sabato, 29 luglio 2006

Ho trascorso un fantastico venerdì di luglio, a 40 gradi di calore e 100% di umidità, in magazzino. Locato in via Trionfale, viene da noi di Voland condiviso con altri editori nel tentativo di abbattere le spese, almeno alcune spese... L'esperienza è mozzafiato: Roma deserta, morsa da un clima che ormai da qualche anno a giugno si fa stabilmente tropicale, tutti al mare. Ma entro domenica, improrogabilemnte, per ragioni che ora mi riesce difficile riassumere, si deve assolutamente liberare una parte del suddetto magazzino. Il che vuol dire incollarsi le casse (nulla pesa più dei libri, e non scherzo) e trasferirle da una stanza in un'altra. Visioni di gente in vacanza, di mare, di barche, di spiagge coralline e acque cristalline mi attanagliano. Penso a quanti non hanno deciso, a un certo punto della loro vita, di fare l'editore. Penso a quanti sono sereni, leggono, chiacchierano, si fanno una nuotata.

Io invece mi incollo casse di libri. Se qualcuno ha in mente un'idea su come disfarsi di alcune centinaia di copie di libri che, contrariamente alle aspettative, non sono diventati un successo editoriale, per favore, me la comunichi.

E in effetti, lo scopo di questo post è esattamente questo: lanciare un SOS. Che fare delle copie invendute? Chi ha qualche idea originale, per favore, me la sottoponga. Prima che i libri ci sommergano. Ogni soluzione verrà vagliata.

daniela 

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martedì, 25 luglio 2006

In seguito all'evento criminoso di ieri abbiamo ricevuto una lettera anonima: un foglietto dattiloscritto contenente una sola frase, che noi abbiamo immediatamente riconosciuto come l'incipit del Kamasutra riveduto e corretto e riportiamo qui sotto.

"Molti anni più tardi, quando la realtà mi azzannava il didietro con le sue fauci canine, e mi chiedevo perché la mia vita avesse preso una direzione tanto singolare, mi ricordai di quel lontano mattino in cui il cane che cercavo di accarezzare mi aveva morso, imprimendo in me la fragilità della vita che adesso caratterizza questa storia".

E' di tutta evidenza che si tratti di un segnale, di un messaggio in codice. Ma come interpretarlo? Qual è il confine tra fiction e realtà?

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martedì, 25 luglio 2006

Solo oggi ci accorgiamo che tra i nostri link manca il divertente blog di Xhara, pensavopeggio. Rimediamo subito e segnaliamo anche, per solidarietà con la categoria,  La stagista in casa editrice, sempre di Xhara.

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lunedì, 24 luglio 2006

Evento criminoso alla Voland. Fate bene attenzione: oggi, a tutti gli effetti, sembrava una mattinata qualsiasi. Il caldo era soffocante, come in ogni altra giornata di luglio. Il rumore proveniente dal piano superiore ci rassicurava: i muratori avrebbero trapanato senza sosta sulle nostre teste, come da due settimane a questa parte.

 

Alle 10.17 apro la redazione. (Una piccola premessa: la redazione Voland si affaccia direttamente su via del Boschetto ed ha una vetrina piena di libri che mi ricorda, non so perché, quella della sit-com inglese Black Books ma con più colori. Va da sé che all’interno questi libri si vendano, e spesso qualcuno li compra). Alle 10.19 arriva Manuela. Siamo sole e inconsapevoli di quello che sta per accadere.

 

Un falsario. Chi l’avrebbe mai detto. In una mattina uguale a tutte le altre varca la soglia della redazione Voland un falsario. Nel giro di pochi minuti compra tre libri minchionando le povere redattrici con cento euro palesemente finti. Solo alla posta di via Cavour riconoscono che la banconota è contraffatta, e lo sgomento invade la piccola casa editrice.

 

Un falsario, ma nemmeno di quelli professionisti. Praticamente uno spacciatore di biglietti del Monopoli. Che si è portato via, oltre a tre libri Voland, anche settanta euro Voland.

 

L’identikit del criminale è già stato tracciato. Si tratta di un giovane non molto alto, moro, che indossa una maglietta bianca e si aggira nel quartiere Monti con La nostalgia dell’eroe di José Ovejero, Il kamasutra riveduto e corretto di Richard Crasta e Vietato di Karine Tuil.

 

Un équipe di psicologi e filologi sta tentando di ricostruire il profilo del criminale attraverso l’analisi dei testi da lui illegalmente sottratti. Il lavoro degli specialisti si avvale dell’utilizzo di un’ampia bibliografia, tra cui segnaliamo Il ladro di pesche Emilijan Stanev e il fondamentale Come diventare un malato di mente di José Luís Pio Abreu. Presto pubblicheremo gli esiti delle ricerche su questo blog.

 

Saremo grati a chiunque contribuisse, in qualsiasi modo, allo svolgimento delle indagini.

 

N.d.R.: Intendiamo specificare, per correttezza, che il suddetto falsario potrebbe essere un’ingenua vittima delle banconote false e del mercato librario. In questo caso, siamo pronti a scusarci con lui. Rimane il fatto che la figura del criminale bibliofilo sia molto più attraente ai nostri occhi.

Per la redazione Voland

Rosella, testimone oculare

 

 

 

 

 

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giovedì, 20 luglio 2006

Prosegue la pubblicazione delle pagine Voland. Oggi La donna che scrisse la Bibbia di Moacyr Scliar, consigliato da Katia e postato da Rosella.

