martedì, 29 agosto 2006

 Ciao a tutti!

sono Eleonora, stagista fresca fresca d'arrivo nella redazione della Voland.  Sto leggendo un racconto di Hartmut Lange intitolato Il trasloco, dal titolo quanto mai azzeccato per me, che mi sono trasferita a Roma da poco...Aspetti personali a parte, vorrei dire che questo breve racconto mi ha colpito perchè il protagonista, un professore universitario ormai stanco della sua quotidianità, decide di fare spazio ( fisico, affettivo e mentale ) intorno a sé e riesce così a scoprire,  nuovi, piccoli aspetti della realtà che l'hanno sempre circondato senza che lui li notasse. Non più giovane, in una strana solitudine che disorienta sia lui stesso che i suoi familiari, conduce questa silenziosa ribellione, che a tratti assume quasi, direi, il sapore di una fuga.

a presto

Eleonora

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venerdì, 04 agosto 2006

Ciao a tutti!

Alla fine eccomi qua, mi affaccio ufficialmente sul blog Voland. E nel presentarmi, sono katia, mi congedo per questa pausa estiva con un brano tratto dall’ Integrazione di Luciano Bianciardi. Perché sorridere (soprattutto di se stessi) non basta mai, e perché – appropriandomi delle parole di licenziamentodelpoeta –  io senza Bianciardi mi sentirei più triste.

  

[…] Bisogna osservare alcune regole fondamentali. Prima di tutto evitare le cosiddette rime. “Senti un po’ che roba,” faceva per esempio Ardizzone entrando nella nostra stanza con un foglio in mano: “È stato proclamato… e poi più sotto… ha visto giusto… e ancora, sempre nella stessa pagina… veramente indipendente.”

“Cosa c’è che non va?”

“Come cosa c’è che non va? Ma sei sordo? La rima, no? Ato ato, isto usto, ente ente. Ma è possibile che si debban leggere robe di questo genere?”

I traduttori, tutti quanti, parevano specializzati in rime. Forse lo facevano apposta, per farci arrabbiare: l’azione della delegazione, l’invito del partito, il bagno nello stagno, Vera era sincera, l’amore del dottore, il gatto di quel matto, il priore di Camaiore, il dente del presidente, orari ed onorari, gelosa e smorfiosa. E poi c’erano le quasi rime, forse peggiori delle rime vere e proprie: in vista della visita, c’è stato un convito, l’acqua e la risacca, l’impegno del compagno. Oppure i frequenti raddoppiamenti: tutta la folla in sommossa, metti quel tappo sul letto, reggi la molla sul sasso, fuggi la rissa Claretta, e così via. Non dico poi dei brutti scontri consonantici, sul tipo di tre tremende tribù, dodici dotti dottrinari, aveva avuto l’avvocato, tutto quel tritrì, dodò, vuvuvù.

[…]

“Tu come faresti,” faceva Pozzi, alzando gli occhi dal suo malloppo, “invece che sentire il parere?”

“Perché, non ti va bene sentire il parere?”

“No, lo senti che stona, ire ere, una quasi rima.”

“Allora metti sentire l’opinione, oppure volta la frase, metti farsi consigliare.”

Dall’altra stanza veniva la risata di Ardizzone.

“Cosa c’è?”

“Sentite, sentite,” rispondeva lui correndo nella nostra stanza con un foglio in mano: “Un mazzo di firoi.” E dietro di lui veniva la Marisa ridendo:

“I firoi, comprate anche a me un mazzo di firoi, per il mio compleanno.”

“Ma chi è che traduce?”

“Ah, quel poveraccio del Battistella.”

E quando poi il Battistella veniva a parlare con Ardizzone, Pozzi gli telefonava, con l’apparecchio interno: “Domandagli se ha innaffiato i firoi, domandaglielo.”

Debbo dire però che si discutevano anche questioni serie, per esempio quella delle virgolette. Gaeta ogni tanto ce la rammentava: “Allora, quando ci vogliamo vedere per la questione delle virgolette?”

Ci vedemmo un mese dopo…

 

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categoria:vita di redazione
venerdì, 04 agosto 2006

Ultimo giorno di lavoro in redazione. Buone vacanze e arrivederci a settembre!In tema di viaggi (verticali e non) e per fare contenti i fan di Vila-Matas, tra cui licenziamentodelpoeta, vi salutiamo così, con l'inzio del Viaggio verticale.

En Le Buc. Zisson bajo el viento de la hélice del "Amérigo". Jacques-Henri Lartigue, 9 de novembre 1911

IL PENSATORE DA CAFFÈ FREDDO

Quando cadde la notte in pieno giorno a Barcellona e si scatenò quel temporale di pioggia e vento, Federico Mayol, che aveva passato una settimana sull’orlo dell’abisso e che quel pomeriggio girovagava senza meta, non poté far altro che rifugiarsi in un bar di plaza Letamendi, mentre mormorava la parola “disperazione”. Nel bar, si disse che era giunta l’ora di affrontare una volta per tutte la situazione catastrofica in cui si era venuta a trovare la sua vita da quando la moglie, una settimana prima, gli aveva detto nell’oscurità della cucina:

 – Se non ti temessi tanto, se il mio carattere fosse più forte, adesso oserei dirti quanto mi piacerebbe…

Mentre sgranava piselli nella cucina bagnata dalla luce dell’imbrunire, si era interrotta proprio per il timore che aveva del marito e lui allora, con aria di sufficienza, le aveva ordinato di continuare.

