Prosegue la pubblicazione delle pagine Voland. Oggi La donna che scrisse la Bibbia di Moacyr Scliar, consigliato da Katia e postato da Rosella.
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La bruttezza è un elemento fondamentale, almeno per comprendere questa storia. Colei che vi parla è brutta. Bruttissima. Brutta repressa o brutta infuriata, brutta vergognosa, brutta triste o brutta allegra, brutta frustrata o brutta soddisfatta – brutta, sempre e solo brutta.
Sin dall’infanzia sospettavo di essere brutta. Le bambine del paese, abbastanza carine, non volevano giocare con me; quando comparivo, trovavano il modo di scappare ridendo di nascosto. Non sono né deforme né stupida, perché fuggivano? C’era qualcosa che vedevano in me e di cui non parlavano.Per quanto incredibile possa sembrare, scoprii la misura della mia bruttezza solo a diciotto anni. Ironia della sorte, fu la mia sorellina più piccola a contribuirvi, la sorella amica e confidente, che cercavo sempre quando avevo qualcosa da raccontare.
Una sera entrai nella sua stanza. Lei, credendosi sola, si specchiava.
Non sapevo che mia sorella avesse uno specchio. Nessuno sapeva che mia sorella avesse uno specchio. Anzi: nessuno sapeva che ci fosse uno specchio in casa. In primo luogo, lo specchio era un oggetto costoso che solo i nobili e i ricchi proprietari potevano permettersi. Non era il caso di nostro padre; seppur patriarca del villaggio, possedeva solo un gregge di capre e nemmeno tra i più grandi. In realtà, fino ai tempi di mio nonno la nostra gente era stata nomade: percorreva il deserto in cerca di un pascolo per le capre, abitava nelle tende. Così era sempre stato e tutto sembrava indicare che così sarebbe stato sempre. Mio padre però decise che la tribù doveva avere una residenza fissa. Il suo sogno era che formassimo il nucleo di una città che sarebbe presto cresciuta fino a diventare una metropoli, forse la capitale dell’impero. Era un uomo ambizioso, lui, anche se non molto intelligente. E intrattabile: non ammetteva di essere contraddetto. Quando qualcuno gli chiedeva della metropoli che immaginava, dell’impero, si limitava a una risposta laconica:
– Vedrai.
E non aggiungeva altro.
Mentre il futuro profetizzato da mio padre stentava ad arrivare, continuavamo ad abitare in una casa piccola e austera. Pochi mobili, nessuna comodità; qualunque cosa con il sentore del lusso sarebbe stata considerata un abominio. Così, anche se poteva permettersi uno specchio, non lo avrebbe mai comprato. È una cosa del demonio, diceva, dietro ogni specchio c’è il Male, pronto a usare la vanità per attirare le persone nel peccato. Non che lui fosse un modello di moralità; era un noto donnaiolo, di quelli che non rispettano nemmeno la moglie del prossimo. E per giunta implicato in loschi affari – per usare un eufemismo, parte del suo gregge era di dubbia provenienza. Nulla, però, gli impediva di fingersi il custode della morale. Esigeva dalla tribù, e in particolare dalla famiglia, un comportamento irreprensibile. Nelle figlie non tollerava la minima manifestazione di vanità.
Divieto al quale mia sorella aveva disubbidito, procurandosi (come, lo avrei scoperto soltanto in seguito) un piccolo specchio rotondo, lo specchio in cui ora si rimirava. Estasiata, e a ragione: era bella, lei. Tanto bella almeno quanto io ero brutta. Occhi grandi, nasino delicato, bocca ben disegnata… Bella ma imprudente: aveva dimenticato la porta aperta. Ed era stata quindi colta in flagrante trasgressione.
Nel vedermi si spaventò, volle nascondere lo specchio. Prima che lo potesse fare, l’agguantai; dammelo, gridai, furiosa, voglio guardarmi anch’io. All’improvviso si rese conto del pericolo che stavo correndo, cercò di dissuadermi: non farlo, questo specchio è maledetto, mi ha incantata, incanterà anche te, nostro padre aveva ragione a proibire questa diavoleria, non guardarti, per favore, non guardarti, è vanità, è abominio, io ho già peccato, non peccare anche tu.
