusione che ci spinse a sfotterlo per giorni.

            María Elena era una compagna di viaggio accomodante; manifestava raramente particolari esigenze e si adattava a tutto, dalle escursioni nella giungla piena di fango, alle bevute fino a tarda notte nel bar dell’hotel, alle ore passate a visitare rovine, anche se, come aveva confidato a Patricia, le sembravano tutte uguali. Come unica condizione pose di avere una stanza con bagno... ma ache lei finì per accondiscendere alla notte nella capanna lacandona pur di soddisfare il capriccio del marito di dormire nella giungla.

            Carlos si occupava di scegliere i luoghi da visitare – fortunatamente neanche a lui piacevano granché i musei – e dopo, di mostrarceli e spiegarceli con la sicurezza di chi c'è stato decine di volte. Io, invece, premetti per, incaricarmi degli aspetti logistici: selezionavo hotel e ristoranti, li accompagnavo a cercare un bancomat quando dovevano prelevare soldi, controllavo gli orari e tenevo la cassa comune che avevamo messo insieme il primo giorno di viaggio.

            Vista l’armonia creatasi tra noi non parve strano che, al ritorno da San Cristóbal, li invitassimo a trascorrere qualche giorno a casa nostra a Città del Messico. María Elena si mostrò riluttante, perché la spaventava la delinquenza per cui è nota la capitale e perché in realtà avevano in programma di andare a Oaxaca e poi qualche giorno a Puerto Escondido. Fatto sta che Patricia la sorprese quando, credendo che nessuno a parte Carlos potesse vederla, scrollava il capo per fargli capire che avrebbero dovuto rifiutare l’invito.

            Carlos invece era favorevole a venire a Città del Messico.

            – È un’occasione – disse a María Elena. – Visitare la città con qualcuno del posto.

            – Sai che ho paura.

            – Proprio per questo, meglio farlo con chi sa dove puoi o non puoi andare . A me piacerebbe un sacco.

            Non volli sembrare insistente quindi lasciai che si mettessero d’accordo tra loro senza intervenire. In ogni caso quel pomeriggio María Elena e Patricia andarono a comprare artigianato a San Cristóbal e, quando tornarono, María Elena era già convinta, soprattutto perché Patricia le aveva detto che di notte nemmeno Puerto Escondido era molto sicuro. Il giorno dopo andammo tutti e quattro in taxi a Tuxtla Gutiérrez per prendere l’aereo per Città del Messico.

 

Abitiamo molto vicino al quartiere di Coyoacán, dove passammo con il taxi che avevamo preso all’aeroporto perché Carlos e María Elena potessero farsi un’idea prima di arrivare a casa nostra. Ovviamente furono colpiti dall’architettura coloniale, dalla piazza ancora animata, dalle terrazze dei caffè, dalle persone spensierate che sembrano vivere a un ritmo diverso dal resto della città. Malgrado tutto, dal sedile posteriore, María Elena sussurrò a Carlos: “ Comunque la sera non usciamo, vero?”

            Durante il viaggio non mi era sembrata una persona paurosa. Non aveva nemmeno quelle fobie per ragni, insetti, topi o serpenti con le quali certe donne sembrano voler sottolineare la propria femminilità; per di più la scena con l’iguana mi aveva convinto che non era una fifona. Da quando eravamo atterrati a Città del Messico, però, appariva tesa. Anzi, fin da prima: intravedendo dal finestrino dell’aereo la città, osservava da un’altezza sempre minore il mare magnum in cui ci saremo tuffati, una pianura di luci apparentemente interminabile, come se la città non avesse confini, come se non esistesse altro, solo case, strade intasate, palazzoni di uffici, un’atmosfera alla Blade Runner, e sussurrava in modo intermittente: che orrore, che orrore! A me quando atterro a Città del Messico sale l’adrenalina, mi sento giovane. Ho l’impressione di immergermi in un mondo con leggi diverse, in una giungla di animali impazienti che competono tra loro senza falsi scrupoli né considerazioni ipocrite; in Messico i mendicanti non ti fanno pena – in altre città fingi che te la facciano – e li eviti solo perché possono essere pericolosi.

            – Perché orrore? – le chiesi.

            – È mostruoso. Una città con tanta gente, inquinata, sporca, piena di persone che lottano per la sopravvivenza. E quanta natura è stata distrutta per questo!

            – Immagina che sia opera delle formiche o delle api. Ti sembrerebbe meraviglioso. Loderesti la capacità degli insetti di organizzarsi e creare una struttura sociale così complessa da permettere a tutti i membri della colonia di nutrirsi e moltiplicarsi, con gerarchie precise, ogni gruppo con una funzione specifica. E tutto quasi senza violenza. Penseresti a un miracolo dell’evoluzione,.