– Va bene, – disse, guardando assorta i piselli cadere ritmicamente nel recipiente di porcellana – l’hai voluto tu, caro. Adesso ti direi quanto mi piacerebbe che ti allontanassi da me, che te ne andassi da questa casa per sempre e mi lasciassi sola. Sì, ti direi questo. Vattene Federico. Lasciami sola, voglio sapere chi sono, ne ho bisogno.

Pensò che scherzasse, anche se era molto strano sentirla parlare in quel modo. Si chiese se non fosse ubriaca, ma era improbabile perché non aveva mai bevuto in vita sua. Cercando di calmarsi, arrivò alla conclusione di trovarsi semplicemente di fronte a uno di quegli scatti di lieve malumore in lei molto rari.

– Ho sentito bene? – disse con un tono di voce un po’ minaccioso che da sempre usava per mantenere di fronte a lei il controllo delle situazioni.

A Federico Mayol – Mayol per gli amici – ciò che più piaceva della casa, la sua seconda dimora, era il luogo in cui si trovavano in quel momento, uno spazio senza nome, qualcosa di simile a un cortile parzialmente coperto, tra la cucina e il giardino, che avevano ammobiliato poco a poco. Lì si sentiva piuttosto felice perché, tra le altre cose, poteva contemplare l’orto che lei gli aveva chiesto di avere quando per loro sarebbe arrivata la vecchiaia.

– Ripeto. Ho sentito bene? – disse Mayol aumentando il tono intimidatorio.

Ottenne il contrario di quanto voleva. La moglie, forse spinta dalla stanchezza di aver sopportato per tanti anni quella voce minacciosa, reagì con rabbia, all’improvviso perse un po’ della sua paura.

– Certo che hai sentito bene. Finora te l’avevo solo suggerito, ma adesso lo esigo. Voglio che te ne vada da questa casa e da quella di Barcellona. Da tutte e due, hai capito? Voglio che mi lasci in pace.

Ma sei impazzita?

Lei guardò malinconicamente l’orto. Poi, parlando piano, mentre cercava di dominare la paura che ancora le era rimasta in corpo, disse:

– So benissimo quello che dico. Hai sempre pensato che in amore non amare molto fosse un modo sicuro per essere amati. E ti sei sbagliato, mio povero Federico. Anche se tardi, me ne sono resa conto. Voglio che tu esca dalla mia vita, ci ho pensato molto, voglio rimanere sola, ne ho bisogno.

Mayol la guardò sforzandosi di credere che fosse tutto un incubo irreale. Lei rimase assente, rilassata dopo le ultime parole, con la serenità di un fiume tranquillo e profondo, imperturbabile in tutta la sua estensione di fronte al tramonto. In silenzio guardò oltre l’orto, verso la luce più lontana del crepuscolo dove forse vedeva riflesso il tramonto del suo matrimonio.

 (traduzione di Simone Cattaneo)

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giovedì, 03 agosto 2006

Domani si chiude. Si spengono i computer, si stacca il poderoso ventilatore che ci ha tenuto in vita in quest'ultimo mese, si dà un'occhiata all'agenda e si riportano a settembre tutte le cose non fatte, si salutano i muratori che ci hanno allietato dal mese di luglio con impegnativi lavori di ristrutturazione di un appartamento esattamente sopra le nostre teste...

Si afferrano i pacchi di bozze non corrette, il computer portatile, i libri da leggere, i manoscritti a cui rispondere e via! leggere come il vento, fresche come fiori di campo, vispe come liceali alla fine dell'anno scolastico...

Basta, basta. Basta rese, basta casse, basta caldo, basta giornalisti che ti dicono: bello, ma... interessante, però... Basta con tutti i festival letterari che vogliono la Nothomb, solo la Nothomb, nient'altro che la Nothomb. Tu, sciocca creatura, pubblichi spagnoli, messicani, cinesi, brasiliani (uno di origine russa), ma che importa? potresti pubblicare solo Amélie, e la redazione vivrebbe lo stesso, anzi meglio: meno lavoro,  un solo libro l'anno, massimo due (uno si ripubblica come tascabile). Non avresti un problema al mondo.

Insomma, forse si intuisce che sono un po' stanca. Siamo tutte un po' stanche. Se trovate refusi nei libri di settembre non prendetevela con noi (Osservatorio dello stafalcione, abbi pietà).

Grazie a tutti, e arrivederci. Domani forse le ragazze lanceranno un ultimo post, io vado in magazzino a piangere un po'...

daniela

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