A niente sarebbero valse le sue grida, la sua disperazione. In fondo, sapevo che voleva nascondermi qualcosa che io ancora ignoravo: la devastante rivelazione della mia bruttezza, della quale sospettavo appena. Avevo visto lo specchio però, e non ci avrei rinunciato per nulla al mondo. Era una tentazione irresistibile; la vertigine dell’abisso, per così dire. E allora che mi ingoiasse, quell’abisso, poco importava: di buon grado mi ci sarei tuffata dentro alla ricerca della verità. Forse nutrivo la speranza di un miracolo, lo specchio mi avrebbe rivelato un volto sorprendentemente bello, o per lo meno non proprio brutto. Forse era uno specchio magico, magico solo per me, beninteso, non per le altre; uno specchio capace di sintonizzarsi con le occulte aspirazioni della persona e di procedere, tramite l’energia psichica di cui sarebbe diventato immediatamente depositario, al completo riordino – e abbellimento – dei lineamenti, come il rospo che si muta in principe. Non ricordo più cosa desiderassi e volessi in quell’istante. So solo che volevo lo specchio e avrei fatto qualunque cosa per ottenerlo.
Presa dal panico, mia sorella tentò di fuggire. La rincorsi, la feci cadere. Lottammo. Poco, non era un’avversaria alla mia altezza; ero tanto forte quanto brutta… La soggiogai, le strappai lo specchio di mano. Fatto, era mio.
Non era uno specchio dei migliori: un semplice cerchio di bronzo lucido, di qualità scadente. Ma faceva tutto quello che gli specchi devono fare, per la felicità o la disgrazia di coloro che vi si mirano: mostrare un volto. Il mio volto.
Non potevo credere a quello che stavo vedendo. Mio Dio, sono io quella lì?
Nessuna simmetria, in quel viso, nemmeno la temibile simmetria del muso della tigre; cercavo invano qualche armonia. Non pretendevo mica la grande armonia delle sfere, mi sarebbe bastato qualche armonioso estro ma no, c’era un conflitto in quel volto, la bocca che strideva col naso, le orecchie che stonavano tra loro. E gli occhi, che avrebbero potuto salvare tutto, erano strabici, uno guardava sconsolato lo specchio, l’altro disorientato fissava l’infinito con lo sguardo perso, forse per non dover sopportare l’immagine crudele. Dettaglio (ma è necessario entrare nel dettaglio? Sì, è necessario entrare nel dettaglio fino in fondo al malinconico pozzo): nei. Disseminati sul viso avevo tanti nei – non li ho contati, ma penso che una ventina sia una stima comunque parziale. Nei a grappoli; uno sproposito di nei, un’eruzione di nei. Per la varietà, potevano essere oggetto di un trattato di dermatologia. Ce n’erano di svariate dimensioni e sfumature. Uno in particolare mi infastidiva per quanto era sporgente, quasi sessile, a penzolare solitario nell’aria. Con un vento più forte, e i venti forti nella nostra zona non sono inusuali, si sarebbe staccato e sarebbe stato portato lontano. Se fosse caduto tra le pietre sarebbe morto, se fosse caduto nella sabbia del deserto sarebbe morto, se fosse caduto nel cratere di un vulcano sarebbe morto – e morto lui, solo io me ne sarei rallegrata, ma se fosse caduto in un terreno fertile… Se fosse caduto in una terra fertile avrebbe attecchito, e sa Dio che pianta ne sarebbe nata, che strano albero dai rami secchi e ritorti. Se gli avessero dato, seppur per intuizione, l’epiteto di albero della brutta, non me ne sarei potuta lamentare; al massimo avrei potuto tentare di abbatterlo nel silenzio della notte.
In sintesi, ecco quello che vedevo: a) flagrante asimmetria; b) carenza di armonia; c) strabismo (seppur moderato); d) eccesso di nei. Mi resta da dire che il tutto era incorniciato (incorniciato! Questa è buona, incorniciato! Incorniciato, come un bel quadro è incorniciato! Incorniciato!) da radi capelli secchi e opachi, capaci di mettere in imbarazzo qualunque parrucchiere.
Lo specchio mi mostrava qualcosa di simile a uno strano paesaggio, tormentato, in cui gli accidenti (accidenti: termine assai appropriato) geografici non avevano nessun rapporto. Sul mio volto era avvenuta una catastrofe, un cataclisma che sicuramente aveva preceduto di molto la mia nascita; quello che stavo guardando era la bruttezza arcaica, la bruttezza ancestrale, una bruttezza consolidata da anni, da millenni forse.