            María Elena mi osservò confusa, senza trovare niente per controbattere la mia argomentazione, se non una banalità:

            – Non è la stessa cosa.

            Una volta atterrati, si girava in continuazione come chi sospetta di essere seguito, non volle cambiare i soldi perché non si fidava, stringeva lo zaino come se ogni persona in cui si imbatteva fosse andata all’aeroporto espressamente per strapparglielo, e dovetti assicurarle che non era pericoloso consegnarlo al ragazzo che ci indicò il taxi. Persino a casa nostra controllò le finestre cercando di non farsene accorgere, o almeno così mi sembrò. Viviamo in una casa a un piano, in finto stile coloniale, che anni fa aveva un suo fascino, oggi venuto meno a causa delle crepe e del deterioramento del quartiere nel quale le abitazioni sono state via via sostituite da piccole aziende che lasciano rifiuti dappertutto. María Elena notò subito che gli edifici vicini non erano illuminati.

            – Sono quasi tutti magazzini o officine meccaniche. Di giorno sì, c’è gente. E più rumore di quanto vorremmo.

            – Ma di notte...

            – Sta’ tranquilla.

            – Vivere senza vicini...

            – Così non ci disturba nessuno. Né pianti, né litigi, e nemmeno la televisione.

            Patricia, in piedi sulla porta della cucina, sembrava prestare ascolto ma sono sicuro che non stesse seguendo la conversazione. Si mordeva un labbro e aveva lo sguardo perso. Cominciava a preoccuparmi.

            – Non stavi andando a prendere qualcosa da bere?

            Dapprima scrollò il capo, poi annuì. Si sforzò di sorridere, ma sembrava sul punto di scoppiare a piangere.

            – Preparaci un Margarita, tesoro. Le riescono benissimo – spiegai a Carlos, l’unico apparentemente rilassato, felice.

            – Ti aiuto – disse María Elena senza darmi retta quando cercai di impedirglielo.

            – Lascia stare, non sai dove sono le cose.

            – Me lo dirà lei.

            Mi strinsi nelle spalle e ignorai il cenno che mi fece Patricia dalla porta della cucina per chiedermi di intervenire. Mi stava irritando. Come ho detto, alla fine tutte le responsabilità ricadono su di me. Non è mai capace di assumersi le proprie.

            – Qualcosa non va, Pati? Mi sembrate un po’ strani. Se preferite, possiamo andare in un hotel – le disse María Elena appena entrò in cucina, e si chiuse la porta alle spalle, forse per parlare con lei senza essere ascoltata.

            Carlos si sedette in poltrona e si mise a preparare una canna. Appena si fermava un attimo doveva fumare marijuana.

            – Ci rimangono tre settimane di viaggio – disse come parlando da solo. – Tre settimane di libertà e poi di nuovo al chiodo. Tu sì che sei fortunato.

            Quando finì di rollare, tirò fuori dalla tasca un elastico e si raccolse i capelli in una coda di cavallo. Mise i piedi sul tavolo, accese la canna, fece tre tiri e me la passò.

            – Se mi vedessero in azienda ...

            Forse in quel momento si rese conto che già da un pezzo nessuno badava alle sue parole e si voltò verso di me. Probabilmente non riuscì nemmeno a capire cosa stesse succedendo, aveva ancora un’espressione trasognata, come chi ricorda una scena piacevole ma lontana.

            Gli sparai a bruciapelo, in faccia. Mi precipitai in cucina. Quando María Elena mi vide entrare, aveva già intuito cosa stava succedendo. Non sembrò nemmeno stupita. Non mi pregò né piagnucolò. Corse verso Patricia, come se il suo corpo fosse l’unico rifugio sicuro, emettendo una specie di rantolo che, in altre circostanze, sarebbe sembrato ridicolo.

            Patricia le piantò un coltello nel collo, in modo maldestro, precipitosamente, con una faccia terrorizzata che di sicuro rispecchiava quella di María Elena. Tirò fuori il coltello in un colpo solo e lo lasciò cadere per terra; fissandolo – ma senza degnare di uno sguardo la sua vittima – si pulì le mani sui pantaloni.

            María Elena si teneva al ripiano della cucina, come se avesse corso a tutta velocità e, sentendosi venir meno, cercasse di riprendere fiato. Il sangue le colava lungo un braccio e si fermava sul legno. Raccolsi il coltello e, mettendomi dietro di lei, le premetti forte la lama contro la gola, finché la trachea non cedette con uno schiocco. María Elena crollò con un baccano tremendo, andando a sbattere la testa contro il forno.