***

La bruttezza è un elemento fondamentale, almeno per comprendere questa storia. Colei che vi parla è brutta. Bruttissima. Brutta repressa o brutta infuriata, brutta vergognosa, brutta triste o brutta allegra, brutta frustrata o brutta soddisfatta – brutta, sempre e solo brutta.

            Sin dall’infanzia sospettavo di essere brutta. Le bambine del paese, abbastanza carine, non volevano giocare con me; quando comparivo, trovavano il modo di scappare ridendo di nascosto. Non sono né deforme né stupida, perché fuggivano? C’era qualcosa che vedevano in me e di cui non parlavano.Per quanto incredibile possa sembrare, scoprii la misura della mia bruttezza solo a diciotto anni. Ironia della sorte, fu la mia sorellina più piccola a contribuirvi, la sorella amica e confidente, che cercavo sempre quando avevo qualcosa da raccontare.

            Una sera entrai nella sua stanza. Lei, credendosi sola, si specchiava.

            Non sapevo che mia sorella avesse uno specchio. Nessuno sapeva che mia sorella avesse uno specchio. Anzi: nessuno sapeva che ci fosse uno specchio in casa. In primo luogo, lo specchio era un oggetto costoso che solo i nobili e i ricchi proprietari potevano permettersi. Non era il caso di nostro padre; seppur patriarca del villaggio, possedeva solo un gregge di capre e nemmeno tra i più grandi. In realtà, fino ai tempi di mio nonno la nostra gente era stata nomade: percorreva il deserto in cerca di un pascolo per le capre, abitava nelle tende. Così era sempre stato e tutto sembrava indicare che così sarebbe stato sempre. Mio padre però decise che la tribù doveva avere una residenza fissa. Il suo sogno era che formassimo il nucleo di una città che sarebbe presto cresciuta fino a diventare una metropoli, forse la capitale dell’impero. Era un uomo ambizioso, lui, anche se non molto intelligente. E intrattabile: non ammetteva di essere contraddetto. Quando qualcuno gli chiedeva della metropoli che immaginava, dell’impero, si limitava a una risposta laconica:

            – Vedrai.

            E non aggiungeva altro.

            Mentre il futuro profetizzato da mio padre stentava ad arrivare, continuavamo ad abitare in una casa piccola e austera. Pochi mobili, nessuna comodità; qualunque cosa con il sentore del lusso sarebbe stata considerata un abominio. Così, anche se poteva permettersi uno specchio, non lo avrebbe mai comprato. È una cosa del demonio, diceva, dietro ogni specchio c’è il Male, pronto a usare la vanità per attirare le persone nel peccato. Non che lui fosse un modello di moralità; era un noto donnaiolo, di quelli che non rispettano nemmeno la moglie del prossimo. E per giunta implicato in loschi affari – per usare un eufemismo, parte del suo gregge era di dubbia provenienza. Nulla, però, gli impediva di fingersi il custode della morale. Esigeva dalla tribù, e in particolare dalla famiglia, un comportamento irreprensibile. Nelle figlie non tollerava la minima manifestazione di vanità.

            Divieto al quale mia sorella aveva disubbidito, procurandosi (come, lo avrei scoperto soltanto in seguito) un piccolo specchio rotondo, lo specchio in cui ora si rimirava. Estasiata, e a ragione: era bella, lei. Tanto bella almeno quanto io ero brutta. Occhi grandi, nasino delicato, bocca ben disegnata… Bella ma imprudente: aveva dimenticato la porta aperta. Ed era stata quindi colta in flagrante trasgressione.

            Nel vedermi si spaventò, volle nascondere lo specchio. Prima che lo potesse fare, l’agguantai; dammelo, gridai, furiosa, voglio guardarmi anch’io. All’improvviso si rese conto del pericolo che stavo correndo, cercò di dissuadermi: non farlo, questo specchio è maledetto, mi ha incantata, incanterà anche te, nostro padre aveva ragione a proibire questa diavoleria, non guardarti, per favore, non guardarti, è vanità, è abominio, io ho già peccato, non peccare anche tu.

            A niente sarebbero valse le sue grida, la sua disperazione. In fondo, sapevo che voleva nascondermi qualcosa che io ancora ignoravo: la devastante rivelazione della mia bruttezza, della quale sospettavo appena. Avevo visto lo specchio però, e non ci avrei rinunciato per nulla al mondo. Era una tentazione irresistibile; la vertigine dell’abisso, per così dire. E allora che mi ingoiasse, quell’abisso, poco importava: di buon grado mi ci sarei tuffata dentro alla ricerca della verità. Forse nutrivo la speranza di un miracolo, lo specchio mi avrebbe rivelato un volto sorprendentemente bello, o per lo meno non proprio brutto. Forse era uno specchio magico, magico solo per me, beninteso, non per le altre; uno specchio capace di sintonizzarsi con le occulte aspirazioni della persona e di procedere, tramite l’energia psichica di cui sarebbe diventato immediatamente depositario, al completo riordino – e abbellimento – dei lineamenti, come il rospo che si muta in principe. Non ricordo più cosa desiderassi e volessi in quell’istante. So solo che volevo lo specchio e avrei fatto qualunque cosa per ottenerlo.

            Presa dal panico, mia sorella tentò di fuggire. La rincorsi, la feci cadere. Lottammo. Poco, non era un’avversaria alla mia altezza; ero tanto forte quanto brutta… La soggiogai, le strappai lo specchio di mano. Fatto, era mio.

            Non era uno specchio dei migliori: un semplice cerchio di bronzo lucido, di qualità scadente. Ma faceva tutto quello che gli specchi devono fare, per la felicità o la disgrazia di coloro che vi si mirano: mostrare un volto. Il mio volto.