Col viso nascosto tra le mani, mia sorella singhiozzava piano. Non mi faceva pena vederla così. Anzi, provavo rabbia – immensa, una rabbia incontrollata contro di lei, contro l’altra mia sorella, contro i miei genitori. Perché non mi avevano detto prima che ero così brutta? Perché mi avevano ingannata?
Per pietà, era la risposta più ovvia. Avevano cercato di risparmiarmi la triste realtà con una cospirazione laboriosa. Nel corso degli anni erano stati attori di una commedia rappresentata con successo per una platea ristretta: io. “Eccola, arriva, fingiamo di non notare niente sul suo volto, fingiamo che sia normale, anzi carina – però non ci facciamo vedere incantati dalla sua bellezza altrimenti se ne accorge, quando l’obolo è eccessivo il santo diffida, ma se ci comportiamo in modo naturale, andrà bene.” Spettatrice unica, ero stata ingannata. È anche vero che la loro commedia era stata superba, ero costretta ad ammetterlo. Nessuno parlava dei miei tratti, per esempio, nessuno mi avrebbe detto, come sei bella – ma nemmeno nessuno mi avrebbe detto: sei mostruosa. Avevano optato per il silenzio oppure erano ricorsi a sibilline espressioni di elogio: come sei carina con questa tunica. L’affermazione “sei carina” era sempre circostanziata da un complemento (“con questa tunica”) che ne attenuava la menzogna rendendola sopportabile agli occhi del Signore, e al contempo alimentava la pietosa illusione.
Se fossi stata un po’ attenta avrei capito l’inganno. Ma volevo veramente capirlo? O ne ero io stessa stata partecipe, illudendomi – in parte per non frustrare il mio nucleo famigliare, in parte per non scoprire la devastante verità?
Quel dubbio non aveva più senso. La farsa non si reggeva più in piedi. Davanti alla realtà, non avrei più potuto scappare. Ah, se fossi potuta tornare indietro… Perché mi ero guardata in quello specchio, mi chiedevo, colpendomi il petto con furia scatenata, perché avevo ceduto alla maledetta curiosità, alla maledetta vanità? Perché il Signore non mi aveva strappato di mano quell’oggetto rivelatore ma funesto? Eh Signore? Perché non hai preso qualche provvedimento, tu che sai tutto, tu che puoi tutto? Con un semplice atto di volontà avresti potuto ridurre lo specchio in polvere. Perché non l’hai fatto? Sarà che non esisti, amico? Eh? Sarà che non sei altro che un’astrazione, un’illusione emotiva?
Lamento inutile, inutili recriminazioni. Non c’era più nulla da fare. Mi ero guardata allo specchio ed ecco: non avrei più dimenticato ciò che avevo visto. Ma avevo bisogno se non di conforto, perlomeno di spiegazioni. Dovevo sapere le ragioni per cui era spettata a me tutta quella bruttezza. La Natura non poteva aver proceduto a caso nel creare il mio viso. Senza dubbio si trattava della risposta a un peccato, a un delitto. Ma quale peccato, quale delitto era stato commesso? In cerca di una risposta, ripensai alla mia infanzia. Sì, ero stata cattiva ma non più della maggior parte dei bambini; picchiavo le mie sorelle, ma di tanto in tanto e moderatamente: la mia aggressione poteva avere avuto per risultato qualche graffio, qualche livido, ma mica lussazioni o peggio fratture. No, nulla nella mia condotta pregressa poteva spiegare l’immagine che avevo visto e che adesso non mi avrebbe più abbandonata. Per le mie manchevolezze passate mi sarei meritata al massimo una mezza dozzina di verruche, e piccoline. Oppure un leggero strabismo. Oppure orecchie un po’ grandi. Niente più. Tutto il resto doveva avere un’altra causa, una causa esterna. Ero una vittima, non un essere spregevole. Ma vittima di chi?
Ci riflettei a lungo, e trovai la colpevole: mia madre. Quella donna quieta, timorosa – aveva paura di tutto, del vento, del tuono, ma temeva soprattutto mio padre che la trattava malissimo – non mi era mai stata molto vicina. Alle volte mi raccontava una storia, talvolta cantava con la sua voce stonata una ninnananna qualunque; ogni tanto mi accarezzava il volto – ma con mano incerta, tremante. A questo si riduceva il nostro rapporto. Dopo aver guardato lo specchio, adesso capivo il motivo della sua condotta. Lei mi evitava per la mia bruttezza, ma anche, conclusi in seguito a una serie di riflessioni, per via del senso di colpa, colpa della quale proprio la mia bruttezza era testimonianza.