            Tornai in sala, dove Carlos era sempre seduto in poltrona, riverso su un bracciolo, e faceva un movimento convulso con la mano sinistra, come scacciando un insetto fastidioso. Il volto era irriconoscibile. Diedi anche a lui il colpo di grazia con una coltellata alla gola.

            D’un tratto cominciai a respirare di nuovo. Sembrava quasi che avessi trascorso tutto quel tempo, da quando avevo piazzato il revolver contro la faccia di Carlos fino al momento in cui gli avevo estratto il coltello dalla gola, trattenendo il respiro, con il panico di un subacqueo che, senza più ossigeno nei polmoni, si affretta a salire in superficie e annaspa come un pazzo sapendo che non ce la farà, che sta per morire affogato. Respirai, espellendo diverse volte l’aria dalla bocca, con lunghi soffi. Mi girava la testa. Dovetti sedermi un attimo sul divano, dando la schiena a Carlos, a quello che era stato Carlos. Solo allora sentii la musica messa da Patricia – forse prima di andare a preparare i Margarita – e a cui non avevo fatto caso, troppo preso da quello che stava per accadere. Era un CD di Bob Marley. In lontananza si udiva anche l’allarme di una macchina. E Patricia che strascicava i piedi in cucina.

            Non volli andare a chiamarla. Aspettai, senza far niente, respirando, finché spuntò da sola. Aveva la faccia piena di macchie nere, chissà di cosa.

            – Allora?

            Scrollò il capo.

            – Cosa c’è?

            Si morse di nuovo le labbra. Mi si avvicinò. Si sedette sulle mie ginocchia, mi posò la testa sulla spalla e chiuse gli occhi. La lasciai un momento così, sperando che non si mettesse a piangere.

            Non lo fece. Dopo qualche secondo la spinsi dolcemente per farla scivolare sul divano. Dovevo essere io, come al solito, a perquisire i cadaveri, a togliergli i soldi e le carte di credito, delle quali avevo annotato i codici segreti ogni volta che li accompagnavo a prelevare. Dato che a casa e al lavoro non li aspettavano ancora, avevamo abbastanza tempo per usare le carte di credito.

            – Rimani seduta qui – sussurrai a Patricia. Is this love, is this love, is this love that I’m feeling? cantava Bob Marley. Rimettermi in moto implicava uno sforzo enorme; gli ultimi minuti mi avevano lasciato senza forze, mi sentivo letteralmente svenire dalla stanchezza. Ma avevo ancora molto da fare. Soprattutto, una volta presi carte di credito e soldi, dovevo avvolgere i cadaveri in una coperta per portarli più facilmente in macchina e metterli nel bagagliaio. Dopo avremmo pulito il pavimento e trasportato i corpi all’inceneritore. Poi, se Patricia stava bene, saremmo usciti a cena, non perché ne avessimo particolarmente voglia, ma perché rimanere in casa sarebbe stato ancora più difficile.

            Riuscii ad alzarmi. Avrei cominciato da Carlos. Se lo vedessero i suoi colleghi, mi dissi. Stavo per sollevarlo per le ascelle, ma mi fermai. Mi venne da vomitare.


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venerdì, 15 dicembre 2006

FestaVolandNatale06

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giovedì, 14 dicembre 2006

Le mie impressioni sulla Fiera del libro di Roma, appena conclusa: quattro giorni pieni, belli, divertenti. Faticosissimi, ma come sempre dopo le fiere, mi sembra che ne sia valsa la pena. Tantissima gente, soprattutto venerdì e sabato, una folla che si spintonava per passare nei corridoi, fermarsi davanti agli stand, prendere i libri in mano, toccarli, e anche per comprarli. So che adesso verrò accusata delle peggiori nefandezze, ma sì, insomma, vendere fa un certo piacere, inutile negarlo. E in questi quattro giorni romani abbiamo venduto come a Torino, forse anche di più. I motivi? Forse perché a Roma non ci sono le grandi case editrici, e dunque gli acquisti si concentrano sui piccoli. Forse perché (speriamo) la crisi sta passando, la gente torna ad avere due soldi in tasca. Forse perché in ogni caso un libro costa poco, rispetto ad altri oggetti e altri regali.

Il libro Voland più venduto in fiera? Certamente Diario di Rondine, di Amélie Nothomb. Ma era prevedibile. Anche perché era appena uscita l'anticipazione su Io Donna del Corriere della Sera, e l'intervista di Anais Ginori su Repubblica, ad apertura del supplemento libri di sabato scorso.