            Non potevo credere a quello che stavo vedendo. Mio Dio, sono io quella lì?

            Nessuna simmetria, in quel viso, nemmeno la temibile simmetria del muso della tigre; cercavo invano qualche armonia. Non pretendevo mica la grande armonia delle sfere, mi sarebbe bastato qualche armonioso estro ma no, c’era un conflitto in quel volto, la bocca che strideva col naso, le orecchie che stonavano tra loro. E gli occhi, che avrebbero potuto salvare tutto, erano strabici, uno guardava sconsolato lo specchio, l’altro disorientato fissava l’infinito con lo sguardo perso, forse per non dover sopportare l’immagine crudele. Dettaglio (ma è necessario entrare nel dettaglio? Sì, è necessario entrare nel dettaglio fino in fondo al malinconico pozzo): nei. Disseminati sul viso avevo tanti nei – non li ho contati, ma penso che una ventina sia una stima comunque parziale. Nei a grappoli; uno sproposito di nei, un’eruzione di nei. Per la varietà, potevano essere oggetto di un trattato di dermatologia. Ce n’erano di svariate dimensioni e sfumature. Uno in particolare mi infastidiva per quanto era sporgente, quasi sessile, a penzolare solitario nell’aria. Con un vento più forte, e i venti forti nella nostra zona non sono inusuali, si sarebbe staccato e sarebbe stato portato lontano. Se fosse caduto tra le pietre sarebbe morto, se fosse caduto nella sabbia del deserto sarebbe morto, se fosse caduto nel cratere di un vulcano sarebbe morto – e morto lui, solo io me ne sarei rallegrata, ma se fosse caduto in un terreno fertile… Se fosse caduto in una terra fertile avrebbe attecchito, e sa Dio che pianta ne sarebbe nata, che strano albero dai rami secchi e ritorti. Se gli avessero dato, seppur per intuizione, l’epiteto di albero della brutta, non me ne sarei potuta lamentare; al massimo avrei potuto tentare di abbatterlo nel silenzio della notte.

            In sintesi, ecco quello che vedevo: a) flagrante asimmetria; b) carenza di armonia; c) strabismo (seppur moderato); d) eccesso di nei. Mi resta da dire che il tutto era incorniciato (incorniciato! Questa è buona, incorniciato! Incorniciato, come un bel quadro è incorniciato! Incorniciato!) da radi capelli secchi e opachi, capaci di mettere in imbarazzo qualunque parrucchiere.

            Lo specchio mi mostrava qualcosa di simile a uno strano paesaggio, tormentato, in cui gli accidenti (accidenti: termine assai appropriato) geografici non avevano nessun rapporto. Sul mio volto era avvenuta una catastrofe, un cataclisma che sicuramente aveva preceduto di molto la mia nascita; quello che stavo guardando era la bruttezza arcaica, la bruttezza ancestrale, una bruttezza consolidata da anni, da millenni forse.

            Col viso nascosto tra le mani, mia sorella singhiozzava piano. Non mi faceva pena vederla così. Anzi, provavo rabbia – immensa, una rabbia incontrollata contro di lei, contro l’altra mia sorella, contro i miei genitori. Perché non mi avevano detto prima che ero così brutta? Perché mi avevano ingannata?

            Per pietà, era la risposta più ovvia. Avevano cercato di risparmiarmi la triste realtà con una cospirazione laboriosa. Nel corso degli anni erano stati attori di una commedia rappresentata con successo per una platea ristretta: io. “Eccola, arriva, fingiamo di non notare niente sul suo volto, fingiamo che sia normale, anzi carina – però non ci facciamo vedere incantati dalla sua bellezza altrimenti se ne accorge, quando l’obolo è eccessivo il santo diffida, ma se ci comportiamo in modo naturale, andrà bene.” Spettatrice unica, ero stata ingannata. È anche vero che la loro commedia era stata superba, ero costretta ad ammetterlo. Nessuno parlava dei miei tratti, per esempio, nessuno mi avrebbe detto, come sei bella – ma nemmeno nessuno mi avrebbe detto: sei mostruosa. Avevano optato per il silenzio oppure erano ricorsi a sibilline espressioni di elogio: come sei carina con questa tunica. L’affermazione “sei carina” era sempre circostanziata da un complemento (“con questa tunica”) che ne attenuava la menzogna rendendola sopportabile agli occhi del Signore, e al contempo alimentava la pietosa illusione.

            Se fossi stata un po’ attenta avrei capito l’inganno. Ma volevo veramente capirlo? O ne ero io stessa stata partecipe, illudendomi – in parte per non frustrare il mio nucleo famigliare, in parte per non scoprire la devastante verità?

            Quel dubbio non aveva più senso. La farsa non si reggeva più in piedi. Davanti alla realtà, non avrei più potuto scappare. Ah, se fossi potuta tornare indietro… Perché mi ero guardata in quello specchio, mi chiedevo, colpendomi il petto con furia scatenata, perché avevo ceduto alla maledetta curiosità, alla maledetta vanità? Perché il Signore non mi aveva strappato di mano quell’oggetto rivelatore ma funesto? Eh Signore? Perché non hai preso qualche provvedimento, tu che sai tutto, tu che puoi tutto? Con un semplice atto di volontà avresti potuto ridurre lo specchio in polvere. Perché non l’hai fatto? Sarà che non esisti, amico? Eh? Sarà che non sei altro che un’astrazione, un’illusione emotiva?