Quale colpa? Nel cercare una risposta a questa domanda, mi ricordai di quello che mi aveva raccontato ancora bambina: quando era incinta di me, era solita guardare la montagna, la pietrosa, rugosa montagna che dominava il paesaggio nella nostra regione desertica. Quel commento era stato fatto in tono forzatamente casuale, un tono destinato a nascondere l’inquietudine di cui senz’altro allora non eravamo consapevoli né lei né io. Ma l’inquietudine, che individuavo ora a ritroso, era suggestiva, eloquente. Perché lì risiedeva la spiegazione alla mia bruttezza: nella montagna. In quell’ostile accidente geografico che d’altronde conoscevo bene: era un luogo nel quale io, bambina schiva, spesso mi rifugiavo, mossa forse, adesso mi veniva in mente, da una certa affinità elettiva, gli spaventosi tratti della mia fisionomia corrispondevano in misura ridotta, ma non per questo meno atroce, al torturato paesaggio. Una roccia sporgente era il mio naso, l’oscuro antro di una delle numerose caverne corrispondeva alla mia bocca. Molti vedevano dei volti nelle nuvole, io nella montagna – monumento all’insolito – vedevo la riproduzione del mio volto. Le impressioni che mia madre aveva avuto durante la gestazione avevano segnato in modo indelebile il viso della figlia. Figlia che certo non aveva desiderato; in quel periodo mio padre andava dietro a un’altra donna. Aveva messo incinta la moglie affinché non ostacolasse la sua ignobile storia. Tra le lacrime, la gestante negletta passava le giornate a guardare la montagna. Sapeva che nascosto in una qualche caverna, c’era il suo fescennino marito a scopare senza posa; voleva andargli incontro quando lui, stanco e soddisfatto, sarebbe emerso dal nascondiglio, per rivolgergli almeno uno sguardo di riprovazione. Ci riuscì una o due volte, ma senza risultati: l’uomo se ne fregava della sua riprovazione. La vigilanza ossessiva ebbe però un effetto inatteso: la visione della montagna rimase per sempre impressa sul mio volto. Come quelle madri che mangiano le fragole e il figlio nasce con una voglia del tutto simile alla fragola.
Effetto inatteso. Mmh… Non so se fu poi così insperato. In quell’ossessiva condotta mia madre non era stata guidata da un occulto proposito? Quella canaglia mi tradisce, allora mi vendicherò di lui lasciando sul volto di mio figlio (era un maschio che mio padre voleva come primogenito; d’altronde voleva solo figli maschi, ma il Signore lo castigò dandogli tre femmine, la prima delle quali spaventosa) gli stessi segni della crudeltà che lui mi ha lasciato nel cuore; e con quel ragionamento, via a guardare le pietre. Il suo più grande desiderio era che il bambino nascesse spaventoso. Il viso, metaforica allusione alla montagna dove mio padre aveva peccato, si sarebbe trasformato in un permanente memento, un’insistente denuncia, una continua protesta contro l’infedeltà: contro la lussuria, insomma. Ed ecco il risultato: sono nata orrenda.
Che paura deve aver avuto mio padre quando mi prese in braccio. Che paura, che trauma.
La domanda è: perché non mi ha ucciso? Tra la nostra gente c’erano storie di genitori che liquidavano i neonati buttandoli giù dalla montagna, in un abisso nel cui fondo, si diceva a mezza voce, c’erano tanti ossicini quanti sassi. Una primogenita era sempre, a dir poco, un problema: non garantiva successione, non aiutava nel lavoro e per di più avrebbe avuto bisogno di una dote per sposarsi. Peggio ancora, una primogenita brutta era una rovina, il cui unico destino poteva essere il precipizio.
Mio padre non mi uccise. Non ne conosco il motivo. Forse aveva anche lui un senso di colpa – colpa che è la componente essenziale della nostra tradizione. In tutte le storie raccontate dagli anziani c’era sempre un dio impietoso che ci accusava di qualcosa. Poteva anche darsi che mio padre sentisse qualche rimorso perché, diversamente da mia madre, l’altra donna non gli dimostrava nessun rispetto, e aveva sparso la voce che lui era un amante incompetente. Cosicché aveva accettato la muta accusa rappresentata dal volto della neonata.
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(traduzione di Guia Boni)