Seguono: Donne che viaggiano da sole, di José Ovejero, Note di cucina di Leonardo da Vinci dei coniugi Routh, Cento bottiglie sul muretto, della cubana Ena Lucìa Portela.

Il primo libro esaurito, come preannunciato, il più inatteso: I negri del traduttore, di Caude Bleton. Passato assolutamente inosservato sui giornali, presto restituito dai librai che per altro ne avevano ordinate pochissime copie, essendo il romanzo d'esordio di uno sconosciuto (ottimo traduttore francese), ha avuto il suo riscatto in fiera: esaurito già venerdì, è stato rifornito tre volte  dall'incredulo/a editore/editora, che ogni volta si ostinava a portarne un numero di copie insufficiente. Stessa sorte anche per il romanzo Il risarcimento di un altro francese, Patrice Salsa. Il pubblico è più curioso di quanto i librai non pensino?

Al nostro stand campeggiava inoltre un fantastico cesto di vecchie edizioni Voland a 2 euro che non si faceva in tempo a rifornire, veniva in continuazione rovistato e svuotato da veri appassionati. Gente che sapeva tutto sulle nostre prime edizioni, che reclamava libri che non avevamo portato, che voleva assolutamente Arpagoniana di Vaginov o Il cervello di Newton di Arbes.

Molti i giovanissimi, che andavano in giro per la fiera e si facevano una lista dei titoli irrinunciabili, poi ne discutevano, la sfoltivano, la rimpolpavano di nuovo, strappavano sconti a qualche stand e si dividevano i titoli: "Tu compri questo, io quello, poi ce li scambiamo." Moltissimi quelli che, mentre erano intenti a scegliere, distribuivano consigli ad altri evantuali acquirenti: "L'ho letto, è bellissimo." "Prendilo, non te ne pentirai." "Per conoscere Amélie Nothomb, se non hai mai letto niente, io comincerei da..."

Isomma, avrete capito che ci siamo divertite. Ah, abbiamo anche conosciuto alcuni amici di blog che sono passati a trovarci...

daniela

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categoria:vita di redazione
martedì, 12 dicembre 2006

ovvero quello che è successo alla fiera del libro di Roma...

Una signora allo stand Voland:

-Signorina, mi consigli lei un libro di Amélie Nothomb, non l'ho mai letta.

-Guardi, per iniziare direi che è perfetto il suo primo libro, Igiene dell'assassino, oppure Stupore e tremori, ma anche...

-Va bene, allora prendo Acido solforico.

Una signora arrabbiata all'amica, passando davanti allo stand Voland:

-Vedi, questa è una di quelle odiose case editrici cattoliche, la Voland. Guarda, hanno La donna che scrisse la Bibbia, ma tu pensa...

Una ragazza al telefono prende appuntamento con un'amica allo stand Voland:

- Sì, sono in fiera. Dài raggiungimi qui, io sono allo stand di Volàn. Sì, Volàn, è francese sai...

Un uomo con gli occhiali allo stand Voland:

-Prendo questo, quant'è?

-20 euro.

-Allora no. Pensavo che era omaggio.

Uno scrittore esordiente allo stand Voland:

-Scusi io vorrei pubblicare il mio libro, vi interessa?

-Guardi, noi pubblichiamo soprattutto autori stranieri...

-Allora va bene, io sono di Ostia.

Un altro scrittore esordiente allo stand Voland:

-Salve, pubblicate manoscritti inediti?

-Guardi, noi pubblichiamo soprattutto testi stranieri...

-Perfetto, io il libro l'ho scritto in Argentina.

-Sì, ma il libro è scritto in italiano. E lei è italiano.

-Che problema è? glielo traduco in spagnolo.

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categoria:vita di redazione
mercoledì, 06 dicembre 2006
da domani siamo tutti alla Fiera della piccola editoria, a Roma, Palazzo dei Congressi, informazioni dettagliate sul sito. Sul nostro, intendo. Con turni massacranti, con brevi fughe in redazione (per fortuna siamo a Roma!!) soprattutto per rifornirci di libri. (Eh sì, qualunque cosa uno decida di portare, finisce inevitabilmente per primo un libro che mai avresti pensato). Venite a trovarci numerosi, portateci viveri e generi di conforto (le file per i bar sono massacranti)...             
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categoria:vita di redazione
mercoledì, 06 dicembre 2006

Ma non sono un po' troppi ormai i Guzzanti che fanno i comici? Che si sono dati alla nobile arte del guitto?  Prima Corrado, poi Sabina, poi Caterina e ora anche il babbo, Paolo, già Senatore di Forza Italia ma anche impareggiabile showman quando suggerisce l'inimmaginabile figura di Prodi come principale agente del KGB in Italia...

daniela

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