            Lamento inutile, inutili recriminazioni. Non c’era più nulla da fare. Mi ero guardata allo specchio ed ecco: non avrei più dimenticato ciò che avevo visto. Ma avevo bisogno se non di conforto, perlomeno di spiegazioni. Dovevo sapere le ragioni per cui era spettata a me tutta quella bruttezza. La Natura non poteva aver proceduto a caso nel creare il mio viso. Senza dubbio si trattava della risposta a un peccato, a un delitto. Ma quale peccato, quale delitto era stato commesso? In cerca di una risposta, ripensai alla mia infanzia. Sì, ero stata cattiva ma non più della maggior parte dei bambini; picchiavo le mie sorelle, ma di tanto in tanto e moderatamente: la mia aggressione poteva avere avuto per risultato qualche graffio, qualche livido, ma mica lussazioni o peggio fratture. No, nulla nella mia condotta pregressa poteva spiegare l’immagine che avevo visto e che adesso non mi avrebbe più abbandonata. Per le mie manchevolezze passate mi sarei meritata al massimo una mezza dozzina di verruche, e piccoline. Oppure un leggero strabismo. Oppure orecchie un po’ grandi. Niente più. Tutto il resto doveva avere un’altra causa, una causa esterna. Ero una vittima, non un essere spregevole. Ma vittima di chi?

            Ci riflettei a lungo, e trovai la colpevole: mia madre. Quella donna quieta, timorosa – aveva paura di tutto, del vento, del tuono, ma temeva soprattutto mio padre che la trattava malissimo – non mi era mai stata molto vicina. Alle volte mi raccontava una storia, talvolta cantava con la sua voce stonata una ninnananna qualunque; ogni tanto mi accarezzava il volto – ma con mano incerta, tremante. A questo si riduceva il nostro rapporto. Dopo aver guardato lo specchio, adesso capivo il motivo della sua condotta. Lei mi evitava per la mia bruttezza, ma anche, conclusi in seguito a una serie di riflessioni, per via del senso di colpa, colpa della quale proprio la mia bruttezza era testimonianza.

            Quale colpa? Nel cercare una risposta a questa domanda, mi ricordai di quello che mi aveva raccontato ancora bambina: quando era incinta di me, era solita guardare la montagna, la pietrosa, rugosa montagna che dominava il paesaggio nella nostra regione desertica. Quel commento era stato fatto in tono forzatamente casuale, un tono destinato a nascondere l’inquietudine di cui senz’altro allora non eravamo consapevoli né lei né io. Ma l’inquietudine, che individuavo ora a ritroso, era suggestiva, eloquente. Perché lì risiedeva la spiegazione alla mia bruttezza: nella montagna. In quell’ostile accidente geografico che d’altronde conoscevo bene: era un luogo nel quale io, bambina schiva, spesso mi rifugiavo, mossa forse, adesso mi veniva in mente, da una certa affinità elettiva, gli spaventosi tratti della mia fisionomia corrispondevano in misura ridotta, ma non per questo meno atroce, al torturato paesaggio. Una roccia sporgente era il mio naso, l’oscuro antro di una delle numerose caverne corrispondeva alla mia bocca. Molti vedevano dei volti nelle nuvole, io nella montagna – monumento all’insolito – vedevo la riproduzione del mio volto. Le impressioni che mia madre aveva avuto durante la gestazione avevano segnato in modo indelebile il viso della figlia. Figlia che certo non aveva desiderato; in quel periodo mio padre andava dietro a un’altra donna. Aveva messo incinta la moglie affinché non ostacolasse la sua ignobile storia. Tra le lacrime, la gestante negletta passava le giornate a guardare la montagna. Sapeva che nascosto in una qualche caverna, c’era il suo fescennino marito a scopare senza posa; voleva andargli incontro quando lui, stanco e soddisfatto, sarebbe emerso dal nascondiglio, per rivolgergli almeno uno sguardo di riprovazione. Ci riuscì una o due volte, ma senza risultati: l’uomo se ne fregava della sua riprovazione. La vigilanza ossessiva ebbe però un effetto inatteso: la visione della montagna rimase per sempre impressa sul mio volto. Come quelle madri che mangiano le fragole e il figlio nasce con una voglia del tutto simile alla fragola.

            Effetto inatteso. Mmh… Non so se fu poi così insperato. In quell’ossessiva condotta mia madre non era stata guidata da un occulto proposito? Quella canaglia mi tradisce, allora mi vendicherò di lui lasciando sul volto di mio figlio (era un maschio che mio padre voleva come primogenito; d’altronde voleva solo figli maschi, ma il Signore lo castigò dandogli tre femmine, la prima delle quali spaventosa) gli stessi segni della crudeltà che lui mi ha lasciato nel cuore; e con quel ragionamento, via a guardare le pietre. Il suo più grande desiderio era che il bambino nascesse spaventoso. Il viso, metaforica allusione alla montagna dove mio padre aveva peccato, si sarebbe trasformato in un permanente memento, un’insistente denuncia, una continua protesta contro l’infedeltà: contro la lussuria, insomma. Ed ecco il risultato: sono nata orrenda.

            Che paura deve aver avuto mio padre quando mi prese in braccio. Che paura, che trauma.

            La domanda è: perché non mi ha ucciso? Tra la nostra gente c’erano storie di genitori che liquidavano i neonati buttandoli giù dalla montagna, in un abisso nel cui fondo, si diceva a mezza voce, c’erano tanti ossicini quanti sassi. Una primogenita era sempre, a dir poco, un problema: non garantiva successione, non aiutava nel lavoro e per di più avrebbe avuto bisogno di una dote per sposarsi. Peggio ancora, una primogenita brutta era una rovina, il cui unico destino poteva essere il precipizio.

