Ultimo giorno di lavoro in redazione. Buone vacanze e arrivederci a settembre!In tema di viaggi (verticali e non) e per fare contenti i fan di Vila-Matas, tra cui licenziamentodelpoeta, vi salutiamo così, con l'inzio del Viaggio verticale.

IL PENSATORE DA CAFFÈ FREDDO
Quando cadde la notte in pieno giorno a Barcellona e si scatenò quel temporale di pioggia e vento, Federico Mayol, che aveva passato una settimana sull’orlo dell’abisso e che quel pomeriggio girovagava senza meta, non poté far altro che rifugiarsi in un bar di plaza Letamendi, mentre mormorava la parola “disperazione”. Nel bar, si disse che era giunta l’ora di affrontare una volta per tutte la situazione catastrofica in cui si era venuta a trovare la sua vita da quando la moglie, una settimana prima, gli aveva detto nell’oscurità della cucina:
– Se non ti temessi tanto, se il mio carattere fosse più forte, adesso oserei dirti quanto mi piacerebbe…
Mentre sgranava piselli nella cucina bagnata dalla luce dell’imbrunire, si era interrotta proprio per il timore che aveva del marito e lui allora, con aria di sufficienza, le aveva ordinato di continuare.
– Va bene, – disse, guardando assorta i piselli cadere ritmicamente nel recipiente di porcellana – l’hai voluto tu, caro. Adesso ti direi quanto mi piacerebbe che ti allontanassi da me, che te ne andassi da questa casa per sempre e mi lasciassi sola. Sì, ti direi questo. Vattene Federico. Lasciami sola, voglio sapere chi sono, ne ho bisogno.
Pensò che scherzasse, anche se era molto strano sentirla parlare in quel modo. Si chiese se non fosse ubriaca, ma era improbabile perché non aveva mai bevuto in vita sua. Cercando di calmarsi, arrivò alla conclusione di trovarsi semplicemente di fronte a uno di quegli scatti di lieve malumore in lei molto rari.
– Ho sentito bene? – disse con un tono di voce un po’ minaccioso che da sempre usava per mantenere di fronte a lei il controllo delle situazioni.
A Federico Mayol – Mayol per gli amici – ciò che più piaceva della casa, la sua seconda dimora, era il luogo in cui si trovavano in quel momento, uno spazio senza nome, qualcosa di simile a un cortile parzialmente coperto, tra la cucina e il giardino, che avevano ammobiliato poco a poco. Lì si sentiva piuttosto felice perché, tra le altre cose, poteva contemplare l’orto che lei gli aveva chiesto di avere quando per loro sarebbe arrivata la vecchiaia.
– Ripeto. Ho sentito bene? – disse Mayol aumentando il tono intimidatorio.
Ottenne il contrario di quanto voleva. La moglie, forse spinta dalla stanchezza di aver sopportato per tanti anni quella voce minacciosa, reagì con rabbia, all’improvviso perse un po’ della sua paura.
– Certo che hai sentito bene. Finora te l’avevo solo suggerito, ma adesso lo esigo. Voglio che te ne vada da questa casa e da quella di Barcellona. Da tutte e due, hai capito? Voglio che mi lasci in pace.
– Ma sei impazzita?
Lei guardò malinconicamente l’orto. Poi, parlando piano, mentre cercava di dominare la paura che ancora le era rimasta in corpo, disse:
– So benissimo quello che dico. Hai sempre pensato che in amore non amare molto fosse un modo sicuro per essere amati. E ti sei sbagliato, mio povero Federico. Anche se tardi, me ne sono resa conto. Voglio che tu esca dalla mia vita, ci ho pensato molto, voglio rimanere sola, ne ho bisogno.
Mayol la guardò sforzandosi di credere che fosse tutto un incubo irreale. Lei rimase assente, rilassata dopo le ultime parole, con la serenità di un fiume tranquillo e profondo, imperturbabile in tutta la sua estensione di fronte al tramonto. In silenzio guardò oltre l’orto, verso la luce più lontana del crepuscolo dove forse vedeva riflesso il tramonto del suo matrimonio.
(traduzione di Simone Cattaneo)