            Mio padre non mi uccise. Non ne conosco il motivo. Forse aveva anche lui un senso di colpa – colpa che è la componente essenziale della nostra tradizione. In tutte le storie raccontate dagli anziani c’era sempre un dio impietoso che ci accusava di qualcosa. Poteva anche darsi che mio padre sentisse qualche rimorso perché, diversamente da mia madre, l’altra donna non gli dimostrava nessun rispetto, e aveva sparso la voce che lui era un amante incompetente. Cosicché aveva accettato la muta accusa rappresentata dal volto della neonata.

***

 (traduzione di Guia Boni)

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categoria:pagine
martedì, 18 luglio 2006

Senza entrare nel merito della parola editor e delle sue possibili varianti al femminile o al plurale (abbiamo già dato con editora/editrice), mi chiedo cosa faccia veramente un editor. Oddio, un'idea vaga ce l'ho. Certo non è così facile spiegarlo agli amici ingegneri idraulici, per i quali esistono solo lo scrittore e (forse) il traduttore. Ci sono quelli che pensano: "mica ci sarà un gran lavoro per fare un libro, basta che qualcuno lo scriva, no? che cosa faranno mai questi pazzi grafomani delle case editrici? bah. Potessi io passare tutto il giorno a leggere". (Sono gli stessi che ai tempi dell'università ti dicevano: ah come avrei voluto fare anch'io lettere e filosofia... )

Per fortuna a fare chiarezza su tutto c'è Pulsatilla, che assume in sé il ruolo bifronte di scrittrice e di editor (nonché di bolgstar). Qui la sua idea del mestiere. Se avesse ragione lei sarebbe bello. Non lo so. Ditemi voi cos'è questo lavoro, così mi faccio due conti prima della fine dello stage.

rosella

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categoria:parole parole parole
venerdì, 14 luglio 2006

Con l'incipit del romanzo di Enrique Serna La paura degli animali  (in libreria dalla prossima settimana) diamo il via alla sezione 'pagine', in cui verranno pubblicati testi tratti dai libri Voland. Buona lettura!

Smaltire la sbornia dormendo in ufficio era un’abitudine che Evaristo aveva perfezionato al massimo. Poteva russare a pieni polmoni, con i piedi sulla scrivania e il giornale sulla faccia per proteggersi dal sole e dalle mosche, senza spezzare i legami con la realtà. Un meccanismo di autodifesa lo avvertiva se qualcuno si aggirava intorno al suo cubicolo, perciò non era mai del tutto incosciente, neanche quando sognava a sprazzi. Il sogno di quella mattina era lusinghiero fino all’ebbrezza. In una sala conferenze gremita all’inverosimile la comunità culturale si era riunita per rendergli un meritato tributo. Dubbioso circa il proprio valore, malgrado la fama e i premi, non poteva evitare di arrossire di fronte alla valanga di elogi che gli prodigava lo stato maggiore dell’intellettualità: “maestro della prosa polemica”, “talento indiscutibile che si è messo in luce in tutti i generi”, “esempio della vocazione e dell’amore per le lettere”, “straordinario affabulatore della quotidianità”. Una volta terminate le allocuzioni in suo onore, che accoglieva con commenti scherzosi per alleggerire la carica emotiva della celebrazione, i giornalisti di radio, stampa e televisione lo circondavano sul palco, disputandosi un’intervista: Maestro, come si è reso conto di essere nato per scrivere? Chi crede l’abbia maggiormente influenzata? Ritiene che uno scrittore dovrebbe essere impegnato politicamente? Per tutti aveva una risposta intelligente e immediata, accompagnata da un sorriso che rivelava timidezza, bonomia e una radicale indifferenza per i riflettori: “Credo che nello scrittore l’impegno debba nascere spontaneamente per reazione agli orrori e alle miserie della realtà quotidiana. Io ho cominciato come voi, nel giornalismo, poi ho fatto il salto verso la letteratura, che per me non è un’arte pura, bensì una forma di resistenza civile.”

Una studentessa di modeste origini, con cartella e camicetta di cotone, si fa largo fra il nugolo di reporter per chiedergli un autografo. Mentre firma, Evaristo è al settimo cielo: per uno scrittore non c’è niente di più stimolante dell’apprezzamento della gioventù sana che ama lo studio e il lavoro. Dietro la ragazza un drappello di universitari, tutti con una copia del suo libro in mano, scansano i giornalisti e li spingono contro il tavolo d’onore. Malgrado la scomodità e la mancanza d’ossigeno, lui si gode intensamente la situazione. È come se avesse un’enorme famiglia, come se condividesse un figlio con ciascun lettore. Ignorando quelli del notiziario culturale e le signore agghindate venute da San Francisco per intervistarlo sulle violazioni dei diritti umani in Messico, Evaristo presta tutta la sua attenzione ai ragazzi, ai quali non lesina dediche affettuose: Per Javier e Marilú, compagni, alleati, complici, con l’affetto di un umile lottatore della parola. Il calore che gli trasmettono i giovani vale più di mille premi. Mi amano perché sono onesto, pensa, perché spiattello ai quattro venti le malefatte del potere. D’improvviso, però, l’incantesimo si spezza: un ammiratore lo strattona bruscamente per il braccio, un altro gli dà un pizzicotto sul culo, lui si volta per protestare, come osate trattare così una gloria nazionale, ma la sala adesso è completamente deserta, la sua gloria svanita, e capisce che al di là del sogno il suo angelo custode lo sta richiamando all’ordine. È ora di tornare all’iniquità, alla frustrazione e ai postumi della sbronza: qualcuno si avvicinava al suo ufficio e stava per aprire la porta.

– Ti dài alla bella vita eh, coglione? Sfigato d’un intellettuale! Basta vedere i tuoi occhi cisposi. Uno si fa il mazzo in strada fin dal mattino presto, e tu qui stravaccato.

Il comandante Maytorena si issò con un balzo sulla scrivania. Ormai andava per i sessanta, ma era sorprendentemente agile per la sua età. Evaristo indietreggiò sulla sedia girevole e sbatté contro le persiane. L’energia del comandante sembrava emanare dalla volgarità dipinta sul suo volto verdastro e bucherellato dal vaiolo, dove un paio di occhietti castani brillavano fra gli zigomi gonfi. Aveva il naso rincagnato, una bocca meschina, quasi una fessura senza labbra, e parlando la apriva solo l’indispensabile. Dieci anni prima aveva sostituito i completi con i jeans, che gli davano un’aria più giovanile, e quella mattina portava una tuta sportiva giallo canarino e un berretto da baseball.

– Io la credevo a Pachuca – si difese Evaristo. – Mi hanno detto che oggi sarebbe stato lì per la faccenda delle auto rubate.

– Sono già andato e tornato – Maytorena sputò uno scaracchio scuro nel cestino della carta straccia vicino alla scrivania. – Il vantaggio di non essere coglioni è che la giornata rende molto. Io e il Chamula siamo usciti prima dell’alba, la strada era deserta e in due ore eravamo a Pachuca. Il gestore dell’agenzia non voleva aprirci perché non avevamo il mandato di perquisizione. Povero fesso, a quest’ora sarà all’ospedale con un paio di costole rotte. Con una revolverata ho fatto saltare la serratura e gli abbiamo sequestrato tutte le macchine che c’erano in garage: dodici Cutlass e una Lincoln di quest’anno. Il Chamula venderà le Cutlass a uno sfasciacarrozze, ma la Lincoln me la sono tenuta io per regalarla a mia figlia Laurita, che l’anno prossimo si laurea. Pensa un po’ a quante cose abbiamo fatto mentre tu te ne stavi qui stravaccato.

– Deve scusarmi, comandante, è che ieri ho tirato l’alba per mettere in bella il rapporto che mi ha chiesto.

– Non mi fai mica fesso – Maytorena lo afferrò per la cravatta e gli diede uno strattone. – La sbronza che hai preso si sente fin da qui. Sei andato a ubriacarti allo Sherry’s, sicuro come la morte – Evaristo non rispose. – Parla, imbecille! L’hai presa bella grossa, eh?

– Sono stato un po’ allo Sherry’s, ma all’una sono andato via.

– All’una i miei coglioni. Basta che bevi il primo e non riesci più a fermarti. Devi smaltire una bella sbornia, ti si legge in faccia. Prendi, così resusciti – il comandante gli gettò una bustina di coca. – Devi rimetterti in sesto perché voglio affidarti un lavoro molto importante.

Con il polso tremante, Evaristo versò la cocaina sulla scrivania: due strisce parallele che aspirò con entusiasmo. Gli tornarono i colori sul viso, il sangue riprese a irrorargli il cervello in letargo, e per un istante vide Maytorena come un angelo benefattore.

– Mi dica, capo...

Il comandante estrasse dal portafoglio un ritaglio di giornale ingiallito.

– Leggi cosa c’è scritto qui, ma fai molta attenzione.

A prima vista sembrava qualcosa d’inoffensivo: un pezzo di critica d’arte pubblicato sulle pagine culturali del giornale “El Matutino”. Il redattore elogiava con misura il lavoro di un giovane pittore di Oaxaca che aveva esposto le proprie opere in una galleria della Zona Rosa: Chacón modella con gesti risoluti, a volte tellurici, il genio occulto di una razza che si mantiene fedele ai propri misteri ancestrali, a un codice preciso di colori e di forme, dove la volontà d’innovazione preserva un equilibrio con la tradizione... L’articolo continuava sullo stesso tono fino al quarto capoverso, dove un curioso sproposito interrompeva la sequenza logica delle frasi: ...e benché la serena trasparenza della serie Bianco su blu costituisca un esito, preferiamo i dipinti d’impronta espressionista come Vada a fottere sua madre, Jiménez del Solar, dove si avverte una maggiore padronanza delle texture cromatiche, Muoia Jiménez, traditore del Messico, e un’influenza ben assimilata della scuola fiamminga...

– E che cazzo, questo stronzo sta sfottendo il signor Presidente.

– Oltre a sfotterlo, gli dà pure del frocio. Leggi appena sotto – Maytorena gli indicò il punto dell’insulto, accanto alla firma dell’autore, un certo Roberto Lima.

– E chi è questo matto? – domandò Evaristo.

– Questo devi scoprirlo tu. Hai un paio di giorni per trovarmi l’indirizzo, ma prima voglio sapere se firma con il suo nome o se usa uno pseudonimo. Lo chiedo a te perché si presume che conosci l’ambiente. Sei stato giornalista, no?

Il commento ferì Evaristo più dello strattone alla cravatta: Maytorena aveva frugato nel suo passato, l’unica cosa pulita che gli restava.

(traduzione di Raul Schenardi)

 

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categoria:pagine
giovedì, 13 luglio 2006

In questi giorni non sono stata in redazione. Sto facendo uno spettacolo teatrale e ho avuto bisogno di un po' di tempo per provare e sistemare gli ultimi dettagli della messinscena. Ho sempre amato il teatro, mi sono sempre occupata di teatro, è un po' la mia vita. Ma i libri? I libri mi hanno dato tutto, anche il teatro è passato da lì, dalla tragedia greca, da Shakespeare, da Ibsen, da Cechov (Daniela, come si scrive Cechov? non mi mandi via dalla redazione, vero?), poi dagli scritti dei miei maestri ideali, Grotowski, Kantor, Brook, Strehler. Ed è bello poter fare, nel mio piccolo, entrambe le cose, il teatro e i libri. Ed è bello, ogni tanto, inventarsi dei significati nascosti nelle parole: per esempio redattrice.

Rosella

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categoria:fuori tema
martedì, 11 luglio 2006

Sono a Buenos Aires. Come Parigi, ma costa meno. E c'è molta più carne. In tutti i sensi.

In Italia, i pranzi di lavoro (per quelli tra di voi che ancora non hanno mai partecipato a un pranzo di lavoro) sono costituiti da due elementi: il pasto, puramente simbolico nella maggior parte dei casi (tipo un antipasto o un'insalata più il dolce), e la discussione su importanti elementi lavorativi. Il vantaggio del pranzo di lavoro rispetto alla normale riunione in ufficio può essere ricondotto, semplificando un attimo, alla maggiore facilità relazionale, alla migliore predisposizione verso il prossimo che derivano dal condividere il cibo, cioè il nutrimento, cioè la vita, con un nostro simile. In teoria, insomma, parlare di lavoro durante un pranzo è più facile, perché si è un pelo più distesi. Inoltre, elemento non trascurabile, è più difficile parlarsi addosso e interrompersi, in quanto quando uno parla gli altri approfittano per masticare e viceversa.

 Come dicevo, quindi, due elementi: il pasto (simbolico) e la discussione (importante). Avrete già capito che in Argentina, che vi ricordo si trova al di sotto della linea dell'equatore, le cose vanno esattamente al contrario. Nel pranzo di lavoro il pasto è fondamentale, mentre la discussione è puramente simbolica, più che altro una serie di banalità tacitamente concordate tra i partecipanti con l'unico scopo di giustificare il fatto che l'impresa stia pagando l'abbuffata.

In quest'ottica può essere abbastanza frustrante provare a trattare dei temi di certa importanza durante un pranzo di lavoro, mentre i tuoi commensali si dilungano in discussioni sui diversi tagli di carne da farti provare e sul vino da ordinare.

Ieri, mi trovavo a San Francisco de Cordoba (85% della popolazione di origine italiana, piemontese soprattutto, età media 78 anni, speranza di vita 79 anni) per visitare un'associazione di emigrati piemontesi che vogliono mettere su un programma di microcredito.

Dopo una mattinata di lavoro soddisfacente tutto sommato, ci portano al ristorante, a mangiare la carne, che te lo dico a fare.

Siamo io, Carla il mio capo, Stefania (una ragazza argentina che lavora con noi, dovrei essere io il suo capo ma mi sa che lei non è d'accordo), e questi due tipi dell'associazione piemontese, Graziano e Ciccio (Ciccio in realtà ha un nome più serio ma non me lo ricordo). Saliamo in due macchine per raggiungere il ristorante. Io sono con Ciccio nella macchina dietro, e noto che la macchina di Graziano ha uno strano adesivo sul cofano, tipo un cerchio verde su sfondo bianco con una specie di foglia a cinque punte, verde anch'essa. Chiedo a Ciccio: "cos'è quell'adesivo verde sul cofano della macchina di Graziano?" e Ciccio, contento della domanda: "eh.., eh!, quello è l'adesivo della Lega Nord, sai che Graziano è stato uno dei primi sindaci della Lega Nord in Piemonte, no? Adesso è venuto qui per mantenere vivo il sentimento della piemontesità in Argentina, sai, qui la razza piemontese è ancora pura, non ci siamo mischiati con gli stranieri e con gli africani come è successo in Italia, siamo piemontesi doc! L'adesivo ce l'ho anch'io sul cofano". Iniziamo benissimo, mi dico.

 Professionalità innanzi tutto, non si fanno distinzioni di un certo tipo sul lavoro. A meno che, naturalmente, questo pezzo di merda non cominci a parlare male dei meridionali o dei neri. Comunque, proseguiamo, arriviamo al ristorante, e cominciamo a mangiare. 

Graziano prima di fare il sindaco della lega faceva il barista e dj in una discoteca, adesso ha 45 anni e si mette il gel nei capelli, non so se avete capito il tipo. Giacca e cravatta, alto uno e ottantacinque, sorrisone, gambetta tremante da seduto e movimenti a scatti tipici di quelli che devono fare la pipì. E dei cocainomani, naturalmente.

Ciccio, il meglio che si possa dire è che assomiglia a una mucca. Uno e novanta, sguardo bovino, occhio infossato, mano grande e grassa (se riesce a mandare un sms con quelle dita mi iscrivo a un corso di boogie-woogie con tea, la mia amica slava), panza straripante e battuta scontata sempre in canna.

Cominciamo a mangiare: antipasto tipo buffet, e poi quelli del ristorante portano carnazza varia. Il vino che hanno scelto ha 14 gradi, Graziano racconta una storia lunghissima su uno che, venuto in Argentina, non ha riconosciuto la bandiera del Piemonte, e che alla fine si rivela essere lo zio di Paola Barale.

Tipica storia in cui, passato il momento che doveva far ridere (in questo caso il non riconoscimento della bandiera) senza alcuna reazione da parte dell'uditorio, il raccontante non sa che cazzo fare per trovare un finale simpatico e allora continua all'infinito sperando in un colpo di culo.

Inutile dire che prima che arrivasse la carne mi ero già scolato due bicchieri di vino, e Stefania pure. E pure gli altri, se è per questo. Fatto sta che io e Stefania, che è seduta alla mia sinistra, cominciamo a giocare a lanciare molliche nel bicchiere di Carla, che è seduta di fronte a Stefania. Il tutto mentre Carla sta cercando di inserire nella mente di Graziano un elementare concetto logistico-organizzativo: se ti prendi la responsabilitá di organizzare un evento internazionale, poi devi anche riuscire a farlo. A volte basta poco.

 Constato che con le molliche Stefania è molto più brava di me, forse perché è più vicina a Carla, non so.

Carla comincia a dare segni di nervosismo per la mancanza di capacitá intellettive di Graziano, il quale sta sicuramente immaginando di trombarsela mentre le parla, in questo momento le direbbe di essere capace di organizzare anche il funerale del papa, pur di fare colpo. Ciccio, costantemente impegnato a mangiarsi la carnazza che nel frattempo è arrivata, mi mette discretamente in mano il tappo della bottiglia di vino, sussurrandomi: "prova con questo, prova!"

Carla mi ha già detto, sorridendo, di smetterla con queste molliche nel bicchiere. Stefania continua a fare canestro, si è anche messa piú lontano per dimostrarmi che non è una questione di distanza.

 E' evidente che ho un solo colpo a disposizione, o entra o esce, e poi è finita, si torna al lavoro. Da piccolo non ero male a giocare a basket, poi gli altri sono cresciuti e io no, quindi ho smesso. Anche con il fucile ad aria compressa non ero male, vincevo un sacco di biscotti.

Comincio a fare i miei calcoli: dimensione del tappo rispetto alla larghezza del bicchiere, peso e forma del tappo, forza e traiettoria necessarie, e un 20% di margine dovuto al vino che ho bevuto.

Stefania, mi guarda, quasi indifferente, è sicura che non ce la farò. Ma nella vita tutto può succedere.

 Prendo il tappo con pollice indice e medio, appoggio il gomito sul tavolo per avere più stabilità.

Visualizzo mentalmente la traiettoria ottimale, apro gli occhi e li fisso sul bordo del bicchiere piú vicino a me (primo ferro, devi mirare il primo ferro..). Allegerisco un po’ la tensione delle dita sul sughero per evitare eccessiva rigidità, il mio avambraccio va lentamente indietro, caricandosi per il lancio, gli occhi sempre fissi sul bicchiere. Primo ferro e non tirare forte, non strafare, appoggialo sul bordo, con un po’ di culo ce la fai.

Parto per il tiro. Carla solleva il bicchiere per bere nello stesso istante in cui il mio avambraccio si muove per lanciare il tappo, e accade l'incredibile. I miei occhi funzionano come il dispositivo di puntamento di un caccia, seguono l'obiettivo e adattano la traiettoria in tempo reale. Il bicchiere si sta sollevando, il mio avambraccio si sta muovendo, gli occhi trasmettono alle dita le nuove coordinate, le dita si preparano a modificare la traiettoria e la forza. Il bicchiere rallenta, all'altezza del petto di Carla, mentre la sua testa comincia ad abbassarsi per bere. Ė il momento, se aspetto ancora sarà troppo tardi. Lancio.

Carla è partita oggi, come previsto. Nella riunione fatta prima che lei prendesse il taxi mi ha detto che in quindici anni di lavoro non aveva mai visto un comportamento così durante un pranzo di lavoro. Mi ha detto di essere davvero molto infastidita. Non riesce a spiegarsi come sia possibile che una persona di 29 anni non si renda conto che non si può tirare un tappo di sughero in fronte al proprio capo durante un pranzo di lavoro. Dice che quando ha sentito la botta in fronte non ci voleva credere, ma poi ha visto la mia faccia da coglione terrorizzato e ha capito.

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categoria:fuori tema
martedì, 11 luglio 2006
Ciao, sono manuela addetta stampa voland e questo è il mio primo post. Ho appena discusso con Katia, la migliore redattrice che si possa trovare: attenta, pignola, scrupolosa e ordinata come poche, non le sfugge mai niente. Nel suo ordine mentale sostiene che il nostro sia un blog a “tema”, quindi deve interessarsi di libri, letture, case editrici e vita di redazione. Fin qui ci siamo, poi io le dico “perché non proponi anche sul nostro blog la tua frase quotidiana, quella che mandi alla tua rubrica ogni giorno: il Katia pensiero?” Si tratta in genere di proverbi, citazioni letterarie, o frasi sconnesse pronunciate in redazione alle 19 dopo un giornata troppo lunga. Lei mi risponde “non posso perché non è a tema”. A questo punto capisco che la la discussione potrebbe protarsi a lungo senza arrivare a punto d’incontro e ci rinuncio. Io penso che sarebbe a tema e come! vorrei che anche voi leggeste il katia pensiero.
Per questo motivo lancio una provocazione il manu pensiero (solo per oggi):
Leggere significa libertà. (perdonate la banalità)
Leggete questo racconto “Fuori tema” perché a volte vale la pena di perdere tre minuti di tempo e perché è la dimostrazione di cosa sia davvero una cosa fuori luogo e fuori tema.
Un’ultima cosa creo questa categoria “fuori tema” così Katiullia non avrà più scuse.
postato da: redazionevoland alle ore 16:18 | Permalink | commenti (3)
categoria:fuori tema